Il contributo delle Forze Armate Italiane alla Guerra di Liberazione

  
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Testo integrale dell’orazione che avrei dovuto tenere a Pavia il 25 aprile 2014

Se esaminiamo la guerra di Liberazione non c’è un solo momento ed un solo aspetto ove non siano presenti unità delle Forze Armate, uomini delle Forze Armate o da esse provenienti. Non fu una presenza tardiva, sporadica, episodica, ma immediata, costante, ispirata agli ideali del Primo risorgimento. Una presenza consapevole devota agli interessi del Paese.

Il contributo delle Forze Armate italiane alla guerra di Liberazione riguarda quattro aspetti fondamentali: le reazioni alle aggressioni tedesche dopo l’annuncio dell’armistizio nel territorio metropolitano ed all’estero; la partecipazione di unità organiche alla guerra in Italia, a fianco delle Armate alleate; la partecipazione alle azioni della Resistenza italiana con le formazioni partigiane; la resistenza degli internati militari nei campi tedeschi di prigionia;

 Le reazioni all’armistizio

La notizia dell’armistizio siglato tra l’Italia e gli Alleati anglo-americani e gli ordini tardivi e di incerta interpretazione, emanati dal Comando Supremo circa l’atteggiamento da tenere nei confronti delle forze armate Tedesche, provocarono molti equivoci, richieste di chiarimenti, ma soprattutto non consentirono di assumere l’iniziativa in quelle regioni dove il rapporto di forze con le unità tedesche era favorevole.

La conseguenza fu un disorientamento generale che provocò lo scioglimento di molti corpi e reparti, lo sbandamento di qualche unità.

Ma vi fu anche una valida e fierissima reazione agli attacchi tedeschi. Furono combattimenti episodici, assunti sempre di iniziativa, ai quali mancò di conseguenza un indispensabile coordinamento dall’alto. Fu una lotta improvvisa e slegata condotta contro un esercito che poneva in atto un preciso piano di cattura e disarmo delle forze opposte.

Tra i tanti vorrei ricordare due di questi episodi: la difesa di Roma da parte delle divisioni Piave,  Ariete e Granatieri di Sardegna e la difesa della piazza marittima di La Spezia, che consente alla nostra squadra navale di abbandonare il porto e non essere catturata dai Tedeschi.

Una situazione ben più drammatica si manifesta nei territori occupati, a causa sia dell’ostilità dell’ambiente sia per la distanza dalla madrepatria. La Dalmazia, il Montenegro, la Slovenia, la Croazia, l’Albania, la Corsica e la Grecia sono testimoni dello sbandamento iniziale, della successiva reazione e del definitivo sfaldamento della maggior parte dei reparti italiani. Assistiamo quindi alla cattura e alla successiva deportazione dei nostri militari, ma anche alla costituzione di divisioni quali la “Garibaldi” la “Taurinense” e la “Venezia” che si uniromo alle locali forze partigiane.

La maggiore tragedia ebbe come teatro l’Isola di Cefalonia, dove era dislocata la Divisione Acqui che decise di opporsi con le armi ai Tedeschi. Massicci bombardamenti aerei furono il preludio a un’imponente azione offensiva tedesca che si potè avvalere di continui rinforzi di truppe fresche. Alla fine la Acqui si arrese dopo aver perso in combattimento oltre 2000 uomini. A questo punto si compì il massacro tristemente noto: oltre 5000 militari furono uccisi a seguito di esecuzioni sommarie. Le navi su cui furono imbarcati i superstiti per raggiungere il continente greco urtarono delle mine e colarono a picco. Le perdite complessive della Acqui si possono così riassumere: 390 ufficiali su 525 e 9250 sottufficiali e soldati su 12.000.

La Regia Marina, grazie alla sua struttura logistica, con una catena di trasmissioni radio intatta,fu in grado di operare fin da subito a fianco degli alleati. La squadra navale, alla fonda nel golfo di La Spezia, ricevette l’ordine di portarsi a La Maddalena. Durante il trasferimento, effettuato senza alcuna copertura aerea, fu attaccata da bombardieri tedeschi all’altezza dell’Asinara. La nave ammiraglia “Roma”, colpita da due bombe radiocomandate, si spezza in due tronconi e affonda portando con sè 1.400 uomini, compreso l’Ammiraglio Bergamini,  Comandante delle forze navali da battaglia.

Anche la Regia Aeronautica iniziò dal giorno successivo all’armistizio la sua attività a fianco degli alleati, riuscendo a trasferire negli aeroporti del sud poco più di 200 aerei con la coccarda tricolore, che utilizzò fino alla metà del ‘44 quando gli anglo-americani, nel dare atto agli aviatori italiani della lealtà, dell’entusiasmo e del valore dimostrato, potenziarono il Raggruppamento caccia e i reparti da bombardamento con l’assegnazione di alcuni aerei di fabbricazione alleata.

 La partecipazione alla guerra

Con la dichiarazione di guerra alla Germania del 13 ottobre, i capi militari iniziarono un intenso lavoro al fine di approntare varie unità per partecipare a fianco delle forze anglo-americane alle operazioni sul territorio metropolitano. Gli Alleati, dopo un comportamento iniziale molto freddo e circospetto, acconsentirono ad autorizzare l’impiego di contingenti molto più modesti di quelli che in realtà si sarebbe potuto fornire.

La prima unità regolare dell’esercito che prese parte alla guerra fu il 1° Raggruppamento Motorizzato, un complesso pluriarma a livello brigata, al Comando del Gen. Dapino, che operò dal dicembre 1943 al marzo 1944 con una forza che passò dai 5200 uomini a 10.000. Il raggruppamento, inserito nel 2° corpo d’armata americano, ricevette il compito di conquistare le posizioni di Monte Lungo, un’altura rocciosa, priva di copertura e con scarsi appigli tattici che sbarra la statale Casilina e la linea ferroviaria Napoli-Cassino-Roma. L’azione iniziata all’alba dell’8 dicembre 1943 ebbe un iniziale successo con la conquista di q. 343 ma subì un intenso fuoco di repressione da parte dei tedeschi segno inequivocabile che il fuoco di preparazione americano era stato scarso se non addirittura nullo. Alla fine della giornata il bilancio risultò molto grave per le perdite di uomini (circa 300 tra morti, feriti e dispersi). Nonostante il successo ottenuto nella ripetizione dell’azione il 16 dicembre, il Raggruppamento su indicazione del proprio Comandante fu ritirato dal fronte per procedere al suo riordinamento. A metà gennaio del 1944 il Gen.Utili sostituì il Gen. Dapino ed il Raggruppamento venne organicamente modificato con l’inserimento di altre unità.

Il 31 marzo il Raggruppamento viene impegnato nella conquista di Monte Marrone nelle vicinanze di Cassino. L’attacco fu sferrato in piena notte dagli alpini del battaglione “Piemonte” che riuscirono ad occupare la cima. I tedeschi tentarono più volte di riconquistare la posizione perduta ma furono sempre respinti.

Il 18 aprile 44 il 1° Raggruppamento Motorizzato cessò di esistere dando vita al Corpo Italiano di Liberazione, sempre al comando del Gen. Utili. a livello Corpo d’Armata che inquadrava la divisione Paracadutisti “Nembo e due brigate, con una forza complessiva di circa 30.000 uomini. La sua caratteristica peculiare fu quella di comprendere nelle sue fila uomini di tutte le armi e specialità dell’esercito. Era rappresentata anche la Marina con il Reggimento San Marco che combattè fianco a fianco con i commilitoni dell’esercito-

Inquadrato nel X corpo d’armata britannico ed impiegato nel settore adriatico, dalle Mainarde alle Marche, liberò le città di Chieti, Teramo, Macerata, Filottrano, Jesi, Urbino, Sulmona, L’Aquila e Teramo e si attestò di fronte alle posizioni tedesche della linea gotica. Particolarmente importante fu la conquista della posizione di Filottrano da parte dei paracadutisti del “Nembo” che lasciarono sul campo oltre 300 Caduti.

Nell’estate del 44 gli alleati, che avevano dovuto inviare in Francia  cinque divisioni di quelle impegnate sul fronte italiano, decidono costituire con truppe italiane 6 Gruppi di combattimento, aventi ognuno la forza di circa 9500 uomini, articolati su due reggimenti di fanteria, uno di artiglieria, un battaglione genio e trasmissioni e minori reparti, equipaggiato con materiale britannico. Ciò comportò il ritiro dal fronte del Corpo Italiano di Liberazione in quanto i suoi reparti avrebbero dovuto essere immessi nelle nuove unità. Assistiamo alla scomparsa delle uniformi grigio-verde, all’addestramento del personale all’impiego delle nuove armi. Si dovettero superare non pochi problemi derivanti dalla diversità della lingua e dalla diffidenza dimostrata nei nostri confronti dalla Gran Bretagna: i gruppi di combattimento furono costretti ad inserire nel proprio organico un’Unità di collegamento con le forze britanniche, un vero e proprio organo di comando e controllo. Ciò avrebbe potuto infondere sfiducia ed avere conseguenze negative, invece i Gruppi affrontano il combattimento con decisione e sicurezza e si distinsero a fianco delle truppe canadesi, polacche, inglesi ed americane.

Nascono i gruppi di combattimento ”Cremona” “Legnano” “Folgore” ”Friuli” ”Mantova” e ”Piceno” che, a partire da gennaio del 1945 entrano progressivamente in linea..

Il Gruppo di Combattimento“Cremona”, al comando del Gen. Primieri dal 18 gennaio fu schierato sul tratto di fronte compreso tra le ferrovia Ravenna-Alfonsine ed il mare. Dopo aver respinto violenti attacchi sferrati dai Tedeschi fu impiegato in un’operazione offensiva che aveva come obiettivo la Torre di Primaro. Il 2 marzo il 21° rgt.f. con il concorso di altre forze e l’appoggio di artiglieria e fuoco aereo iniziò l’azione che si concluse il giorno successivo con un pieno successo. In queste operazioni si distinse un eroico ufficiale: il Capitano Luigi Giorgi, che per il valore dimostrato nelle operazioni dell’aprile 1945 venne insignito di 2 medaglie d’Oro al Valor militare e della stella d’Argento degli Stati Uniti. Il “Cremona” fu il primo a sfondare la linea gotica e nelle sue fila operò valorosamente la Brigata partigiana “Gordini”.

Nella successiva offensiva alleata liberò Adria, Chioggia, Mestre e Venezia. Il tricolore fu issato sui pennoni di Piazza San Marco la sera del 2 aprile.

Il Gruppo di Combattimento “Friuli”, comandato dal Generale Scattini dal 9 febbraio fu schierato a sud della via Emilia nel settore di Brisighella, un settore di particolare delicatezza perché si trovava all’estremità di un  saliente che offriva all’avversario la possibilità di sfondare le nostre linee, svolse quindi un’intensa attività di pattuglie e di colpi di mano che consentirono di occupare posizioni tatticamente importanti. Il 10 aprile, all’inizio dell’offensiva di primavera, superò il fiume Senio, costituendo una robusta testa di ponte. Liberò in seguito Castelbolognese e Casalecchio dei Conti. Alle 8 del 21 aprile entrò in Bologna con il gruppo di combattimento “Legnano” calorosamente acclamati dalla popolazione.

Il Gruppo di Combattimento“Folgore”, al comando del Generale Morigi dal 1° marzo sostituì nel settore Senio-Santerno la 6^ divisione corazzata britannica ed operò sin dall’inizio con un atteggiamento offensivo. Dal 10 aprile partecipò all’offensiva di primavera, scontrandosi il 19 a Case Grizzano con paracadutisti tedeschi che presidiavano l’ultima posizione che sbarrava la via verso Bologna. Fu uno dei combattimenti più duri di tutta la guerra, in quanto vedeva di fronte militari della spessa specialità: paracadutisti, tutti animati da grande spirito di emulazione, dall’ardimento e dall’orgoglio. Il “Nembo” costrinse l’avversario a ripiegare per cinque volte e nella notte del 20 aprile ad abbandonare la posizione. Legate al gruppo di combattimento “Folgore” le azioni compiuta da due reparti speciali: la centuria del “Nembo” lanciata il 30 aprile tra Poggio Rusco e Ferrara, che raggiungono Bologna e lo squadrone “F” che operò sin dall’ottobre del ’43 alle dipendenze dell’8^ armata con compiti speciali.

Il Gruppo di Combattimento “Legnano”, al comando del Gen.Utili, ultimo ad entrare in linea, deve essere considerato il veterano della guerra di Liberazione, in quanto emanazione diretta del 1° Raggruppamento motorizzato. Schierato in un settore a sud di Bologna, partecipò all’offensiva di primavera e dopo aver travolto le posizioni avversarie, incalzò il nemico in ritirata.  La sera del 20 aprile i bersaglieri del “Goito” riuscirono ad attestarsi sulle colline prospicienti Bologna ed all’alba dal giorno successivo ripresero l’avanzata verso Bologna dove entrarono di poco preceduti dai Fanti del Gruppo “Friuli”. Successivamente  raggiunse in rapida successione Brescia, Bergamo ed Edolo in Val Camonica.

I gruppi “Piceno” e “Mantova” non furono impiegati direttamente in operazioni ma ebbero il compito di addestrare i complementi per le varie armi e servizi. Gli anglo-americani chiesero infatti di mettere a loro disposizione “unità ausiliarie” da adibire al funzionamento dei servizi nelle retrovie. Si costituirono quindi reggimenti di formazione per i rifornimenti delle linee avanzate e per i lavori stradali e ferroviari, battaglioni specializzati nell’impiego di attrezzature portuali, battaglioni di polizia militare, reparti di salmerie e di autieri, officine varie per la riparazione di carri armati e mezzi ruotati, reparti del genio per la bonifica di campi minati. Tali unità furono raggruppate in otto divisioni ausiliarie, per un totale di 200.000 uomini.

 La Regia Marina riuscì a far raggiungere dal 65% della flotta le basi previsteoperò nell’Atlantico, nell’Oceano Indiano, nel Mar Rosso e nel Mediterraneo eseguendo un gran numero di missioni belliche, scorte a convogli, trasporti di materiale e personale, dragaggio di mine. Sorvegliò inoltre le coste occupate dai tedeschi, sbarcando e recuperando informatori e arditi incursori, salvando persone soggette a rastrellamento.

La Regia Aeronautica, con il recupero del materiale abbandonato in Africa Settentrionale e quello concesso dagli alleati costituì tre raggruppamenti: caccia, bombardamento e trasporto, idro. L’attività fu concentrata prevalentemente in Balcania a sostegno della divisione “Garibaldi”.

L’Arma dei Carabinieri partecipò alle operazioni inquadrata nei vari Reparti regolari delle Forze Armate, nelle formazioni partigiane e continuò ad espletare i loro compiti istituzionali su tutto il territorio nazionale.

La Guardia di Finanza si trovò anch’essa impegnata nella Guerra di Liberazione: Il I battaglione mobilitato a Cefalonia, il VI battaglione nei  Balcani con la divisione “Garibaldi”, le unità navali alle dipendenze della Marina operarono con coraggio e determinazione meritando decorazioni al Valor Militare. Sul territorio nazionale molti Finanzieri si posero a fianco dei Comitati di Liberazione Nazionale, mentre a Milano un reggimento di formazione agli ordini del Col. Malgeri preparò un piano per l’insurrezione che si tradusse nella notte del 26 aprile nell’occupazione della prefettura, del municipio, del palazzo della Provincia e della stazione dell’EIAR.

Un più vasto impiego di truppe italiane sarebbe stato certamente vantaggioso per l’economia generale della guerra. L’impiego sui costoni ripidi e scoscesi e sulle impervie vette degli Appennini di fanti ed alpini avrebbe agevolato notevolmente l’avanzata degli alleati, meno idonei per mentalità e per mezzi in dotazione ad operare in zone montane.

 La partecipazione alla Resistenza

Le Forze Armate diedero un importante contributo alla Resistenza. Le fonti ufficiali calcolano che oltre il 60% dei partecipanti alla lotta armata è composta da militari o ex-militari. Si possono dividere in due grandi blocchi: il primo è costituito dai militari che danno vita al Fronte Clandestino della Resistenza di Roma e di altre località, il secondo è rappresentato dai militari che partecipano alla Resistenza nelle diverse formazioni dell’Italia settentrionale, da quelle autonome a quelle politiche, negli organi clandestini,  nelle missioni di collegamento e negli organi informativi

Dei 70.000 Caduti ben 47.500 sono militari. Delle 365 Medaglie d’Oro concesse nel periodo 1943-45, 229 sono attribuite a militari che operano nelle formazioni partigiane (191 dell’esercito – 18 della marina – 20 dell’aeronautica).

 La Resistenza dei Militari Internati

I militari italiani catturati o caduti in mano nemica dopo sfortunati combattimenti furono condotti nei campi di concentramento tedeschi. Si tratta di 14.000 ufficiali e 600.000 tra sottufficiali e soldati che, a causa del mancato riconoscimento da parte della Germania del governo del sud, vennero considerati internati e non prigionieri di guerra affinchè non potessero invocare l’applicazione delle garanzie giuridiche. Affrontarono con fermezza le più avvilenti condizioni di vita. Resistettero alle proposte di entrare a far parte dell’esercito tedesco e di quello della repubblica sociale, a intimidazioni e ad ogni tipo di propaganda, mantenendo intatta la loro dignità umana e la loro fierezza di soldati e rimanendo fedeli al giuramento prestato.

Circa 40.000 internati morirono nei campi di prigionia per gli stenti, i disagi, la tubercolosi ed i maltrattamenti. Circa 200.000 rimasero invalidi.

Prima di giungere alla conclusione vorrei ricordare due luminose figure di militari Medaglie d’Oro al Valor Militare che, pur non essendo impegnati direttamente nella Resistenza non esitarono a sacrificare la loro vita per salvare quella di innocenti.

Il Vice Brigadiere dei Carabinieri Salvo d’Acquisto ed il Maresciallo della Guardia di Finanza Vincenzo Giudice si autoaccusarono di due attentati, i cui autori, pur consapevoli che la rappresaglia nazista avrebbe colpito le popolazioni locali, non si presentarono alle autorità tedesche.

Il sacrificio di Giudice purtroppo non servì a convincere i nazisti ed il sottufficiale fu ucciso insieme alla moglie, alla figlia e ad altre 69 persone, la maggior parte delle quali bambini ed adolescenti.

Tutto quanto descritto costituisce una sorta di riscatto dopo i tragici avvenimenti del settembre-ottobre 43 che pesano ancora oggi come un macigno nella memoria collettiva di tutti gli Italiani col suo codazzo di umiliazioni, di sciagure, d’irreparabili danni materiali e morali. Lutti ed umiliazioni non furono risparmiati al nostro popolo né dal vecchio, infido alleato né dal miope e sprezzante vincitore e sotto quei colpi tremendi, inferti senza umanità e senza ragionevolezza, parve che l’unità nazionale, faticosamente raggiunta appena ottanta anni prima, dovesse sfaldarsi. Ma non fu così. Il popolo italiano trovò nell’immensità della catastrofe la forza di reagire e le Forze Armate furono ancora una volta alla testa della rinascita d’Italia.

Rivolgiamo quindi il nostro pensiero ed il nostro ringraziamento ai Militari Italiani, che a vario titolo hanno partecipato alla Guerra di Liberazione con sacrificio, coraggio, abnegazione. Agli  87.000 Caduti; ai feriti e mutilati che hanno sopportati dolori immani e portano ancora oggi sul loro corpo i segni delle sofferenze.

Tutti loro ci consentono oggi di vivere in un’Italia sicuramente afflitta da molti problemi ma che può godere di un privilegio impagabile: la democrazia.

Non dobbiamo mai dimenticarlo!

Viva le Forze armate

 

Viva l’Italia