Francesca Giammò. I Carabinieri ed i Lager nazisti

  

I CARABINIERI ROMANI E I LAGER NAZISTI

 

Il disarmo, la cattura e la deportazione di più di duemilacinquecento carabinieri in servizio a Roma, il 7 ottobre 1943, deportati nei lager nazisti in Germania e in Polonia è uno degli avvenimenti maggiormente dimenticati, che caratterizzarono l’occupazione tedesca di Roma.

Di tale avvenimento, nonostante se ne abbia notizia già nei diari e nelle memorie dell’epoca e nonostante sia un fatto direttamente connesso e  precedente la razzia del ghetto di Roma e la deportazione degli ebrei del 16 ottobre 1943, si è perduto il ricordo per molto tempo e anche gli storici hanno faticato molto a riconnetterlo alle vicende del periodo.

Anche sul numero di militari deportati non si ha una stima certa.

Secondo i documenti dell’ufficio storico dell’Arma dei Carabinieri, ad essere deportati da Roma verso le stazioni di Trastevere e di Ostiense  furono ventotto ufficiali, trecentoquarantadue sottufficiali, cinquecentosessantuno carabinieri e centocinquanta allievi per un totale di millecinquecento uomini. Il generale Caruso, Medaglia d’Oro al Valor Militare per l’opera svolta al comando delle formazioni partigiane dei Carabinieri e per il comportamento eroico, sebbene non più in servizio, tenuto di fronte all’invasione dell’Italia in seguito all’armistizio del 1943,  parla, però, di mille deportati, cioè un quinto dei militari dell’Arma presenti a Roma.

Le fonti tedeschi, invece, parlano di duemilacinquecento prigionieri.

A differenza di altri avvenimenti che hanno coinvolto i Carabinieri, questa vicenda è caduta nell’oblio, finché l’intero episodio non è stato quasi del tutto rimosso dalla memoria pubblica nazionale.

I carabinieri deportati furono costretti ai lavori forzati nelle industrie belliche tedesche, a causa della mancata applicazione della Convenzione dell’Aja del 29 luglio 1899, della IV Convenzione dell’Aja del 18 ottobre 1907 e della Convenzione di Ginevra del 27 luglio 1929.

Le ragioni di questo oblio e dello scarso interesse mostrato dalla storiografia sulla vicenda sono connessi a fattori di ordine culturale e politico e soprattutto alle modalità con la quale sono stati ricostruiti nella memoria pubblica nazionale le guerre e la resistenza nel periodo post bellico.

Alcuni credono che l’esempio dei militari italiani internati nei lager nazisti, richiami a un passato scomodo che si vuole dimenticare, quello delle guerre di aggressione fasciste.

Essi vengono dimenticati dalla narrazione pubblica, poiché vengono percepiti come delle figure inermi, deboli, come dei simboli di un passato che si vuole dimenticare e che non può essere incluso nei riti celebrativi  e vittoriosi della lotta partigiana, tipica del dopoguerra.

Queste politiche della memoria avranno molta influenza nel condizionare le modalità di elaborazione del vissuto traumatico di chi è stato internato, a seguito del rimpatrio saranno molti che sceglieranno di non parlare, attivando quelle omissioni, quel non detto, tipico di chi comprese di non poter essere recepito come simbolo della nuova Italia, che proprio in quegli anni stava riformando una propria identità sulla lotta antifascista.

Molti carabinieri entrarono nelle fila della resistenza, prestarono un notevole contributo agli alleati e alle formazioni partigiane di Roma, svolgendo attività di sabotaggio e di informazione sugli obiettivi militari da colpire.

Dopo l’8 settembre 1943 i Carabinieri di Roma subirono un vera e propria caccia all’uomo, paragonabile a quella che subirono gli ebrei, i clandestini, i soldati incerti su cosa fare dopo l’armistizio e i renitenti alla leva, tanto da esporre al rischio di vita e alla condanna di sovversivismo i civili che decisero di aiutarli ospitandoli.

I Carabinieri che riuscirono a sottrarsi alla cattura con la fuga o abbandonando le caserme, furono costretti a vivere nascosti, allo sbando, sfamati e vestiti dai romani che dimostrarono solidarietà nei loro confronti.

I Carabinieri non essendo venuti meno al loro giuramento di fedeltà al Re, neppure dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre e la fuga di Vittorio Emanuele III, del governo Badoglio e del collasso degli alti comandi dello Stato maggiore generale, responsabili di aver abbandonato il paese a se stesso e di lasciare lo stesso esercito allo sbando, vennero considerati dai tedeschi come dei nemici.

Come avvenne a Napoli, ma anche a Roma, i Carabinieri affiancarono la popolazione civile nei duri combattimenti per la difesa delle città contro la divisione SS tedesca.

Erano accusati dai fascisti di aver arrestato Mussolini, destituito per ordine del re il 25 luglio 1943 a seguito della decisione del Gran Consiglio del fascismo. I carabinieri tennero il duce in custodia in varie località fino a quando non fu liberato dai paracadutisti tedeschi della Student.

Per i nazisti, in particolar modo per il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, comandante della polizia tedesca, il disarmo e il trasferimento dei Carabinieri, che insieme con la PAI e gli agenti di PS svolgevano funzioni di ordine pubblico, era essenziale per mettere in atto, in tutta tranquillità, senza possibili sabotaggi, il rastrellamento del ghetto di Roma e la deportazione degli ebrei.

Per ordine del Ministro per la Difesa Nazionale, maresciallo D’Italia Rodolfo Graziani, con ordine datato 6 ottobre 1943, i Carabinieri  vennero consegnati ai nazisti dal generale di brigata Casimiro Delfini.

Secondo un documento ritrovato presso l’Ufficio storico del Arma dei Carabinieri, Graziani dispose misure drastiche per attuare con successo le operazioni di disarmo e di cattura dei Carabinieri. In caso di disobbedienza all’ordine di disarmo erano previste esecuzioni sommarie e arresti delle rispettive famiglie.

Gli alti comandi politici e militari del governo della Repubblica Sociale attuarono una strategia caratterizzata da una guerra terroristica e preventiva, a carattere intimidatorio e dimostrativo, così come erano soliti fare le truppe occupanti tedesche.

Secondo le testimonianze, oltre al senso dell’onore per la divisa che i  Carabinieri indossavano, furono proprio le minacce di ritorsione contro le famiglie ad avere impedito qualsiasi tentativo di resistenza.

La consegna dei Carabinieri ai tedeschi venne preceduta dalla spoliazione delle armi, la cosa più disonorevole per un militare e per giunta, per mano degli stessi ufficiali e della PAI, cioè di altri italiani, di paracadutisti tedeschi e di camice nere dei battaglioni di Mussolini, che circondavano gli edifici delle caserme, un vero e proprio tradimento.

Tale avvenimento venne raccontato dal maggiore dei carabinieri Alfredo Vetusti, che nelle sue memorie scrisse: “Affamati, con le uniformi a brandelli, avviliti nella carne e nello spirito, ci era stato tolto anche il conforto di aver ceduto in combattimento con le armi in pugno, perché il giorno della caduta fummo fatti cadere in un tranello tesoci dai tedeschi e dai non meno crudeli repubblichini. Eravamo un ingombro, un ostacolo per i nazifascisti, eravamo testimoni da eliminare, eravamo l’unica protezione per le popolazioni avvilite e stanche e decisero di disfarsi di noi“.

I carabinieri erano frastornati dalla passività e dall’arroganza dei comandanti e degli ufficiali superiori, che si erano dimostrati incapaci di saper gestire la situazione politica, creatasi con la caduta del fascismo e che si palesavano ancora fiduciosi nella lealtà dell’alleato tedesco. I militari italiani erano vittime, disorientati, abbandonati a se stessi.

In un’altra testimonianza venne affermato che: “Il vile tradimento dei nostri superiori mi ha fatto di portare a questa vita. Predicavano ogni giorno di non abbandonare il popolo poiché i Carabinieri erano i soli rimasti in piedi in noi il popolo aveva fiducia… Ci  prospettavano che in caso di pericolo ci avrebbero dato un allarme invece all’ultimo momento c’hanno sacrificato nel modo più vile“.

I superiori furono accusati di passività generale, non si trattava solo di una mancanza di direttive dal vertice, ma anche di una cultura di deresponsabilizzazione, di rassegnazione e di stanchezza di fronte alle sorti del conflitto.

I carabinieri romani si batterono spontaneamente contro i tedeschi, senza un piano generale.

Il maresciallo Sabatini della Legione Lazio descrisse il disarmo e la cattura a cui fu sottoposto: “alle 7,15 del 7 settembre tutti vengono adunati nella mensa. Militari tedeschi armati di armi automatiche entrano in caserma, ispezionano tutto e bloccano le porte di uscita. Se vi saranno tentativi di rivolta saranno repressi nel sangue. Ultimato il versamento delle armi, giungono in caserma alcuni autocarri e i tedeschi armati impongono di salirvi. Allora i militari, sentitisi in trappola, corrono verso le uscite che però sono vigilate da sentinelle tedesche. Verso le 22,30 i rastrellati vengono caricati su autocarri, scortati da motociclisti, e trasportati alla stazione ferroviaria di Roma Ostiense e Roma Trastevere dove vengono fatti salire su carri merce”.

Il treno restò fermo per diverse ore in una stazione deserta. I Carabinieri vennero lasciati per lunghe ore sotto il sole, i carri divennerò delle fornaci, quando il sole andò via, iniziarono a soffrire il freddo, oltre alla fame, alla sete e a sentire la necessità di bisogni corporali.

Il maggiore Sabatini raccontò: “nell’interno dei vagoni sì soffrono pene infernali per l’ambiente ristretto ed inquinato dai respiri affannosi e dalla polvere della paglia tritata fino all’impalpabile. Ogni tanto le porte dei vagoni vengono aperte per dare sfogo ai nostri bisogni lungamente trattenuti tanto che qualcuno ha dovuto adoperare a mo’ di vaso la gavetta o qualche barattolo vuoto e addirittura le mutande per buttarli via quando finalmente si decidono ad aprire il portellone”.

Le testimonianze, caratterizzate da ricordi legati alla sofferenza, alla sporcizia, al freddo e alla fame, non risparmiarono episodi duri nei confronti dei prigionieri durante le soste verso la Germania.

Le sentinelle tedesche gridavano e insultavano gli italiani, attuavano atti di violenza fisica e psicologica, come scrisse il generale Filippo Caruso: “A sera fummo caricati in treno ed agganciati ai carri bestiame che già racchiudevano gli ufficiali della divisioni Piave e, fra raffiche di mitra, partimmo. Durante una fermata alla stazione Portonaccio poté sfuggire il maggiore Pompei che disponeva di un abito civile… Da quel momento la sorveglianza tedesca divenne feroce e ci fu impedito anche di muoverci e di ricevere soccorsi dalle Dame della Croce Rossa che alle stazioni tentavano di offrirci pane e frutta. A Tarvisio fummo caricati su carri bestiame e non ci fu più dato da mangiare né permesso di scendere dal vagone per attendere alle nostre necessità. Sì tremava dal freddo e dalla fame, fu negata anche l’acqua da bere e il soccorso agli ammalati che specie tra gli ufficiali della Piave erano numerosi. Gli ufficiali gareggiavano con i soldati nel depredarci e dividersi con i soldati la roba a noi tolta. A Meppen cominciò la terribile Odissea dei più crudeli maltrattamenti fisici e morali che indussero molti di noi più tardi ad aderire, ad accettare cioè il lavoro offerto dai tedeschi pur di sottrarsi alla morte per fame e ad una vita in felicissima“.

Durante le soste alle stazioni si incontrava molta gente disposta ad aiutare i soldati italiani, offrendogli mangiare e dandogli da bere.

I tedeschi, però, picchiavano gli ammalati, coloro che cadevano a terra per sfinimento venivano fatti rialzare con calci e pugni, tutto accompagnato dagli insulti e sputi di donne, uomini e anche ragazzini tedeschi accorsi a vedere i prigionieri.

Il capitano Tenuta descrisse il suo arrivo alla stazione di Meppen: “al campo la popolazione civile ci sputava addosso mentre i ragazzini lanciavano sassi”.

Il primo impatto dei militari italiani con i lager fu drammatico. I campi di internamento erano dei sofisticati luoghi di detenzione fisica ed isolamento dal mondo esterno, i luoghi della memoria, in cui avveniva l’azzeramento di ogni condizione umana, sociale e gerarchica.

Questa dimensione rimase ben fissa negli ex internati, a distanza di molto tempo dagli avvenimenti, vivevano ancora l’annichilimento del corpo e della personalità e si ricordavano le angherie, le percorse e i maltrattamenti inflitti dai nazisti nei campi.

Molti racconti sulla prigionia hanno inizio proprio con la descrizione degli abusi fisici, del primo impatto con la camerata e con i dormitori pieni di sporcizia, maleodoranti, scomodi e promiscui, dove si sentivano di notte gli altri compagni imprecare contro i capi militari.

Per la maggior parte degli internati furono i semplici elementi visivi dei lager a rimanere impressi nella memoria, non è raro che il ricordo prenda le mosse da un filo spinato, elemento caratteristico dei campi, limite con il mondo libero e minaccia di morte continua, preavviso della fucilazione per chiunque lo toccasse anche solo accidentalmente.

All’interno del campo si trovava un sistema di vigilanza caratterizzato da una serie di torrette, della quali era possibile controllare l’intera aria interna, illuminata da un riflettore di notte.

Le baracche, in cui dormivano gli internati, erano luoghi promiscui affollati, bui, non riscaldati, senza lavabi e servizi igienici, con letti ammucchiati in due o tre piani, fatti di tavolati duri, spesso da condividere con i compagni di prigionia.

Il carabiniere Paolo Colonna scrive: “Durante il periodo di internamento fui sottoposto, sia al posto di lavoro che nel lager, a vessazioni di ogni tipo – botte, insulti, minacce – in quanto come Carabiniere ero considerato un traditore perché in Italia i Carabinieri avevano arrestato Mussolini su ordine del re. Senza tener conto che l’alimentazione era ai limiti della sopravvivenza. Tra il Comune di Coswitch e quello di Wittemberg, c’era un forno crematorio dove venivano eliminati i malati del lager e comunque tutti quelli che non potevano essere utilizzati per il lavoro coatto. Il forno si trovava a circa 3 km dal lager… I morti venivano caricati su un carro trainato da due grossi cavalli condotti da un civile tedesco. Il compito, invece, di caricare e scaricare i cadaveri era attribuito agli internati militari italiani, a turno. Il sottoscritto, in due anni, lo ha compiuto, dopo il turno di lavoro in fabbrica, cinquantasei volte. Una volta dopo averli scaricati sul prato antistante il forno crematorio, chiesi all’ufficiale delle SS di poter prelevare il piastrino di riconoscimento che ogni militare aveva l’obbligo di portare con sé. Ma fu vietato con la minaccia di fare la stessa fine“.

Per quanto riguarda le operazioni iniziali, caratterizzate dall’immatricolazione, dalla presa delle impronte digitali e dalla fotografia degli internati ci sono poche descrizioni.

Diversamente dagli episodi caratterizzati da frequenti appelli diurni e notturni, con interminabili ed estenuanti adunate sotto la pioggia o nella neve, in mezzo al fango o nella polvere delle torbiera e delle cave. Adunate che si protraevano per ore con la scusa che la conta non tornava e che venivano viste come un tentativo di indebolire i prigionieri a livello psicologico e fisico, debilitandone la resistenza. Drammatico é ricordare le punizioni inflitte ai compagni di prigionia per il non rispetto delle regole di disciplina o per gli eventuali tentativi di fuga.

Gli orari di lavoro erano di quattordici ore. Coloro che fuggivano venivano immediatamente ripresi e uccisi, nei casi di maggiore indulgenza venivano bastonati per due giorni consecutivi, terminati i quali venivano attaccati, nudi, ad un palo nel cortile. Un’altra punizione alternativa era quella di essere chiusi in un buco nel muro, tale buco non era altro che un piccolo armadio a muro nel quale poteva entrare a stento una sola persona. Il prigioniero rimaneva chiuso per tre giorni senza mangiare e senza poter usufruire dei servizi igienici. Uscivano da questa punizione estenuati e inebetiti.

A molti militari italiani venne offerta la possibilità di evitare la prigionia arruolandosi nelle SS o aderendo all’esercito della RSI, con la garanzia di migliori condizioni di vita e con la promessa di tornare in patria. La maggior parte di loro rifiutò e si oppose a questa forma di ricatto morale. Molti tornarono ad esprimere la loro lealtà verso il governo Badoglio, l’unico considerato legale, e molti provarono sdegno per i superiori che avevano disertato la lotta contro i tedeschi. Per chi aveva giurato fedeltà al re resistere ad ogni costo alle lusinghe, al rischio di morte e alle sofferenze diventava un punto d’onore. Molti militari anziché aderire alla Repubblica sociale preferirono la prigionia nei lager tedeschi, andando incontro molte volte alla morte.

Il corpo degli internati subì una repentina e costante trasformazione, caratterizzato da una perdita brusca di peso in pochi mesi e da un deperimento organico. Le piaghe, i pidocchi, i lividi, la perdita dei denti, i dolori alle ossa, distrussero sempre di più gli internati. Il cibo giornaliero era ben lontano dal coprire il fabbisogno calorico medio di un individuo adulto cosicché, gli internati furono costretti a cibarsi di bucce di patate, radici, erbe e resti di verdure trovati fra i rifiuti. Lo stato di deperimento fisico, depressione portarono ad avere un’anoressia nervosa che provocò a molti una vera e propria alterazione mentale.

Il peso medio degli internati era di 35-40 kg. Essi avevano una serie di malattie infettive e non, dovute molte volte ad una carenza di vitamine e di proteine, come la TBC e il tifo esantematico, tutte malattie che conducono alla morte.

I prigionieri italiani erano indotti a cedere con la fame, il freddo, le umiliazioni, la nostalgia, la mancanza di libertà, l’assenza di medicinali, le malattie, l’assenza di igiene e le percosse improvvise, molte volte utilizzando cani lupo.

Molti venivano uccisi a percorse per essersi rifiutati di eseguire gli ordini dei tedeschi o per aver tentato di prendere del cibo nel magazzino delle scorte. La mattina se qualcuno non riusciva ad alzarsi dal letto, a causa della debolezza del proprio fisico, gli altri dovevano assistere alla doccia punitiva, una doccia con acqua gelida, nel piazzale, davanti a tutta la camminata.

“Con il passare del tempo sempre più frequentemente si verificava che qualcuno, alla sveglia del mattino per andare al lavoro in fabbrica non avesse più la forza fisica sufficiente per alzarsi. Risultando assente all’immancabile appello, quindi, veniva immediatamente raggiunto nella stub da due sgherri tedeschi che, senza accettare giustificazioni al mancato adempimento (era consentito rimanere nel lager soltanto se si aveva una temperatura corporea superiore ai 39 gradi), a forza di colpi sul corpo con il calcio del fucile lo costringevano ad alzarsi ed a seguirli fino alla vasca in mezzo al piazzale, anche se il poveretto doveva trascinarsi con l’aiuto delle mani. Veniva costretto mediante i colpi al corpo con calci del fucile, ad alzarsi con il supporto delle mani in terra, doveva seguirli verso il piazzale di fronte alla vasca. Qui veniva spogliato degli stracci che aveva in dosso e messo sotto un apposita doccia, detta appunto doccia punitiva, naturalmente fredda, situata nei pressi della vasca e lasciato sotto quella gelida acqua che quasi sempre provocava nel derelitto una fuoriuscita di sangue dalla bocca. A quel punto veniva lasciato al suo destino che in breve tempo risultava sempre lo stesso: la morte“.

Nell’estate del 1944 in seguito a degli accordi sulla smilitarizzazione, la qualifica di militare internati venne cambiata in liberi lavoratori civili, destinando i soldati italiani all’utilizzo forzato come manodopera nelle industrie di guerra tedeschi. Tale esigenza nacque dall’inaspettato prolungamento del conflitto e dal conseguente esaurimento della manodopera tedesca e all’utilizzo efficiente dei prigionieri dei campi di concentramento. Molti prigionieri vennero picchiati per giorni al fine di costringerli a firmare il contratto di lavoro con il vincolo di servire il Reich.

Per i militari italiani che ebbero la fortuna di ritornare in patria, il momento del ritorno e dell’impatto con la realtà del rimpatrio costituirono dei nodi centrali nell’intera vicenda di prigionia.

Un passaggio che evocò non solo immagini di emozioni gioiose per la restituzione della libertà, ma anche il ricordo delle sofferenze di nuovi pericoli da affrontare, dell’amaro trattamento degli eserciti liberatori e dell’ansia del presagio di non poter ritornare a casa con facilità. È proprio questa sfiducia che influenzerà in maniera più radicale la costruzione della memoria e i successivi processi di rimozione. Il paese che si ritrovava non corrispondeva più all’Italia che si era lasciata al momento della partenza. Anche l’impatto con la realtà familiare e sociale di origine, sconvolti dalla guerra, si rivelò doloroso. Gli ultimi chilometri che separavano da casa sono per molti dei momenti di sconforto e di angoscia, che non potevano essere alleviati dalla festa del ritorno e dal ritrovamento di paesaggi familiari. Delusioni, amarezze, incomprensioni e rifiuti avvengono sia dentro che fuori la cerchia familiare e contribuiscono ad approfondire in molti i segni del dolore per la prigionia vissuta. Il disagio maggiore venne però dall’impossibilità di comunicare appieno il dolore dell’esperienza della prigionia, il senso di impotenza che si provava nel non essere creduti e il sentirsi derisi.

L’esperienza dei lager per i militari italiani fu una lotta per la sopravvivenza, una lotta per non venir meno ad un impegno preso con la propria coscienza, condizione che li porterà a essere nemici dichiarati dei nazisti.

C’è chi venne sottoposto con oltre quindici gradi sotto lo zero, completamente nudo, a getti di acqua fredda, chi venne rinchiuso per oltre venti giorni in una baracca insieme con altri prigionieri colpiti da tifo petecchiale, a chi furono asportate le unghie delle dita di entrambe le mani per non aver voluto sottoscrivere l’adesione alla RSI, chi venne lasciato per dieci giorni senza mangiare e senza bere.

Torture e vessazioni vennero subite da tutti coloro che fecero propaganda attiva nei campi per impedire che i compagni aderissero.

In quel contesto, in cui ci fu la distruzione di tutti i valori, il tradimento vergognoso, il giuramento dei Carabinieri rappresentava l’unica possibilità loro rimasta per dire “sono libero, sono ancora un uomo, sono italiano“. A questo giuramento si aggrappavano con tutte le loro forze e rischiavano la vita pur di non tradirlo.

I nazisti per assicurare le famiglie italiane che avevano i loro congiunti nei lager pubblicavano dei giornaletti propagandistici in cui diffondevano la voce di aver preso sotto la loro protezione i soldati italiani, di aver accolto questi soldati con la massima e benevola considerazione, assicurando loro retribuzioni favorevoli e un’abbondante alimentazione.

Gli italiani nei campi di concentramento erano privati dello status di prigionieri di guerra e dell’assistenza della Croce Rossa Italiana, non godevano di nessuna protezione. A differenza dei prigionieri di guerra francesi, belgi, olandesi e americani che oltre ad essere vestiti decentemente, venivano ben nutriti.

Ciò che colpisce leggendo i vari diari che sono stati trovati sull’internamento è che i militari italiani abbiano trovato la forza per non collaborare con i tedeschi nei loro ricordi scolastici, nei ricordi degli eroi del Risorgimento, nelle guerre di indipendenza contro l’Austria e nell’Inno di Italia.

Nonostante il lager fossero un mondo chiuso senza porte e senza finestre le informazioni circolavano lo stesso, i Carabinieri internati conoscevano gli avvenimenti militari quasi prima dei loro carcerieri tedeschi, grazie alle radio clandestine, che gli italiani erano bravi a costruirsi quasi dal nulla. La resistenza degli italiani era alimentata dalla speranza che la guerra potesse concludersi favorevolmente per gli alleati e che il loro comportamento di non collaborazione con i tedeschi fosse noto anche in Italia e che potesse essere portato sul tavolo delle trattative delle condizioni di pace.

In ogni momento i tedeschi cercavano le radio clandestine, schiudevano i pavimenti delle baracche, aprivano i buchi nei muri, salivano sui tetti. L’occultamento di una radio era considerato un reato gravissimo, parificato ad un attentato al Reich.

Ogni notte le radio venivano smontate, i pezzi separati e nascosti.

Dopo l’8 settembre, i Carabinieri essendo sia un corpo di polizia e sia una forza combattente, erano tormentati dall’obbligo di una scelta. Dovevano abbandonare il servizio per non cedere a compromessi con i tedeschi o dovevano restare per dare aiuto alle popolazioni cercando di sottrarsi ai comandi più odiosi?

Tale dilemma portò molti carabinieri ad abbandonare e a fare richiesta di congedo per trovare una giustificazione legale al loro allontanamento, altri passarono alle formazioni di bande armate partigiane, altri ancora andarono nel fronte militare clandestino dei Carabinieri fondato a Roma dal generale Filippo Caruso. Ognuno scelse per proprio conto dove collocarsi, da parte dei vertici dell’Arma non ci furono ordini precisi.

La maggior parte dei Carabinieri internati restarono fedeli al loro giuramento.

La RSI sin dai primi mesi della sua costituzione cercò di assoggettare ai suoi voleri l’Arma dei Carabinieri, ma nelle piccole stazioni disseminate sul territorio i Carabinieri decisero di rimanere al loro posto, consapevoli delle difficoltà, ma continuando ad ubbidire istintivamente al richiamo del dovere, per non abbandonare le popolazioni al disordine e al caos.

A Roma, invece, dal 7 ottobre 1943 i Carabinieri scomparvero dalle caserme e vennero sostituiti dai militi della PAI. La gran parte dei carabinieri che riuscì a sottrarsi con la fuga dalla deportazione si organizzò immediatamente in bande. Filippo Caruso, che in quel momento si trovava in pensione, per evitare il pericoloso fenomeno dello sbandamento fondò subito il FMCR dei Carabinieri.

La società di oggi è caratterizzata da una crisi di valori. Essi non nascono dal nulla, non si improvvisano dall’oggi al domani.

I valori prendono origine dalla conoscenza del passato.

Se il passato non si conosce, ci si sente figli solo del presente, e non si ha in mano nessuno strumento per costruire la propria identità di persone e di popolo. Tali eventi, come quello della deportazione dei Carabinieri romani, devono essere portati alla conoscenza dei cittadini, poiché appartengono alla storia del nostro paese e fanno parte del nostro patrimonio morale e civile.

E che di questa esperienza nulla dovesse andare perduto lo aveva già intuito il generale Filippo Caruso che, nel maggio del 1944, aveva anticipato quale sarebbe stato e qual è stato il ruolo dell’Arma nella nuova Italia democratica: “con le qualità che furono la gloria del Carabiniere di ieri, dopo il martirio, la sofferenza, l’umiliazione, la delusione e l’esperienza di questa tragedia, il carabiniere di domani non potrà, non dovrà essere il carabiniere di una casta ma il carabiniere del popolo“.

I carabinieri hanno vissuto sulla loro pelle la sofferenza umana, tutto testimoniato dai loro pensieri presenti nelle lettere, nei diari, nelle memorie, nei documenti dissecretati.

La storia di ieri non si può cancellare, ma si può evitare che si ripeta. Per non restare vittima degli stessi inganni le generazioni future devono conoscere il passato, e quindi la storia. “Essa insegna che è un alleato troppo potente diventa un padrone, che le guerre non accadono per fatalità ma per volontà degli uomini e quindi per evitarle basta non volerle… Cosicché il comportamento più giusto e intelligente è quello di rifiutarle per principio“. (N. Della Santa, memoria storica e scelte del presente, in AA.VV, I militari italiani internati dai tedeschi).

La nostra Costituzione rifiuta la guerra. L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra, non la considera un mezzo naturale per risolvere le controversie internazionali.

Esse devono essere risolte con operazioni di pace, in condizioni di parità con gli altri Stati, con l’appoggio di organismi internazionali.

L’obiettivo di questo lavoro è quello di guardare l’Arma dei Carabinieri in un’ottica particolare, che dia conto della molteplicità delle sue caratteristiche e dell’eterogeneità dei suoi compiti, ma che faccia emergere, soprattutto, la sua dimensione più intima e forse meno conosciuta.

L’Arma dei Carabinieri presenta una dimensione profondamente umana che accompagna e guida la realtà italiana oggi come al momento della sua nascita.

Essa si presenta continuamente rinnovata pur mantenendo inalterata la sua essenza.

All’interno dell’Arma dei Carabinieri esiste un duplice processo, la conservazione delle tradizioni e il rinnovamento continuo dell’organizzazione stessa.

Ciò che resta inalterata ed immutata nel tempo è l’essenza della Benemerita, che mantiene inalterati i suoi compiti, i suoi valori e i suoi ideali, ma che si rinnova continuamente nelle modalità per raggiungere questi suoi obiettivi e per assolvere ai suoi doveri. Ma non è solo l’intero Corpo che partecipa a questo processo, anche  i suoi singoli rappresentanti ne sono parte attiva.

Ciascun Carabiniere mantiene i propri valori umani, ma lo fa inserendosi in quel lento ed inevitabile processo di trasformazione della società e della cultura moderna, valori che i Carabinieri romani internati nei campi nazisti hanno difeso con tutte le loro forze, sacrificando molte volte la loro stessa vita e felicità.

 

Francesca Giammò.

capitano dei Carabinieri