III – Roma

  

Roma con la mirabile organizzazione militare che servirà d’esempio nei secoli, usò ricompense per premiare i suoi magnifici soldati.

Rimangono infatti a noi ricche documentazioni di usi e di distintivi in proposito. Consultando l’Eneide, troviamo nel libro V, che, nel descrivere la premiazione delle gare celebrate in onore di Anchise, si parla di corone e di monili d’oro ritorto che, girando sul collo, cadono fino al sommo del petto (sarebbero precisamente i collari delle decorazioni in uso ai nostri giorni) ed in quest’affermazione non vi è niente di straordinario se si ricordano gli usi degli Etruschi e dei popoli dell’Asia minore, sebbene pare che tale monile venga ai Romani dai Galli.

Nel libro VII Virgilio celebra Aventino «insigne d’una palma» donde sembrerebbe esser questo un segno d’onore per qualche vittoria riportata. Qui però si deve ricordare che siamo nel IX secolo avanti Cristo, e che Svetonio ci dice come solo nel 461 per la prima volta venisse assegnata, ai vincitori dei giuochi, una palma, «il qual costume – continua lo scrittore – è stato importato dalla Grecia». Da ciò possiamo dedurre che o Virgilio voleva indicare col nome di palma semplicemente una vittoria, oppure attribuiva ai primi abitanti del Lazio usi di tempi posteriori.

Nel libro IX poi, troviamo una eco dei poemi omerici, quado offrendosi Eurialo e Niso per la loro gloriosa impresa, Enea e altri generali commossi ed ammirati per tanta audacia offrono agli  eroi partenti spade ed elmi, promettendo loro al ritorno perfino l’armatura di Turno, quando questi venisse battuto. Interessate in questo episodio, è l’accenno agli «ornamenti di Ramnete» presi da Eurialo, che molti credono si tratti di vere e proprie insegne d’onorificenze, forse perchè Virgilio dice «di questi Eurialo s’impossessa ed i forti omeri si orna». Questo breve cenno basti per  l’Eneide e passiamo ad altre fonti.

Dati i vari modi in uso a Roma per premiare i soldati valorosi e l’impossibilità di compilare una precisa cronistoria, cercheremo, procedendo per tentativi, di stabilire l’origine di ogni diversa ricompensa.

Rileviamo anzitutto che per premiare i valorosi esistevano: le corone; i torques o collari; le phalerae o dischi di metallo da porsi sulla corazza (e cioè le moderne placche degli ordini equestri); le armillae o bracciali; i cornicula o ciondoli da applicarsi ai lati dell’elmo; l’asta o arma d’onore; i premi vari in denaro o in terreni; l’iscrizione nell’ordine degli equites; le cariche onorarie; ed infine l’ambitissima ricompensa per i generali romani: il trionfo.

Abbiamo già determinato le probabili origini della corona e constatato come il suo uso venne a Roma attraverso l’Etruria. Tale distintivo era il più comune tra i premi destinati ai militi e ve n’erano di diverse specie a seconda dell’azione da onorare. Non vi è intanto da dubitare sul carattere di ricompensa militare della corona. Ce ne dà conferma Tertulliano nella sua piccola opera « De corona militis» e Lucrezio che nelle sue opere, tra gli altri usi cui era destinata la corona, accenna a quello di ornamento in premio di valore. Aulo Gellio infine ci assicura che ne esistevano di vario genere come trionfali, ossidionali, civiche, murali, rostrali, navali, campali, ovali, auree; dai quali nomi, che ricordano i diversi tipi delle nostre medaglie al valore, si vede bene per quali azioni venivano concesse.

La corona triumphalis o hetrusca era dapprima di fronde di alloro ed in seguito, pur riproducendo l’originaria, d’oro; Romolo se ne incoronò nel suo primo trionfo.

L’ossidionale od obsidionalis veniva assegnata al capitano che avesse liberato una città od un accampamento dall’assedio ed era di gramigna. Da Tito Livio apprendiamo come il tribuno militare P. Decio Mure, il quale nel 341 a. C. salvò l’esercito romano presso Caudio, vincendo così la prima guerra sannitica, ricevesse, oltre a donativi di buoi da sacrificio, e all’encomio solenne tributatogli davanti alla legione, una corona d’oro dal console, mentre i soldati gli porsero una corona ossidionale ed un’altra eguale ne ebbe, come particolare segno di gratitudine dal suo praesidium o guardia del corpo. La corona civica era di quercia, e si dava a chi aveva salvato un cittadino; ad essa erano annessi numerosi onori e privilegi: il decorato poteva portare sempre e doveva esser fatto segno a manifestazioni del più alto rispetto; gli stessi senatori al suo passaggio dovevano alzarsi e riverirlo. Tra gl’insigniti di questa corona furono: Coriolano, M. Manlio Capitolino, il quale l’ebbe per ben quattordici volte e Siccio Dentato, che ne fu decorato sette volte.

L’aurea muralis s’assegnava a colui che per primo avesse superato le mura nemiche ed è forse la più antica tra le corone romane; infatti è tradizione che fosse decretata per la prima volta dallo stesso Romolo ad Ostio Ostilio nell’assedio di Fidene.

La rostralis non si sa con precisione se sia tutt’una con la navalis. Il primo ad esserne onorato fu il celebre ammiraglio Caio Duilio al tempo delle guerre puniche.

L’aurea navalis si attribuiva a chi nell’abbordaggio fosse saltato per primo sulla nave avversaria e pare fosse un’insegna ambitissima; solo pochi l’ottennero, tra i quali sono ricordati Varrone e Agrippa.

La campalis o vallaris era assegnata al primo che avesse superato il terrapieno intorno all’accampamento nemico.

L’ovalis infine era di mirto e veniva imposta al generale che avesse ottenuto l’ovazione in senato.

Generalmente, però, come ricompensa più comune, era usata la corona di lauro che era più ambita quando veniva assegnata sul campo. A questo proposito ricorderemo due episodi tratti dalla « Vita di Caio Mario » di Plutarco. Egli narra come una volta volendo, il grande capitano, onorare un suo soldato, tale Trebonio, distintosi per un singolare atto di valore «fattasi portare una di quelle corone con le quali si premiavano le azioni valorose, di propria mano l’incoronò». Caio Mario stesso dopo la vittoria di Aix, mentre aveva accumulate le armature nemiche per bruciarle davanti ai suoi prodi militi, arrivati improvvisamente da Roma messaggeri che gli portavano l’annunzio della sua elezione al consolato, ebbe imposta sul capo dal più anziano dei tribuni militari, una corona d’alloro.

Chiudiamo queste brevi notizie sulle corone, accennando che vi era anche la corona ex praeda la quale era fusa coll’oro del bottino nemico, come la decretò Aulo Postumio l’indomani della battaglia al lago Regillo.

I torques o collari, che abbiamo già visto presso gli Egiziani, gli Etruschi e gli altri popoli dell’Asia Minore, pervennero ai Romani dai Galli. Infatti, secondo la tradizione, a quanto affermano numerosi autori latini, il primo ad ornarsene fu, al tempo della prima invasione di Roma, Tito Manlio, il quale, avendo ucciso in un duello presso l’Aniene un forte Gallo, s’impossessò del collare dell’avversario, e, dopo essersene ornato, ritornò a Roma, dove gli fu posto il soprannome di «Torquato», titolo che in seguito fu dato appunto a quei cittadini che avessero ricevuto per ricompensa militare una collana, e che divenuto poi di uso comune fu sinonimo di valoroso.

Come tale monile fosse attributo dei popoli celtici si può constatare in quella celebre statua del museo Capitolino detta, del «Gallo morente» appunto perchè l’artista ci volle indicare la nazionalità del gladiatore ponendogli un collare, e non un pezzo di corda come fu creduto erroneamente per diverso tempo.

E le phalerae erano placche d’oro o d’argento, che venivano applicate sul davanti della corazza dei soldati come ricompensa per atti di valor militare; potrebbero perciò considerarsi come le progenitrici delle moderne medaglie al valore. Le abbiamo già trovate presso gli Etruschi e abbiamo anche detto come pare fossero introdotte a Roma da Tarquinio Prisco. Questo genere di decorazione non è molto ricordato dagli scrittori, ma in compenso abbiamo diverse sculture e figurazioni che ce ne rivelano l’uso. Aulo Gellio, però, ricorda Siccio Dentato, il quale andava superbo di ben venticinque phalerae. Sembra inoltre che le phalerae, le armillae ed i cornicula, non fossero destinati agli alti ufficiali, ma solo ai bassi gradi della gerarchia militare. La loro forma era generalmente di un dischetto con una pallina nel mezzo, ma a Lauersfort se ne sono trovate, applicate su una corazza, con fini decorazioni; in alcune vi si trova sbalzata, una testa di Mercurio, in altre un leone e nelle rimanenti, varie figure. Probabilmente ognuna di queste significava un particolare atto di valore.

Le armillae, i cornicula o fibulae sono ricompense minori destinate alla truppa ed agli ufficiali inferiori; il loro uso, almeno secondo Tito Livio, pare venisse dai Sabini e secondo altri dai Galli.

Riguardo a queste decorazioni sappiamo come il console Papirio, dopo la presa di Aquilonia (293 a. C.), assegnasse le armillae a tutti i centurioni e ad un manipolo di astati che si erano molto distinti per atti di valore; mentre ai cavalieri diede i cornicula dal che si può dedurre come quest’ultimi fossero ricompense riservate alla cavalleria.

L’«asta» o arma d’onore, a quanto pare, fu data allo stesso Romolo dal popolo romano. Infatti Plutarco, volendo dare una spiegazione del nome di Quirino, dice che alcuni credono voglia dire Marte e costituisca un ambìto appellativo guerresco, perché i Romani «onoravano quelli che valorosamente si fossero portati in guerra col donar loro un’asta». Ora, poiché quella custodita nella reggia si chiamava Marte, appare chiaro come il soprannome di Quirino voglia dire «onorato dell’asta».

Tale usanza trova riscontro nella moderna spada d’onore.

Ricorderemo, inoltre, che Plinio afferma esser l’anello di ferro uno dei primi premi per i valorosi.

Oltre a quelle fin qui menzionate, esistevano altre ricompense meno onorifiche delle precedenti ma che, in compenso, recavano grandi benefici. Tali erano i doni in denaro, in parti di bottino oppure in lotti di terreno, per cui si spogliavano perfino i coloni italici delle loro terre amorosamente coltivate, per cederle ai veterani e questo specialmente sotto l’impero dando sempre luogo a lagnanze ed a sommosse.

Orazio fu colpito da uno di questi decreti e fu privato del suo modesto campicello, quantunque poi ne fosse risarcito abbondantemente da Mecenate.

Ai tempi della prima repubblica l’aver assegnata dal popolo una doppia razione di frumento era una delle più alte ricompense, infatti Plutarco dice come, avendo Manlio compiuto un’azione da valoroso contro i Galli, i Romani «decretando per quella vittoria premio di grande onore più che di utile, gli diedero quanto di alimento si prendeva in un giorno da ognuno».

Ricordiamo infine i diversi encomi e le promozioni al merito di guerra, né più né meno come esistono ora.

Accade più volte leggendo la storia romana d’incontrare nomi di individui appartenenti all’Ordine equestre. Questo, formato in principio di militari che avessero reso segnalati servigi alla patria o compiuto atti di valore, andò in seguito perdendo il suo carattere tanto che verso la fine della repubblica era composto di cittadini delle più basse condizioni, perfino di liberti; ma questo non piaceva alla maggior parte dei cittadini romani, rigidi osservatori della tradizione e se ne lamentavano apertamente. Anzi Cicerone nelle sue orazioni contro Verre, tra le altre critiche, fa a costui l’appunto di aver concesso il diritto di portar l’anello d’oro, distintivo dei cavalieri, a un suo scrivano. Ad ogni modo, in seguito, sotto gli ultimi imperatori portavano tale segno di distinzione tutti coloro i quali avevano acquistata la libertà di modo che era facile trovarlo anche al dito dei bottegai della Suburra.

Era, inoltre, in uso il concedere le insegne di console o di pretore pur senza esercitarne il potere, ma solo come un titolo ad honorem, privilegio che portava con sé il diritto d’insignirsi di quei titoli e di quei distintivi tanto ambìti. Questo costume ha un preciso riscontro in quelli che si chiamano gradi o cariche onorarie.

La proposta di concessione delle insegne veniva espressa e discussa in senato ed il più delle volte chi proponeva era lo stesso imperatore.

Dopo avere discorso di tutte le varie forme di distinzione e di ricompense non ci rimane ora che parlare del trionfo, che costituiva la più alta ricompensa militare romana, e che è probabilmente di origine etrusca.

Come abbiamo già avuto occasione di ricordare esso era riservato solo ai generali e quando il trionfatore lo riportava con le «spoglie opime» cioè con la conquista dell’armatura e del corpo del condottiero nemico il suo nome diveniva sinonimo di semidio.

I trionfi erano sfarzosissimi cortei; la loro celebrazione non era solo subordinata alla quantità del bottino od all’entità della vittoria, ma doveva esser concessa in base a un vero e proprio decreto del senato. Questo lo apprendiamo da Tito Livio, che nel capitolo XXXIX della sua «Ab urbe condita» ci dà notizia della deliberazione presa dai patres conscripti per permettere al proconsole M. Fulvio Nobiliore di celebrare il trionfo.

I capitani che, pur riportando ingenti spoglie, non riuscivano ad ottenere il desiderato nulla osta, lo organizzavano di propria iniziativa non a Roma però, ma sui monti Albani.

Oltre al grande trionfo, vi era l’ovazione, che veniva tributata dal senato al vincitore, al quale si donava la corona cosidetta ovalis. Tale dimostrazione viene chiamata dagli autori latini triumphus minor.

Anche qui la curiosità ci spinge a sapere quale sia stato il primo trionfo celebrato a Roma. Lasciamo in proposito la parola a due insigni scrittori, Dionisio e Plutarco, i quali non solo sono d’accordo nell’affermare che il primo trionfo fu quello tributato a Romolo per la vittoria sui Cenicesi e che fu riportato con «spoglie opime» ma sono anche concordi nella descrizione di quel primitivo cerimoniale dal quale si può rilevare come le future ricche pompe dell’era imperiale avessero avuto origini molto modeste e consistenti nella celebrazione della vittoria con semplici banchetti e con processioni, in cui si ponevano in zimbello i prigionieri. Plutarco però, con maggior precisione narra come Romolo avendo vinto Acrone, re de’ Cenicesi, presa l’armatura di questi, la ponesse su un grosso ramo di quercia a mo’ di trofeo e postosi in capo una corona d’alloro camminasse cantando un inno di vittoria, seguito da tutto l’esercito in armi. «Una tal pompa – così conclude lo scrittore – diede principio e norma ai trionfi che si son fatti in appresso». Notiamo come Romolo non adoperasse il cocchio del quale invece si servì per la prima volta Valerio Publicola; Camillo poi, insuperbitosi per le vittorie riportate sui Galli, volle nel trionfo salire sul carro tirato da quattro cavalli bianchi. Questo gesto gli alienò gli animi dei Romani che lo considerarono un ardimento veramente sacrilego, se, a quanto dice Plutarco, «ciò alcun altro duce non ha mai fatto nè prima nè dopo, sacro reputandosi dai Romani il cocchio tirato in quella maniera e attribuito al padre e Re degli Dei».