TRIESTE GIORNATA DEL DECORATO 18 MAGGIO – RISIERA DI SAN SABBA

  

Dopo l’8 settembre 1943 la Germania occupò due aree strategiche: la Zona di Operazione Prealpi OZAV e la Zona di Operazione Litorale Adriatico OZAK con Trieste, il Friuli, la provincia di Fiume e quella di Lubiana (annessa all’Italia dopo l’invasione del ’41). Le Zone di Operazione furono sottoposte a feroci repressioni da parte delle autorità tedesche. La carica di comandante superiore delle SS e della Zona di Operazioni Litorale Adriatico fu affidata a Odilio Lotario Globočnik nato a Trieste da genitori di origine slovena ma di lingua tedesca. Legato a Heinrich Himmler, comandante della polizia del Reich, aveva organizzato lo sterminio di oltre due milioni e mezzo di ebrei in Unione Sovietica e nei campi di Treblinka, Sobibor e Belzec, tanto da essere definito l’“uomo dal pugno di ferro insanguinato”.

Globočnik giunse a Trieste il 23 settembre del 1943 con un seguito di 430 uomini con cui aveva già collaborato, fra i quali spiccavano novantadue fedelissimi “specialisti” dell’Einsatzkommando, un commando speciale adibito allo scopo di combattere i nemici del Reich e di attuare la politica di occupazione, repressione e sterminio nei territori occupati. L’obiettivo era l’eliminazione definitiva della comunità ebraica locale e la creazione di un campo di concentramento e sterminio. A tale scopo venne individuata una vecchia struttura ottocentesca adibita alla pilatura del riso: la Risiera di San Sabba.

Sotto i nazisti, la Risiera svolse una triplice funzione: campo detenzione di polizia, campo di transito per gli ebrei deportati nei campi in Polonia e campo di detenzione dei prigionieri politici che venivano torturati e uccisi. Negli anni che vanno dall’autunno del 1943 alla primavera del 1945, transitarono per la Risiera più di 1.450 ebrei provenienti da Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Croazia. Oltre settecento di loro erano triestini. I loro beni venivano confiscati immediatamente. ILa sorte degli ebrei giunti in Risiera era la deportazione in direzione Auschwitz, Dachau e Buchenwald. Pochi di loro morirono a San Sabba, ma solo una ventina sopravvisse ai lager nazisti in Polonia e tornò a casa.

Chi invece finì i suoi giorni a San Sabba, furono i partigiani – soprattutto jugoslavi – e gli oppositori politici. Si parla di un numero di vittime compreso fra le duemila e le cinquemila persone.  Quelli che aspettavano l’esecuzione di lì a qualche ora venivano stipati nella “cella della morte”, mentre gli altri venivano ammassati in una delle diciassette microcelle, spesso vicini ai cadaveri destinati allo smaltimento. L’esecuzione avveniva in vari modi: per gassazione tramite il tubo di scappamento degli automezzi, con un colpo sferrato alla nuca o più di rado per fucilazione, vista la necessità di risparmiare le munizioni. I cadaveri venivano “smaltiti” nel forno crematorio ricavato dal precedente essiccatoio dei cereali. La Risiera di San Sabba fu l’unico lager in Italia dotato di forno. 

Ma il forno non si usava solo per cremare i cadaveri. Spesso vi venivano bruciate anche persone svenute dopo aver ricevuto un colpo in testa da parte del boia. A cremazione ultimata, le ceneri venivano caricate sui camion e svuotate nella baia di Muggia, a pochi chilometri di distanza. Alla fine della guerra, il 29 aprile, il forno crematorio e la ciminiera vennero fatti esplodere dai nazisti in fuga per cancellare le prove. Con essi andò distrutta buona parte della documentazione sull’identità delle migliaia di persone che misero piede nel lager di San Sabba.