Progetto 2026 . Raccolta testimonianze Missioni all’Estero
Missione UNTAC
Piercarlo Baldizzone
La Missione denominata UNTAC in inglese (United Nations Transitional Authority in Cambodia) o APRONUC in francese (Autorité Provisoire des Nations Unies au Cambodge), fu stabilita dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 745 del 28 febbraio 1992, per assicurare l’implementazione degli accordi di una soluzione politica del conflitto cambogiano, già firmati a Parigi il 23 ottobre 1991. Dopo tale accordo, il Consiglio Nazionale Supremo (SNC) della Cambogia, presieduto dal principe Norodom Sihanouk e composto da dodici rappresentanti delle quattro fazioni cambogiane belligeranti tra loro, delegò alle Nazioni Unite tutto il potere necessario. Il mandato assegnato all’UNTAC includeva la supervisione del cessate il fuoco concordato tra le fazioni, la fine di ogni assistenza militare da parte di paesi stranieri e del ritiro di ogni forza esterna presente sul territorio, il raggruppamento, l’accantonamento e il disarmo di tutte le formazioni armate e l’impegno di assicurare il 70% di livello di smobilitazione, il funzionamento dell’amministrazione civile, il mantenimento della legge e dell’ordine, l’osservanza del rispetto dei diritti umani, l’organizzazione di libere e regolari elezioni generali, il rimpatrio e reinserimento dei rifugiati e dispersi e il ripristino delle strutture essenziali dell’apparato statale durante il periodo di transizione. Gli Stati partecipanti alla Missione furono quarantasei.
L’Arma dei Carabinieri inviò, in rappresentanza dell’Italia, un contingente di settantacinque uomini, con compiti di polizia civile disarmata e inquadrati nella CIVPOL, che nel massimo del suo dispiegamento raggiunse le 3.359 unità. Era suddivisa nei settori delle Operazioni (che nella sola Phnom Penh aveva anche una Task Force Investigations), Logistica, Collegamento, Personale, Ispezione e Disciplina. Il contingente italiano fu suddiviso in gruppi che avrebbero operato in nove province diverse: quelle di Kampot, Takeo, Phnom Penh e Prey Veng al sud, di Kampong Cham e Kratie al centro e di Preah Vihear, Stung Treng e Ratanakiri al nord. Fui destinato, con altri sette colleghi, a Stung Treng, ove saremmo stati impiegati, quali unici europei, oltre che nel capoluogo, ove erano presenti il Comando Provinciale (HQS) e un Distretto, anche in quelli di Thalabaribat, Siembok, Sesan e Siem Pang, oltre all’isolato check point di CL1, presidiato per la maggior parte del tempo proprio da due italiani, in quanto gli agenti delle altre nazionalità preferivano evitarlo, perché presentava un’accentuata esposizione a rischi.
Nell’area c’era presenza di svariate aree ancora minate e di due delle fazioni in armi, ovvero il CPAF (governativi) e NADK (i guerriglieri “Khmer Rouge”), che vennero più volte a scontri armati; nel solo periodo preelettorale, che un giornalista definì “le dieci settimane di terrore”, vennero documentate trecentoventicinque esplosioni per colpi di mortaio, razzi o altro.
L’etnia Khmer, che nell’interno territorio superava il 95% della popolazione, era maggioritaria anche nella nostra provincia, ove gran parte degli abitanti erano tuttavia di origine laotiana (ancorché ormai pienamente integrati) o popolazioni tribali molto arretrate e con propri usi, quali i Kavet, i Lun, i Phnong e i Kreung. Il clima era tropicale, con venti monsonici e conseguenti forti piogge ed elevata umidità oppure caldo torrido nella stagione secca. La situazione sanitaria era pessima, con altissima concentrazione di malaria, che venne contratta anche da cinque italiani.
I ruoli da me ricoperti furono di: agente a Stung Treng, vice e comandante interinale (tre periodi) del Distretto di Siem Pang, vice e capo interinale (cinque periodi) delle Operazioni all’HQS di Stung Treng, supervisore Joint Coordination Centre e vicecomandante provinciale interinale (un periodo)2. L’esperienza è stata assai intensa sotto il profilo professionale e umano e non si è limitata ai compiti previsti, ma ha compreso anche, nel Distretto di Siem Pang ove siamo stati non soltanto i primi a giungere ma a lungo anche i soli rappresentanti dell’UNTAC presenti, la predisposizione di un eliporto nella giungla e la riparazione di strade e ponti non idonei al transito dei veicoli, finanche vere e proprie attività di assistenza sanitaria e interventi di soccorso a mani nude, quali per un’imbarcazione rovesciatasi nel fiume con il carico. Nel complesso, trattandosi della mia prima Missione internazionale, è stata assai formativa anche per gli insegnamenti ricevuti nel settore delle Operazioni da un ufficiale filippino veterano di quel tipo di esperienze e questo mi avrebbe giovato anche per missioni successive. Dato il nostro status, fu ottima (data la comune origine latina e una certa affinità linguistica) anche l’intesa con il contingente uruguayano, colà impiegato con compiti militari.
I risultati maggiori conseguiti furono il riportare nella loro terra circa 360.000 rifugiati e la riuscita delle libere elezioni di maggio, che consentirono di dare un governo al Paese. Nel complesso, l’operato dei Carabinieri è stato fortemente elogiato, oltre che dalle fasce più deboli della popolazione che erano quelle maggiormente soggette alla nostra protezione, anche da illustri storici quali, tanto per citarne due, gli australiani David Horner e John Connor, secondo i quali gli italiani rientravano tra i tre contingenti meglio distintisi in un contesto nel quale altre nazionalità, pur maggiormente dotate nella conoscenza della lingua inglese, dimostrarono invece ampie lacune non soltanto di preparazione ma anche di volontà di impegnarsi (come rimarcato da un altro storico, l’olandese Thijs Brocades Zaalberg), cui spesso furono proprio gli italiani a dover sopperire con grande dedizione alla causa e sacrifici personali.
Seppure molto dispendiosa sotto il profilo mentale e anche fisico, per le difficoltà ambientali e di sostentamento cui andammo incontro, quella Missione rappresenta per me, ma credo di poter parlare anche a nome di altri, il periodo di vita trascorso più intensamente.
