Le unità tedesche (D.A.K., 90ª e 164ª divisione) iniziarono subito il ripiegamento, muovendo, grosso modo, lungo l’asse della rotabile costiera.
Il XX corpo d’Armata, che doveva raggiungere con i resti delle sue divisioni una zona situata a 25 km a sud-ovest di Fuka, effettuò il movimento nella notte sul 5 novembre, percorrendo un itinerario parallelo alla litoranea ad una distanza di circa 20-25 km a sud di essa, allo scopo di dare sicurezza sul fianco interno alle colonne defluenti lungo la strada costiera.
Il comando del XXI C.A. impartì l’ordine di effettuare subito il ripiegamento. Il movimento venne ben presto ostacolato da infiltrazioni ed incursioni di elementi corazzati e blindati nemici. II comando del X Corpo d’Armata emanò la sera del 4 l’ordine di ripiegamento.
Scrive il Generale Rommel, in merito al comportamento delle nostre unità corazzate ed in particolare della divisione Ariete, nello scontro decisivo con le unità corazzate britanniche: “…si concludeva così la disperata lotta dei piccoli e scadenti carri armati italiani del XX Corpo con circa 200 carri armati pesanti britannici che avevano aggirato sul fianco destro scoperto gli Italiani i quali combatterono con straordinario valore…Uno dopo l’altro i carri armati esplodevano o si incendiavano mentre il violentissimo fuoco dell’artiglieria nemica ricopriva le posizioni della fanteria e dell’artiglieria italiane. Verso le 15.30 partì l’ultimo messaggio radio dell’”Ariete”: “CARRI ARMATI NEMICI FATTA IRRUZIONE A SUD DELL”‘ARIETE”, CON CIO’ “ARIETE” ACCERCHIATA TROVASI CIRCA 5 CHILOMETRI NORD-OVEST BIR EL ABD. CARRI “ARIETE” COMBATTONO”. La sera il XX corpo italiano, dopo valorosa lotta, era annientato… Con la “Ariete” perdemmo i nostri più anziani camerati italiani, ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo sempre chiesto più di quello che erano in grado di fare con il loro cattivo armamento”.
Conferma di quanto scritto da Rommel nelle sue memorie la troviamo nella relazione ufficiale del Comandante del X Battaglione Carri dell’Ariete – prot. 338/op., Z.O. I7 -XI.1942 XXI – nella quale tra l’altro si legge:
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Alle ore 15 del giorno 2 il battaglione riceve ordine di tenersi pronto a muovere. Alle ore 17 il battaglione riceve ordine di muovere e di puntare alla pista del X corpo d’Armata. con il battaglione muove pure il V gruppo semoventi da 75/28, assegnato già in precedenza in appoggio specifico. Poco prima dell’alba la colonna viene raggiunta dal signor comandante di reggimento il quale ordina di accelerare, e verso le ore 6 del 3 giunge a Pass for Cars. Durante il, tragitto, da Ragabet el Retem nove carri passano in avaria. L’officina di battaglione e le officinette di compagnia si mettono all’opera per il recupero e le riparazioni.
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Nella mattinata del 3 il battaglione su ventotto carri raggiunge Deir el Marakiz e si schiera. Nelle prime ore del pomeriggio si sposta a sud di Tell el Aqqaqir con la 5ª compagnia avanzata, la 4ª e la 6ª arretrate. In serata tre carri riparati raggiungono efficienti il battaglione.
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Nella notte sul 4 ricevo ordine di spostare, alle ore 5, il battaglione in direzione sud-ovest e di andare a schierarmi tra Deir el Murra e Quota 55. Alle 5 del 4 il battaglione inizia il movimento e alle 5.30 è schierato nella zona predetta: le tre compagnie in linea, il gruppo semoventi leggermente spostato sulla destra e sulla linea dei carri. Verso le 5.45 si presentano all’orizzonte nord-est numerosi mezzi corazzati nemici, i quali, appoggiati da fuoco d’artiglieria, iniziano una pressione sulla sinistra del battaglione, pressione contenuta dalla pronta reazione della 5ª compagnia. Intanto i mezzi corazzati aumentano di numero e lentamente si schierano su tutta la fronte del battaglione; in conseguenza adatto lo schieramento mio e dei semoventi. Il nemico si mantiene a distanza di circa un chilometro e mezzo. Verso le 7,30 ricevo a mezzo radio, dal comando di reggimento, ordine di resistere sul posto a oltranza; l’ordine ritrasmesso a tutti i dipendenti prepara i carristi ad affrontare qualsiasi evenienza. Da tutti ho conferma che l’ordine sarà rigorosamente rispettato. Verso le 8, preceduto da violento fuoco di preparazione di artiglieria, il nemico lancia il suo primo vigoroso attacco, e anche questa volta sopra la mia sinistra: quindi la 5^ compagnia è la maggiormente impiegata. Richiedo l’intervento della nostra artiglieria e comunico la situazione al comando di reggimento. Ordino alla 5ª compagnia di arrestare gli elementi corazzati più vicini, passando al contrattacco con il plotone Ricevuti. Il contrattacco viene effettuato con buoni risultati. Il fuoco dei nostri carri è appoggiato da quello del gruppo semoventi. Verso le 9 la posizione è insostenibile. La massa nemica può essere intaccata dal solo fuoco dei semoventi. Diversi miei carri sono ripetutamente colpiti, due sono incendiati un carro-pezzo da75/28 pure incendiato. Il battaglione tiene fermamente: il contrattacco di Ricevuti ha salvato il nostro fianco destro, ma frontalmente il mordente avversario si fa sempre più preoccupante.
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Chiedo di spostare il battaglione su posizione arretrata, ricevo l’autorizzazione, e mi sposto un chilometro a sud-ovest schierandomi sulla destra del IX battaglione (tenente colonnello Mazzara). La pressione avversaria diminuisce. Il battaglione, con sedici carri e tre pezzi semoventi. si adatta subito alla nuova linea.
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Verso le 11.30 nuovo attacco avversario sostenuto specialmente dal IX e dal VI gruppo semoventi, che con l’appoggio del V gruppo semoventi arresta e stronca l’attacco avversario. Pausa di combattimento fin verso le 14. Poiché quanto ho al seguito mi basta appena per la giornata, dispongo che il tenente Cereda provveda ai rifornimenti per il giorno successivo, e affido alla sua iniziativa le sorti del carreggio. Due Lancia 3 RO con un rimorchio partono nella mattinata per il Centro rifornimenti di El Dab’à’. Noto attività della nostra artiglieria sulle linee nemiche. Verso le 14 altro attacco frontale in forze dell’avversario. Viene sostenuto dal battaglione e dai due carri-pezzo superstiti ma il nemico riesce a progredire lentamente, mettendo in crisi il battaglione. Chiedo nuovamente di poter arretrare, ricevo l’autorizzazione e mi sposto di 500-600 metri mettendomi a squadra con il IX battaglione. Verso le 16 attacco decisivo del nemico che avanza con tutta la linea dei suoi carri, in numero di circa duecento frontalmente e sui fianchi del battaglione. Le munizioni difettano: i semoventi dispongono, in tutto, di venti colpi. Ordino: conservare pochi colpi per carro e confermo che l’ordine di resistere sul posto non è stato revocato, che bisogna attendere il nemico a distanza sicuramente efficace per il nostro tiro, e che allora contrattaccherei. comunico la situazione al comando di reggimento, assicurando la resistenza a oltranza da parte di tutti, ma affermo che questa volta saremo sopraffatti. Il battaglione, in nove ore di combattimento, ha perduto ventidue carri dei quali sette incendiati, e due carri-pezzo del gruppo semoventi, ma ha risposto in pieno all’ordine
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I carri nemici avanzano sempre, appoggiati e protetti da intenso fuoco di artiglieria e sono ormai a cinquecento metri. vengono colpiti e incendiati altri due carri: un terzo, accorso per colmare il vuoto, è a sua volta colpito e messo inefficiente.
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Ricevo ordine di ripiegare su quota 78 con il IX entrambi sotto la protezione del XIII. Rispondono all’appello i sei carri superstiti, dei quali tre colpiti. Il battaglione ha iniziato il combattimento all’alba con trentun carri e quattro pezzi semoventi. Rimangono sei carri e due semoventi con il loro carro comando. L’avanzata nemica è stata ritardata di dieci ore e la tradizione carrista della divisione Ariete è stata confermata. Quota 78 è raggiunta verso mezzanotte sul 5 novembre. Conferisco con i signori tenente colonnello Mazzara del IX e tenente colonnello Baldini del XIII, che verso le ore 8.30 mi ordina di ripiegare su Fuka. Nella notte ho dovuto abbandonare e incendiare un carro troppo avariato. Iniziamo il movimento con i due cani-pezzo superstiti in avanguardia. Munizionamento: dieci perforanti per carro. Autonomia: cinquanta chilometri.
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Dispongo il movimento tra la ferrovia e la rotabile. Anche il mio carro si arresta (non passa gasolio dar filtro). Salgo sul carro comando del V gruppo semoventi e mi riporto alla testa dei carri.
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Una quarantina di carri nemici tipo Pilot hanno interrotto il traffico. Acceleriamo al massimo, ma il nemico ha creato una sacca nella qua1e vengono compresi gli ultimi carri superstiti del battaglione. Ho raggiunto la base del reggimento nei pressi di Fuka, verso le 15.30.
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Alle 18.30, con il carreggio superstite, inizio il ripiegamento su Marsa Matruh, dove mi ricollego, il mattino del 6 novembre, con cinque automezzi del battaglione e proseguo verso sidi Barrani.
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Ormai i resti di tutte le unità che erano riuscite a sottrarsi alla morsa delle forze britanniche erano in ripiegamento.
In questa difficile e complessa operazione, svolta sotto la costante pressione e lo stretto contatto con il nemico, quando le azioni avrebbero dovuto assumere il carattere della estrema dinamicità ed i movimenti quello della maggiore possibile celerità, la deficienza degli automezzi che aveva costituito sia ai fini logistici sia a quelli tattici una delle maggiori remore durante tutta la campagna condotta sino a quel momento, veniva ad esercitare un ruolo determinante e ad influire con aspetti di vera tragedia sulla sorte delle nostre truppe, specie del XXI e del X corpo d’Armata.
Costrette a muovere a piedi, appesantite anche dall’esigenza di trasporto a braccia delle armi e di quant’altro era possibile trasferire per far fronte alle necessità di lotta e di vita, esse non potevano che essere facile preda delle formazioni avversarie ormai dilaganti da ogni parte ed assolute padrone della situazione. Iniziava così l’estenuante manovra in ritirata che doveva concludersi in Tunisia nel maggio del 1943 e svaniva per sempre il sogno di raggiungere le Piramidi.
Conclusioni
Esaminata la concezione, organizzazione e condotta delle operazioni di entrambi i contendenti vediamo di fare alcune considerazioni critiche.
Il piano d’attacco del Gen. Montgomery – piano Lightfoot – era, per quanto riguarda la concezione, semplice lineare e, quindi, di per se stesso efficace pur con la mancanza totale di ogni concezione di manovra.
Infatti, i frequenti spostamenti dell’asse di sforzo in corrispondenza della direttrice di attacco principale attuati in fase condotta, furono provvedimenti contenuti entro limiti di spazio troppo ristretti per essere giudicati azioni svolte nel quadro di una concezione manovrata dalla battaglia che avrebbe potuto attuarsi solo pianificando e realizzando, l’apertura di più brecce nell’inaggirabile organizzazione difensiva dell’ACIT.
L’organizzazione dell’azione spinta fin nei minimi particolari, soprattutto per quanto riguarda il superamento dell’ostacolo minato, i provvedimenti intesi a realizzare la sorpresa e il sostegno logistico dell’azione è tipica del carattere britannico.
Nonostante ciò una grave situazione di crisi si verificò nel momento dello scavalcamento, previsto all’interno della fascia minata, tra le unità di fanteria in 1^ schiera e le riserve corazzate destinate a prendere posizione ad occidente dei campi minati. un errore che poteva essere fatale.
Le operazioni dell’8ª Armata furono condotte in modo metodico, guardingo, e ogni azione svolta in strettissima aderenza al piano la cui rigidità non può in alcun modo considerarsi temperata dalla concentrazione delle forze realizzata nel settore settentrionale dai frequenti spostamenti delle direttrici d’attacco attuate soprattutto in corrispondenza dell’asse di sforzo principale.
Il mancato totale annientamento delle residue forze dell’ACIT dopo il 4 novembre testimonia della circospezione e prudenza con cui furono condotte le operazioni di sfruttamento del successo un atteggiamento che derivava dalla temibilità dell’armata italo-tedesca il cui alto prestigio imponeva rispetto all’avversario e consigliava i Britannici a non abbandonarsi a facili entusiasmi o ad eccessivo ottimismo.
La concezione difensiva di Rommel di mantenere ad ogni costo posizioni a ridosso dell’ostacolo e di eliminare le penetrazioni avversarie mano a mano che si verificavano portò allo spezzettamento delle reazioni che si manifestò di massima attraverso una serie di continui e frammentari contrattacchi locali senza realizzare veri interventi a massa pianificati in zone favorevoli, appoggiate a robusti perni di manovra e sostenuti dal fuoco di consistenti aliquote dell’Artiglieria disponibile.
Per quanto attiene all’attività organizzativa protrattasi per mesi, particolare menzione merita quella delle unità di fanteria volta a realizzare attraverso l’interramento degli uomini e dei mezzi un incremento della protezione che il terreno brullo e piatto non offriva assolutamente.
Lo schieramento dell’ostacolo attuato dall’arma del genio costituì per la prima volta componente fondamentale dell’organizzazione difensiva insieme alle forze e al fuoco.
L’organizzazione del fuoco manovrato realizzata attraverso un’accurata pianificazione della manovra delle traiettorie e degli schieramenti, l’individuazione degli obiettivi, e lo studio degli schieramenti avanzati in funzione controcarri unitamente alla realizzazione di un efficiente sistema delle trasmissioni radio e a filo, consentì di governare l’azione anche nei momenti più difficili.
In fase condotta Rommel colse l’esigenza dì concentrare le proprie forze, soprattutto di quelle corazzate, nel settore settentrionale per effettuare un contrattacco a massa o per dar battaglia in campo aperto.
Tuttavia, questo concetto operativo, non trovò completa esecuzione pratica in quanto Rommel attuò solo parzialmente la concentrazione dei suoi mezzi corazzati realizzandola quando ormai era troppo tardi. Ciò perché riteneva che il piano britannico prevedesse un’azione manovrata e continuò a considerare, durante tutto il corso della battaglia, la possibilità che i Britannici intraprendessero l’azione principale anche sull’ala destra dello schieramento difensivo per effettuare un avvolgimento totale.
Fallito il contrattacco a massa sferrato nel pomeriggio del giorno 27, Rommel prese in considerazione il ripiegamento su Fuka prima che si verificasse la rottura dell’equilibrio tra attacco e difesa. L’operazione era difficile e rischiosa per la mancanza degli automezzi necessari per spostare le Divisioni di fanteria, tuttavia la possibilità di contrapporre le divisioni corazzate ancora in sufficiente stato di efficienza alle forze dell’8ª Armata avrebbe consentito lo sganciamento e la protezione del ripiegamento. La decisione di sottrarsi alla pressione del nemico solo quando avesse raggiunto le proporzioni di assoluta insostenibi1ità comportava la possibilità di ritirare solo le unità motocorazzate con la conseguenza di abbandonare al loro destino le unità di fanteria appiedate.
Di fronte ad un nemico enormemente superiore fu indubbiamente un errore persistere in una lotta che non presentava spiragli di speranza, rinviando a tempi successivi, nei quali era da prevedere che la situazione si sarebbe aggravata, un’operazione di sganciamento e ripiegamento che, nelle condizioni del momento in cui era stata intravista, presentava buone possibilità di riuscita.
Dopo la battaglia di Tel el Aqqaqir del 2 novembre, che produsse ulteriori gravi perdite tra le forze dell’ACIT, Rommel decise finalmente di ripiegare su Fuka. I suoi ordini di ripiegamento a scaglioni a partire dal settore settentrionale dimostrano che egli valutò la situazione talmente compromessa da imporgli di salvare il salvabile cioè le unità moto corazzate e quelle di fanteria del XXI C.A. abbandonando al proprio destino il X C.A. a sud.
La scarsa intraprendenza degli attaccanti, ligi al dovere di non fare un passo che non fosse predisposto e organizzato, e la vivacità delle forze motocorazzate italo -tedesche resero possibile l’abbandono delle posizioni e l’inizio del ripiegamento consentendo a Rommel di ovviare almeno in parte all’errore commesso dopo il fallito contrattacco del giorno 27.
Un errore dovuto anche e soprattutto all’inopportuna interferenza delle autorità politiche di Roma e di Berlino, le cui assurde direttive rispondevano a criteri propagandistici totalmente avulsi dalla realtà della situazione e capaci solo di creare incertezza e confusione.
Con la battaglia di El Alamein, l’ago della bilancia, che nel corso degli eventi della lotta sostenuta in Africa Settentrionale per circa 2 anni e mezzo aveva oscillato con ritmo periodico ed alternato fra le opposte forze (settembre 1940: avanzata italiana dal confine a Sidi el Barrani; 9 dicembre 1940 – febbraio 41: prima offensiva britannica, da Sidi el Barrani a El Agheila; aprile 1941: prima controffensiva italo-germanica, da El Agheila al confine; 18 novembre 1941 – 17 gennaio 1942; seconda offensiva britannica, dal confine a El Agheila; 2 gennaio 1942 – settembre 1942: seconda controffensiva italo-germanica, da El Agheila a El Alamein, si spostò definitivamente a favore dei Britannici che dal 4 novembre 1942 ebbero via aperta, se pur non del tutto libera e talvolta contesa, verso la Tunisia e, di qui, verso la “Fortezza europea”.
La battaglia di El Alamein segnò, dunque, una svolta decisiva nella storia del secondo conflitto mondiale: da essa ebbe origine il ramo discendente della traiettoria per i Paesi dell’Asse e, per contro, l’”onda di vittoria” come Churchill definì la ripresa controffensiva che subentrava alla prudente strategia difensiva adottata fino a quel momento dai Britannici.
Fu una battaglia combattuta con ostinatezza, con calma e con metodo da un attaccante convinto e sicuro che la superiorità indiscutibile dei propri mezzi avrebbe finito col fargli conseguire il successo; fu una battaglia condotta con accanimento, con impeto e con ardore dal difensore che pur percependo la inanità del suo sforzo si rendeva esatto conto come dall’esito della lotta dipendesse il destino di tutta l’Africa e, forse, dell’intera guerra.
L’ordine di resistere ad oltranza impartito il 3 novembre dalle autorità politiche compromise in modo grave ed irreparabile la salvezza di quanto a quella data era ancora efficiente e valido e ridusse notevolmente la capacità combattiva dell’ACIT. Comunque è da ritenere che quell’ordine non sia stato la causa determinante della sconfitta, che questa era insita nelle condizioni strategiche, tattiche e logistiche nelle quali l’Armata italo-tedesca affrontò la battaglia.
Queste condizioni erano, nel loro complesso, tali che l’esser riusciti a tener fronte all’avversario per dodici giorni e contendergli il passo malgrado la sua schiacciante superiorità materiale, costituisce di per se stesso titolo d’onore – che va doverosamente ed obiettivamente riconosciuto – per le armi italiane e tedesche. Un titolo d’onore così meritatamente conseguito da ingenerare la supposizione che, malgrado l’enorme divario dei mezzi e le condizioni generali alle quali si è accennato, l’esito della battaglia avrebbe anche potuto essere sostanzialmente diverso e diametralmente opposto se il Comandante dell’ACIT avesse affrontato la lotta con minor sfiducia e avesse sfoggiato, nella condotta delle operazioni difensive su posizioni organizzate, quelle stesse doti di sagace ed ardito manovratore delle quali aveva dato ampie prove nello sviluppo di azioni tattiche in campo aperto.
Gen. Delio Costanzo
Titolare di Arte Militare alla Scuola di Applicazione dell’Esercito
Già Presidente delle Federazione Provinciale del Nastro Azzurro di Torino
Bibliografia: SME – UFFICIO STORICO – Terza offensiva britannica in Africa settentrionale. La battaglia di EL Alamein. Edizione 1961.
