L’attacco sulle Alpi giugno 1940 e l’impresa della colonna “Boccalatte”
Davide Corona
( nella foto: Il Principe Umberto a colloquio con il Magg. Boccalatte dopo l’azione)
Il 21 giugno del 1940, primo giorno della” Campagna delle Alpi Occidentali” contro la Francia, il battaglione Alpini “SUSA”, comandato dal maggiore Costantino Boccalatte, compì un’azione memorabile: penetrare in territorio francese attraverso un’ardua discesa dal ghiacciaio del Monte Rocciamelone (3.538 mt.) e, percorrendo il solco vallivo del torrente Ribon senza incontrare resistenza alcuna, eludere le difese nemiche e penetrare in territorio francese, nella Valle dell’Arc.
Il 26 maggio Mussolini, sull’onda dei successi tedeschi che dal 13 giugno avevano portato all’occupazione di Parigi, decise di passare all’azione entrando nel conflitto già a partire dal 5 di giugno. La difensiva sulla Alpi doveva comunque continuare ad essere rispettata senza che alcun tipo di azione dovesse attuarsi oltreconfine. I comandi del Gruppo Armate Ovest ricevettero l’ordine di predisporre i relativi piani offensivi che avrebbero dovuto prendere in considerazione l’avanzata lungo le direttrici del Piccolo San Bernardo a nord e della Maddalena a sud ancorché però si prevedeva di poter far assumere ai reparti ed alle artiglierie un assetto offensivo non prima di un mese dalla ricezione dell’ordine continuando a mantenere, in ogni caso, un “contegno assolutamente difensivo sia in terra che in aria”.
Durante lo scorrere frenetico delle giornate e delle ore antecedenti l’inizio delle ostilità tese ancora a scongiurare l’attacco si decise comunque di ultimare i lavori per la realizzazione degli ultimi apprestamenti difensivi anche perché si riteneva altamente probabile un colpo di mano francese, specialmente nel settore del Moncenisio, ove venne ultimato un poderoso fossato anticarro a sbarramento della rotabile nazionale.
Nel pomeriggio del 10 giugno con un gesto ormai non più sorprendente perché ampiamente previsto il Conte Ciano, Ministro degli Esteri, consegnò nelle mani degli Ambasciatori di Francia (François Poncet) ed Inghilterra (Percy Loraine) il testo della dichiarazione di guerra i cui effetti si sarebbero ufficializzati alle ore 00.00 dell’11 giugno. Successivamente, alle ore 18.00, il Duce affacciandosi dal balcone di Palazzo Venezia su di una piazza gremita ed inconsapevolmente giubilante annunciava al mondo l’entrata in guerra dell’Italia fascista attraverso il celebre e storico discorso.
La notizia, diffusa dall’EIAR, raggiunse tutte le principali località d’Italia ed i vari comandi militari, tra i quali quelli delle unità schierate lungo la frontiera occidentale. Anche presso il castello di Pocapaglia a Bra, sede del comando del Principe Umberto, la notizia giunse inaspettata alle ore 20.00: nessuno, infatti da Roma, si era preoccupato di anticipare con preavviso l’inizio dello stato di guerra. Solo mezz’ora prima dello scoccare della mezzanotte giunse un telegramma a firma del Maresciallo Graziani, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che comunicava: “Stato di guerra contro Francia ed Inghilterra ha inizio ore zero domani undici corrente. Non, dico non, fare brillare nessuna interruzione salvo caso di necessità. Assicurare telefonicamente”.
Nel diario di guerra dell’Armée des Alpes si riscontra un ordine diametralmente opposto: i francesi anticiparono le mosse facendo brillare le cariche, poste già a loro tempo, per l’interruzione delle principali vie di comunicazione con l’Italia, tra cui ferrovie, gallerie, viadotti e ponti. Nel settore di Modane vennero fatte brillare le cariche poste all’ingresso del traforo ferroviario del Fréjus che ne fecero crollare la volta della galleria, mentre in Valle Roya vennero fatte saltare una dopo l’altra tutte le interruzioni poste tra l’abitato di Breil ed il confine. Stessa sorte toccò ai ponti posti sulla Rotabile Nazionale n°6 nella Valle dell’Arc a monte dell’abitato di Modane, presso le gole dell’Esseillon. Contestualmente al brillamento delle interruzioni stradali e ferroviarie da ambedue i versanti si diede inizio all’evacuazione delle popolazioni residenti nelle valli poste a ridosso della prima linea, in Valle d’Aosta, Valle di Susa, Moncenisio, Bardonecchia e valli alpine del Cuneese.
Mentre sul fronte aereo si verificarono, nella notte tra l’11 ed il 12 giugno, le prime incursioni aeree su Torino e Genova da parte dei bombardieri inglesi (partiti da Londra e da Marsiglia) e, su quello marino, le azioni della Terza Squadra Navale Francese contro gli obiettivi costieri di Savona e Genova, anche dalla fronte alpina iniziarono a giungere le notizie dei primissimi movimenti (le SES francesi occuparono posizioni favorevoli nel settore nord del fronte nella zona del Col de la Seigne e l’Aiguille des Glaciers a 3.400 mt.) e combattimenti che, nella maggior parte dei casi, si limitavano a rapidi e limitati contatti tra piccole unità a livello plotone/pattuglia.
Degno di menzione fu quanto avvenne presso il Colle della Maddalena a ridosso dell’abitato francese di Larche: qui perse la vita il sottotenente Beppino Nasetta, (primo caduto italiano della Campagna delle Alpi Occidentali e decorato successivamente di medaglia d’argento al valor militare) comandante del locale presidiò Guardia alla Frontiera impegnato in uno scontro a fuoco contro una squadra di assaltatori francesi che intendeva occupare la posizione italiana di Cima La Para. Le giornate de 13 e del 14 proseguirono con altre notizie di scontri lungo tutta la fronte, tra cui il tentativo da parte delle SES francesi di conquistare l’osservatorio di Cima Gran Cocor, tra l’alta Valle dell’Isere e la Val d’Orco, tenuto dagli alpini del Battaglione “Intra” e l’azione condotta da un plotone della Guardia alla Frontiera che, muovendo dalla 605ª Batteria di Cima Marta (Valle della Roya) , attaccò un avamposto nemico posizionato sulla vicina Cima d’Anan.
Il 16 giugno Mussolini, ritenendo che la caduta di Parigi fosse imminente convocò il maresciallo Badoglio per comunicargli l’ordine di passare all’offensiva già dalla data giornata del 18: udito ciò il maresciallo ribatteva al che non sarebbe stato impossibile assumere un assetto offensivo delle forze prima di almeno tre giorni. Ricorda lo stesso Badoglio:” Il giorno 15 giugno Mussolini mi mandò a chiamare e mi ordinò di stabilire l’attacco contro la frontiera francese per il 18. Gli risposi che, a parer mio, due ragioni essenziali si opponevano a questo attacco. La prima di ordine tecnico poiché essendo il nostro schieramento difensivo, come gli era ben noto, occorrevano almeno 25 giorni per passare ad un’attitudine offensiva. La seconda era di ordine morale: l’esercito francese era in via di pieno dissolvimento e la Germania non aveva affatto bisogno del nostro intervento del nostro intervento per completare la vittoria. Noi senza dare alcun apporto necessario e determinante, facevano la tristissima figura di colpire una nazione che era già a terra ed agonizzante. Fu questo, dopo quello della dichiarazione di guerra, il secondo urto che io ebbi con Mussolini. Egli, dopo alcuni minuti di silenzio, con aria molto grave e scandendo le parole, mi rispose: «Signor Maresciallo, lei come Capo di Stato Maggiore è mio consigliere sulle questioni militari, non su quelle politiche. La decisione di attaccare la Francia, appunto per le considerazioni da lei accennate, è una questione essenzialmente politica della quale ho io solo la decisione e responsabilità.»
Quando dopo il 17 di giugno il legittimo governo francese guidato dal Presidente Reynaud dovette cedere le funzioni al nuovo esecutivo collaborazionista del Maresciallo Pétain, lo stato maggiore generale italiano decise, dapprima, di sospendere temporaneamente dal giorno seguente le ostilità per poi riprenderle dal giorno 20, dando ordine ai comandi di armata di predisporre e dare avvio ai piani di attacco su vasta scala lungo tutta la linea del fronte. Nella sera stessa il Comando Supremo inoltrò l’ordine di attacco Nei giorni successivi, il 21 per la VI Armata ed il 22 per la I Armata, venne impartito l’ordine di attacco in profondità lungo le tre direttrici principali già precedentemente individuate: Piccolo San Bernardo in Valle d’Aosta (operazione B) in direzione dell’Isere con più a Sud da Susa e Bardonecchia verso la Maurienne e dal Monginevro verso il Brianzonese, Colle della Maddalena in direzione di Ubaye e Tinée (operazione M) e riviera ligure in direzione Mentone e Nizza (operazione R). Le direttrici secondarie riguardavano i Colli del Moncensio, del Monginevro e la conca di Bardonecchia in Valle di Susa ed il Colle di Tenda in Val Roya. Tra i due comandanti di Armata all’atto della ricezione dell’ordine di attacco, quello della Prima, generale Pintor, riuscì ad ottenere un rinvio di ventiquattro ore per poter meglio occupare le basi di partenza utili all’avvio dell’azione offensiva. Iniziò così una delle imprese militari più difficili affrontate dall’esercito per via delle difficili condizioni poste dall’ambiente naturale unite alla durissima resistenza posta dalle forze francesi arroccate sulle proprie posizioni fortificate.
Cartolina storica del battaglione “Susa”
La Colonna “Boccalatte”, l’epica impresa del Battaglione Alpini “Susa” del 3° Reggimento Alpini insieme all’ XI Battaglione “Camicie Nere”.
Come detto, la prima grande offensiva su vasta scala del Regio Esercito ebbe come teatro d’operazioni il settore alpino occidentale, lungo l’estesa frontiera italo-francese (dal Monte Bianco a Ventimiglia), che già negli anni precedenti lo scoppio del conflitto fu protagonista dello sviluppo, da ambo le parti, di un notevole sistema difensivo consistente in una serie di opere fortificate che prese il nome, rispettivamente, di “Vallo Alpino” in Italia e “Maginot Alpina” in Francia.
Scopo dell’offensiva italiana consisteva nel neutralizzare le postazioni ed i capisaldi difensivi nemici, al fine di poter penetrare, il più possibile, il dispositivo difensivo nemico ed occupare vaste aree di territorio al di là del confine. Le forze italiane designate per l’attacco erano inquadrate all’interno del “Gruppo Armate Ovest”, affidato al comandato di S.A.R il Principe di Piemonte Umberto II, composto dalla 4^Armata (gen. Guzzoni), schierata nel settore compreso tra il Monte Bianco ed il monte Granero in Val Pellice e dalla 1 ^ Armata ( gen. Pintor) il cui settore si estendeva da quest’ultimo sino alla costa ligure: come si può evincere la condotta di un’operazione offensiva di questo tipo si rivelava alquanto difficoltosa, in virtù delle caratteristiche morfologiche del terreno, molto compartimentato e privo di spazi di manovra idonei a forze di tipo motorizzato/corazzato, delle variabili ed imprevedibili condizioni meteorologiche che proprio in quel mese di giugno portarono su tutta la fronte alpina precipitazioni nevose in quota ed un brusco calo delle temperature, anche di decine di gradi sotto lo zero, e dell’ottimo sistema difensivo francese caratterizzato dall’efficace controllo delle vie di comunicazione e facilitazione attraverso il magistrale posizionamento di opere e postazioni in dominio di quota che ,sfruttando un sapiente impiego del fuoco di artiglieria, dei mortai, delle armi controcarri e delle mitragliatrici in dotazione, garantivano un elevato potere d’arresto.
Il Battaglione “Susa” e l’XI Battaglione “Camicie Nere” riuniti in quella che passò alla storia come “Colonna Boccalatte” erano inquadrati all’interno del 1° Corpo d’Armata del gen. Vecchiarelli e schierato tra il Rocciamelone e l’abitato di Bardonecchia: a lui si contrapponevano la 66^ Division d’Infanterie , il 530° Groupe de Reconnaissance de Division d’Infanterie e sette SES (“Section Eclaireures e Skieurs”: unità di alta montagna con compiti di esplorazione e ricognizione).
I reparti d’artiglieria transalpini erano costituiti dal 9°, dal 114° e dal 209° Régiment d’Artillerie de Position oltre che dalle batterie dei forti presidianti la linea di confine e l’interna valle dell’Arc.
Alla mezzanotte del 21 giugno in tutto il settore venne impartito alle unità l’ordine di attacco, il cui movimento venne preceduto da un nutrito fuoco di preparazione dell’artiglieria avente come obiettivo la neutralizzazione del delle opere fortificate avversarie; una delle prime unità a muovere fu proprio quella del maggiore Boccalatte il cui compito era quello di avanzare attraverso la discesa del ghiacciaio del Rocciamelone e della stretta valle del Ribon, aggirando le difese francesi del Moncenisio (particolarmente temibile risultava il forte della Petite Turra che con i suoi pezzi teneva sotto tiro la strada statale a cavaliere del colle) per poi puntare sugli abitati di Bessans prima e Lanslebourg al fine di ricongiungersi con i reparti della Divisione “Cagliari” impegnati nel forzamento del colle lungo la strada nazionale. L’appoggio del fuoco di artiglieria era garantito da due batterie di obici da 75/13 (Gruppo “Aosta”) del 1 ° Reggimento Artiglieria da Montagna schierate, rispettivamente, alla crocetta del Rocciamelone (3.306 mt) e presso la vetta del monte Lamet (3.505 mt), quest’ultima trasportata in quota con immani difficoltà da parte degli artiglieri che dovettero sfidare le terribili condizioni meteorologiche imperversanti sulla zona di schieramento tra cui una fitta coltre di nebbia che impediva l’osservazione per l’erogazione del fuoco. Il battaglione, in pieno assetto da combattimento, attraverso un’estenuante marcia durata più di dodici ore, discese il ghiacciaio del Rocciamelone, percorse la valle del Ribon senza ingaggiare scontri col nemico (infatti le unità SES, stanziate a Bessans, su ordine del comando superiore avevano già ripiegato) e si accampò presso le grange dell’Arcelle da cui il giorno seguente, avrebbe ripreso il movimento per raggiungere l’abitato Bessans, già evacuato dalla popolazione civile, e di Lanslebourg. Questa manovra, sicuramente dal valore più alpinistico che militare, suscitò grande stupore ed ammirazione nei comandi militari, sia italiani che transalpini, nonché negli organi di stampa nazionali che subito ne divulgarono la notizia: il quotidiano cattolico “L’Italia” citò infatti con un articolo, a piena pagina, l’epica impresa del “Susa”. Successivamente, a campagna terminata, anche le stesse fonti militari francesi avrebbero affermato che mai si sarebbero aspettati un’azione del genere e condotta da parte di un reparto organico di tale entità, attraverso un terreno così impervio e difficile, quale era appunto il ghiacciaio del Rocciamelone. Nella stesura del suo rapporto il maggiore Boccalatte, per sottolineare la sorpresa suscitata nei comandi francesi, scrisse che gli stessi furono convinti, sino alla fine, che la colonna fosse un loro reparto e, pertanto, nessun pezzo d’artiglieria del Petite Turra e delle altre postazioni aprì il fuoco su di loro (Relazione del Comandante del Battaglione, depositata presso l’Archivio Storico della Stato Maggiore dell’Esercito AUSSME in Roma 1947).
Un plotone di alpini durante la difficile avanzata in terreno di alta montagna, sul fronte Occidentale, nel giugno 1940.
L’impresa risultò possibile grazie alla grande perizia ed alle eccellenti capacità tecnico-tattiche del comandante, già provetto alpinista, finanche alla tempra dei suoi valorosi alpini (quasi tutti autoctoni della Val di Susa), forgiati alle asprezze ed ai pericoli della montagna e grandi conoscitori della zona di operazioni, tra cui lo stesso Rocciamelone. Per questo, ad operazioni concluse, il maggiore Boccalatte, presso l’abitato di Termignon, ricevette i compiacimenti del Principe di Piemonte, Umberto II che volle, personalmente, congratularsi con lui in occasione della sua ispezione alle truppe.
