L’Esercito Italiano ed il riuso del patrimonio architettonico.
Il caso del convento di S. Francesco ad alto e le sue specificità
Marco Maria Contardi
Nel secolo XII, sull’area occupata dall’attuale edificio, i francescani costruirono un oratorio con il titolo di S. Maria ad Alto, poi mutato in S. Francesco ad Alto. Il toponimo ricorda l’indicazione che diede S. Francesco d’Assisi al tempo della sua venuta ad Ancona per imbarcarsi per l’Egitto, come risposta a chi gli chiedeva di scegliere un luogo per erigervi una chiesa per i suoi frati (“Ad alto! Ad alto!”). La chiesa venne infatti costruita in alto, sul Colle Astagno, e fu dedicata alla Madonna con il titolo di S. Maria (Figure 1 e 2, per gentile concessione di Alberto Bignami).
L’edificio mutò il suo titolo con quello di S. Francesco e si distinse dalla chiesa omonima con l’appellativo appunto “ad Alto”, mente l’altra aveva quello “delle scale”. Inizialmente era una piccola chiesa: S. Francesco non l’aveva voluta ampia e ricca. Infatti, tornato dall’Egitto e visto ciò che gli Anconetani avevano realizzato, accertato che era più grande di quella di cui aveva lasciato le indicazioni, la fece ridurre. Così, nel giro di qualche anno fu ricostruita e ridimensionata.
L’aumento dei membri della comunità e l’attività dei frati resero insufficienti il complesso per cui si dovette pensare ad un ampliamento della chiesa e del convento. I primi lavori avvengono tra il 1422 ed il 1425, al tempo del P. Guardiano B. Gabriele Ferretti.
Verso la fine del Quattrocento ha luogo un’altra modifica. Alla vecchia chiesa, ora presbiterio, si aggiungono un’abside e una sacrestia.
Una relazione del 1784 offre l’idea della vastità di questo tempio [1], uno dei più prestigiosi della città e scelto come famedio dalle famiglie nobili anconetane che qui avevano le loro cappelle gentilizie arricchite di preziose opere d’arte [2], infatti vi erano presenti quindici altari, tuttora riconoscibili, come si evince dalla planimetria in figura 4 proveniente dagli archivi segreti vaticani (tratta dalla conferenza di Michele Polverari tenutasi il 19 giugno 2010 presso il Comando Militare esercito “Marche”). Una menzione speciale la merita la famosa tela dell’altare maggiore “Madonna in gloria coi Santi Francesco e Biagio” (dimensioni 312 x 215 cm) prima opera datata di Tiziano, meglio conosciuta come “Pala Gozzi” (Figura 3) in ragione del suo committente, Alvise Gozzi, mercante di Ragusa trasferitosi in Ancona che commissionò l’opera, oltre a finanziare il rifacimento del coro della chiesa, in segno di riconoscenza alla città che lo aveva accolto e nella quale aveva fatto fortuna. Attualmente è custodita nella Pinacoteca civica “Francesco Podesti”. Nel 1793 il popolo di Capodimonte vi reca solennemente un’immagine della Madonna scolpita in pietra. Questa scultura, nel 1863, dopo la soppressione definitiva, passò con altri arredi sacri nella chiesa parrocchiale dei SS. Cosma e Damiano.
La facciata sembra sia stata eseguita da maestranze locali su copie di disegni di Luigi Vanvitelli (Figura 12). L’ultima S. Messa, prima della demanializzazione degli edifici religiosi a seguito dell’Unità d’Italia, vi è stata celebrata il 2 Maggio 1862[3].
Il 18 settembre 1860 le truppe pontificie, sconfitte dall’esercito sardo a Castelfidardo, si rifugiarono ad Ancona per tentare l’ultima difesa dei territori pontifici: Ancona era ormai per loro l’ultimo baluardo. Le truppe italiane dei generali Cialdini e Fanti e le navi dell’ammiraglio Carlo Persano circondarono subito Ancona da mare e da terra, e iniziarono un assedio lungo e difficile. Solo il 28 settembre 1860, con un’ardita manovra navale che portò all’esplosione della batteria della Lanterna che difendeva il porto, alla quale era agganciata la catena che ne chiudeva l’imboccatura, le navi della marina sabauda poterono approdare in porto; il giorno seguente le truppe dei Generali Cialdini e Fanti entrarono vittoriose ad Ancona. Il 3 ottobre 1860 alle 5 del pomeriggio il re Vittorio Emanuele II arrivò in città per salutare i suoi nuovi sudditi[4] accolto da una città in festa, ornata di centinaia di bandiere tricolore (Figura 5): le Marche e l’Umbria con la battaglia di Castelfidardo e la presa di Ancona erano ormai italiane, e il Regno d’Italia era ormai una realtà. Il 4-5 novembre dello stesso anno un plebiscito segnava, in modo pressoché unanime[5], la volontà del popolo di entrare nel Regno d’Italia, sancita con Regio Decreto del 17 dicembre.
Subito Ancona assunse un ruolo militare notevole nella compagine difensiva del giovane regno: fu una delle cinque piazzeforti di prima classe, insieme a Torino, La Spezia, Taranto e Bologna[6]. Durante la campagna militare, tuttavia, le difese della città avevano mostrato tutta la loro inadeguatezza alle “moderne” tecniche offensive e pertanto, nella strategia dei generali del nuovo Regio Esercito, si profilò la convinzione che si dovesse provvedere rapidamente al loro rafforzamento. Lo stesso Re Vittorio Emanuele II, dopo il suo ingresso trionfale, si trattenne in città per ben sette giorni durante i quali trattò anche di questioni militari con i propri generali prendendo deliberazioni per il riordinamento ed il potenziamento delle fortificazioni cittadine. Alla luce di tali sviluppi, il Ministero della Guerra decise, con Regio Decreto del 6 ottobre 1860, di istituire in città una Direzione del Genio Militare a capo della quale venne posto il Luogotenente Colonnello (Tenente Colonnello) Angelo Caprilli e, in qualità di Sotto-Direttore (Vice Direttore) il Maggiore Giuseppe Morando. Gli uffici furono ricavati in alcuni locali del convento dei Frati Domenicani nell’ala che dava su Piazza Grande (attuale Piazza del Plebiscito, meglio conosciuta come Piazza del Papa. Figura 5); vi operavano, oltre ai due ufficiali superiori menzionati, 11 ufficiali inferiori, 11 sottufficiali, 3 militari di truppa e 19 impiegati civili, con giurisdizione sulle province di Ancona, Ascoli, Camerino, Fermo e Macerata, e con alle dipendenze la Sotto-direzione di Rimini con giurisdizione, a sua volta, sui circondari di Pesaro, Urbino, Cesena e Rimini. Il 16 ottobre 1860 venne nominata una Commissione di Difesa presieduta dal Colonnello d’Artiglieria Battista Spano con il Maggiore Morando (Figura 6) in qualità di membro per la difesa del lato di mare, per definire le opere militari necessarie per una migliore difesa della città. La Commissione esaurì velocemente il proprio compito ed immediatamente, con una serie di decreti, il Commissario generale straordinario delle Marche Lorenzo Valerio (Figura 7) emanò i provvedimenti atti all’esecuzione di quanto stabilito. I lavori per le fortificazioni vennero dichiarati di pubblica utilità, fu stanziata la somma di un milione per i primi interventi e furono imposte le servitù militari[7]. Per adeguare le difese della città al nuovo rango acquisito di “piazzaforte”, tutte le colline di Ancona, tranne quella del Duomo, vennero fortificate, e venne promosso uno straordinario ampliamento urbanistico (il primo piano di espansione dell’Italia unita): la superficie della città raddoppiò con la costruzione di nuove mura.
Il volto della città cominciò ad assumere un aspetto moderno su modello torinese (all’epoca capitale del Regno), con l’apertura di un corso centrale (Corso Garibaldi), l’edificazione di teatri, la realizzazione di giardini pubblici (Piazza Stamira) e piazze alberate (Piazza Roma, Piazza Cavour), di parchi (il Pincio), l’inaugurazione dell’acquedotto, del servizio di illuminazione a gas. Era anche l’epoca in cui l’Italia stava realizzando la propria rete ferroviaria, e Ancona ne divenne subito un nodo importante, con le linee per Bologna e Roma; venne così costruita la stazione ferroviaria centrale (1861) [8]. Della commissione incaricata di scegliere il sito dove collocare la nuova stazione ferroviaria fece parte anche il Maggiore Morando che contribuì, quindi, a disegnare la nuova configurazione della città[9]. Nacque, successivamente, anche la rete tranviaria, prima con tram a cavalli (1881) e poi con quelli elettrici (1909). Nel periodo post-unitario, inoltre, fu l’epoca in cui si forma il sistema museale anconitano: nascono la pinacoteca (1884), il museo archeologico (1863) e, pochi anni dopo, il museo di storia naturale (1864, ora intitolato a Luigi Paolucci). Inoltre, nello stesso anno dell’introduzione del cinema in Italia, Ancona inaugurò la sua prima sala (1896). Solo con la terza guerra di indipendenza (20 giugno – 12 agosto 1866) e l’annessione di Venezia all’Italia, Ancona diminuì la sua importanza militare, ma la normalizzazione si ebbe solo con la presa di Roma. Nei circa dieci anni di piazzaforte di prima classe, però, Ancona era diventata una città moderna, sotto tutti i punti di vista[10].
Da settembre del 1861, a seguito dei trasferimenti dei suoi predecessori, il Maggiore Morando divenne Direttore ad interim della Direzione del Genio Militare di Ancona. Il lavoro che si apprestava a fare la Direzione era veramente imponente; si trattava infatti di dare attuazione al piano di difesa di Ancona comprendente:
la realizzazione delle postazioni su due fronti di difesa, quello di terra e quello a mare;
l’allargamento del perimetro della città con la costruzione di una nuova cinta muraria;
la costruzione delle opere atte ad assicurare la conservazione dei materiali da guerra ed i servizi logistici per la truppa accasermata;
la “militarizzazione” delle Marche e della Romagna con le sistemazioni logistiche per i reggimenti ivi stanziati.
Quest’ultimo aspetto prevedeva, tra l’altro, la realizzazione degli ospedali militari nonché di varie caserme. Queste sistemazioni furono ricavate in ex strutture religiose abolite dal commissario Valerio e demanializzate dopo l’Unità. In tale ambito, il primo consistente impegno che Morando dovette affrontare fu, appunto, la realizzazione del nuovo Ospedale Militare e la scelta, a causa della carenza di spazi all’interno della cinta muraria contrariamente all’ampia disponibilità di edifici appartenuti alle disciolte congregazioni religiose, cadde sul convento di San Francesco ad Alto. Il prestigio e la ricchezza degli interni del complesso monastico non impedirono all’Autorità militare di compiere quello che oggi verrebbe considerato uno scempio ma che all’epoca era non solo accettato, ma addirittura auspicato come si può dedurre dalle cronache del Corriere delle Marche che nell’edizione del 12 luglio 1862 scrive sull’argomento: “Noi siamo certi che in tanto numero di chiese e di conventi si è bene operato togliendone una delle più vaste al canto dei salmi di pochi frati e in sua vece consacrarla ad una delle più belle e sante opere comandate dal dovere di fratelli e dalla gratitudine dei cittadini”.
La trasformazione iniziò nell’estate del 1862 e i relativi lavori furono portati a termine nella primavera del 1863 quando il 16 aprile i militari infermi vi furono trasferiti dall’Ospedale Civile.
Gli oggetti di culto e le opere furono restituiti ai rispettivi proprietari mentre gli altari di marmo furono trasferiti nella chiesa di San Domenico. Questo lavoro preparatorio dei locali durò più di un mese e vi furono impiegati una cinquantina di militari.
I lavori più consistenti interessarono la chiesa che fu divisa in altezza in due ampi saloni che potevano contenere un totale di 320 posti letto mentre nel convento furono ricavati i servizi degli alloggi per il personale. Sempre dal Corriere delle Marche, nell’edizione del 26 febbraio 1863 si riportano le notizie sui lavori del nuovo Ospedale così come venivano vissuti dalla popolazione anconetana: “La città nostra vede oggi condotto a termine uno dei più grandi stabilimenti sanitari che conti l’Italia. L’ex convento e chiesa che traevano il nome dai Zoccolanti oggi vedasi ridotti ad Ospedale militare divisionale. La chiesa, divisa nell’ampia sua altezza, presenta due grandi sale principali contenenti 350 letti già pronti a ricevere i militari infermi: per 600 trovasi già allestito il servizio di biancheria, di farmacia, di bagni e di quanto infine è richiesto dall’arte sanitaria alla cura degli ammalati. Quanto prima, ci vien detto, si porrà mano alla costruzione di un nuovo braccio, capace di contenere altri 250 letti, numero stabilito preventivamente a questo grande ospedale, che per la sua situazione, la sua vastità, e soprattutto per l’aria purissima che vi si respira, sarà molto opportuno a ristorare la salute dei valorosi nostri soldati, e a ridonarli alle file di quell’esercito in cui l’Italia nostra vede la ragione vera del suo essere e le speranze non effimere del suo futuro” (Figure 8 e 9 dall’archivio dell’ISCAG: Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio – Roma, tratte dal libro di Claudio Bruschi) [11].
La rara planimetria del Genio Militare in figura 10 testimonia lo stato di fatto alla data del 5 luglio 1945 (da notare la denominazione della Via: “Torroni” anziché “Torrioni”). Il complesso francescano venne successivamente ridotto a caserma e sottoposto ad innumerevoli interventi che hanno completamente modificato lo stato precedente al 1861, rappresentato in un olio su tela di Barnaba Mariotti del 1850 circa (Figura 12). Dopo la seconda guerra mondiale è stato sede del Distretto Militare, trasferitosi dalla Caserma “Cialdini”, ex convento degli Agostiniani ed ora sede del Circolo Sottufficiali della Marina Militare. Attualmente è sede del Comando Militare Esercito “Marche” e del Centro Documentale (Figure 13, 14, 15 e 16).
Bibliografia
[1] [3] [4] [5] [6] [8] [10]
Regione Marche Assessorato Beni e Attività Culturali – Servizio Internazionalizzazione, Cultura, Turismo, Commercio e attività promozionali: Fondazione Marche Cinema Multimedia;
Portale “Cultura Italia” (http://www.culturaitalia.it/);
Alberto Bignami (http://www.ancondorica.net/vedute.html);
Comune di Ancona, Ankon, Ancona, Adriatica Editrice, 1992 (3 volumi);
AA. VV., Ancona Pontificia. L’Ottocento. Un inventario urbano, Comune di Ancona, Ancona 1994.
Storia di Ancona, Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia di Ancona?oldid=70764733, Contributori: Nur, Ruthven, Moliva, Dommac, Sentruper, SpeDIt, MM, Joana, Accurimbono, Wiskandar, Enne, Beta16, CruccoBot, Mr Hans, Rago, Qbert88, Gep, Eumolpo, Lucio Di Madaura, Superchilum, Gerri.rama, Sauromarini, LiljaBot, AttoRenato, Luigi.Vampa, Orion21, Parsifall, Avemundi, Theirrulez, K.Weise, BetaBot, Friedrichstrasse, SieBot, Phantomas, Pracchia-78, No2, Demart81, Guidomac, FrescoBot, Bisont, AttoBot, Anconitano, Nivola, Jose Antonio, Euphydryas, Zaito, Shivanarayana, FAM1885, Memnone di Rodi, Gpmat, Massimiliano Panu, Atarubot, Spazzino, Botcrux, AlessioBot, Addbot, Bigstones e Anonimo: 44;
Michele Polverari, conferenza “Chiesa San Francesco ad alto: la storia e l’arte”, 19 giugno 2010, nell’ambito dell’evento “Andar per Chiese”, organizzato dal centro sociale “Il Faro – ANSPI” e l’Assessorato alla cultura 1^ Circoscrizione del Comune di Ancona in collaborazione con il Comando Militare Esercito “Marche”;
Michele Polverari, Tiziano – la pala Gozzi di Ancona: il restauro e il nuovo allestimento espositivo, Grafis, 1988.
[2] [7] [9] [11] Claudio Bruschi, Giuseppe Morando artefice del sistema difensivo di Ancona Piazzaforte Militare 1860-1868, Libreria Canonici, Ancona.
