Cerimonia in memoria di Padre Antonio Maria Ghezzi
Cappellano militare, Medaglia d’Argento al Valor Militare
Stefano Mangiavacchi
(Federazione di Arezzo- Siena)

Nella splendida cornice della Sala del Consiglio Comunale di Cortona (Socio Benemerito dell’Istituto) venerdì 31 gennaio 2025 alla presenza delle Autorità e tanti Studenti si è svolta una solenne celebrazione in memoria del Cappellano Militare Antonio Carlo Maria Ghezzi Monaco Camaldolese morto in prigionia in Polonia nel maggio 1945 alla cui memoria è stata conferita la Medaglia d’Argento al VM .Dopo il saluto del Presidente della Federazione Stefano Mangiavacchi hanno preso la parola il Sindaco di Cortona Luciano Meoni, il Prefetto di Arezzo S.E Clemente Di Nuzzo, il Vicario Generale della Diocesi di Arezzo Cortona Sansepolcro Mons. Alessandro Conti , Padre Ugo Fossa e Padre Valerio Amanti della Comunità dei Monaci Camaldolesi.La Consigliere delle Federazione Giulietta Staderini ha dato lettura della Motivazione della MAVM conferita a Padre Ghezzi e la Consigliere Caterina Testi ha ricordato la figura del Cappellano ripercorrendo la sua vita ed il suo sacrificio. Al termine è stato consegnato l’Emblema Araldico al Comune di Cortona e l’Emblema Araldico alla memoria di Padre Ghezzi alla Diocesi.Alla Dirigente Scolastica dell’Istituto d’Istruzione Superiore Luca Signorelli di Cortona Prof.ssa Maria Beatrice Capecchi sono state donate la Bandiera Nazionale ed Europea, il Dizionario Minimo della guerra di Liberazione ed un quadro con la motivazione della MOVM all’Internato ignoto e la MAVM di Padre Ghezzi da conservare nell’Istituto scolastico. Presente il Labaro della Federazione e lo storico Labaro della Sezione di Cortona con il Consiglio Direttivo della Federazione e numerosi soci.
Intervento della Consigliere Dr.ssa Caterina Testi:
Buongiorno a tutte e a tutti,
alle Autorità Civili, Militari e Religiose, ai rappresentanti delle associazioni combattentistiche e, non ultimi, agli studenti e ai docenti dell’istituto Luca Signorelli di Cortona. Il 27 gennaio di 80 anni fa l’armata rossa liberava Auschwitz, rivelando una delle pagine più atroci e terrificanti della storia umana, e sancendo la fine dell’Olocausto che aveva visto lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei in grandissima parte, ma anche di dissidenti politici, rom e sinti, testimoni di Geova, omosessuali, disabili fisici e mentali. Il giorno della memoria significa provare a comprendere come avvenne ciò che può tornare ad accadere. Sapere: per impedire che noi umani si compia di nuovo. Come diceva Primo Levi «E’ accaduto, può ancora accadere». Nella giornata di oggi ricordiamo quindi la Shoah, ma anche gli italiani che hanno subìto la prigionia, la deportazione, la morte. Migliaia di nomi, di cui la collettività non ha una memoria individuale condivisa. Molti di loro sono senza storia, e l’unico modo che abbiamo per onorarli è proprio pronunciare il loro nome, continuare a farlo e raccontare, tramandare la loro storia. Il nome che vogliamo ricordare in questa cerimonia è quello di Don Carlo Maria Ghezzi, la cui vita è stata per troppo tempo dimenticata e che invece merita di essere strappata dall’oblio, almeno tra le mura della sua comunità. Don Carlo Maria Ghezzi nacque proprio a Cortona il 15 giugno 1895 da Antonio e Virginia Ganaceschi. Non appena ventenne partecipò come volontario nel primo conflitto mondiale e già durante la Grande Guerra la sua figura non passò inosservata e il suo coraggio lo portò addirittura a rifiutare un privilegio che veniva concesso ai figli unici come lui: l’esonero dalla prima alla seconda linea. Non sappiamo come e quando nacque in lui il desiderio di avvicinarsi alla vita sacerdotale ma nel 1924 entrò nell’Ordine benedettino camaldolese per poi diventare sacerdote nel 1931. Ufficialmente la sua esperienza di vice parroco ha inizio quattro anni dopo a Fabriano, città dove rimarrà fino a quando gli eventi bellici non lo porteranno a fare altre scelte, scelte che gli cambieranno per sempre la vita.
Nonostante fosse apprezzato per l’apostolato tra i giovani e per la sua totale dedizione e disponibilità verso il prossimo, quando nel settembre del 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale chiese ripetutamente e, senza perdersi di animo a ogni diniego, di poter diventare Cappellano Militare per supportare i soldati mobilitati. Passano mesi e dopo molti solleciti Don Carlo Maria Ghezzi riesce a ottenere che la sua richiesta sia accettata: nel marzo del 1941 viene inviato a Gravina di Puglia, ma anche a Molfetta, a assistere i soldati feriti del 32° Treno Ospedale. Dai rapporti informativi redatti dal Direttore del Treno vengono messi in luce fin da subito alcuni aspetti caratteriali che accompagneranno fino alla fine l’operato di Don Ghezzi: l’estremo altruismo e la grandissima umanità. Durante l’esperienza sul Treno Ospedale Don Carlo Maria Ghezzi inizia a sentire però la necessità spirituale e fisica di non potersi più trattenere lì. Desidera infatti con tutto se stesso andare tra le truppe di combattenti su qualunque fronte e cercherà con numerose lettere di far accogliere questa sua richiesta. Inviato a Asti nel settembre 1943 mai avrebbe potuto immaginare di ritrovarsi nel bel mezzo di un cambiamento epocale, l’occasione che lo metterà di fronte a una scelta.Con l’armistizio dell’8 settembre le forze armate tedesche occupano la penisola italiana e i militari italiani che si rifiutano di combattere con i tedeschi o di aderire alla Repubblica Sociale Italiana vengono deportati in Germania. Don Carlo Maria, anche in questa occasione, prende una decisione coraggiosa che cambierà per sempre la sua vita: nonostante avesse un regolare lasciapassare del comando delle Truppe Germaniche, d’impeto e senza esitazione decide di correre alla stazione dove troverà ammassati i soldati pronti per la deportazione, e si unisce a loro. Anche stavolta mette da parte se stesso, non vuole lasciare soli i soldati, privarli di assistenza e di sostegno spirituale. La sua vita da quel momento cambierà inesorabilmente. I cappellani militari non godevano di agevolazioni e l’abbandono, la solitudine, la scarsità di beni colpiscono quindi anche loro.Il 17 marzo 1944 Ghezzi mette a conoscenza Sua Eccellenza il Vescovo di Milano proprio delle difficoltà che deve affrontare: «Sebbene deperito per i disagi della prigionia, una ferita al polmone, tuttavia posso lavorare ancora per il bene delle anime. Ho tanta necessità di materiale religioso per il sacro Ministero, particolarmente vino che qui non si può avere» e chiede con dignità e abnegazione di «essere aiutato con materiali per il Sacro Ministero, con viveri per mantenermi in vita, per il bene dei tre mila italiani affidatimi alla Provvidenza» .Colpisce quanto in una situazione così drammatica e precaria, dove lo spettro della morte avvolgeva tutti gli internati, che Don Carlo Maria Ghezzi accantonasse il naturale e umano spirito di sopravvivenza per compiere gesti degni di una persona di una spiritualità e generosità inimmaginabili. Unico sacerdote tra 20.000 soldati, spesso si privava del poco cibo che aveva a disposizione per offrirlo ai connazionali ammalati, a cui donava persino il sangue, nonostante le sue condizioni di salute non fossero buone. Agli inizi del 1945 Ghezzi viene spostato e diventa cappellano presso il campo prigionieri di Thorn, in territorio polacco, dove venivano smistati migliaia di soldati destinati a altri campi. Anche in questa situazione il suo alto senso di altruismo lo porta a estendere la sua opera anche a tutti i prigionieri e internati della zona extra campo, sottoponendo il proprio corpo a uno sforzo fisico importante. Dalle testimonianze emerge infatti che nel campo di concentramento polacco Don Carlo Maria Ghezzi continuò a pensare esclusivamente alle esigenze dei prigionieri e non di se stesso; diffondeva speranza e la sua visita era «un raggio di sole ristoratore», un «soffio spirituale», emanando «fede, forza e umiltà». La sua infinita dedizione e carità per il prossimo è dimostrata anche dalla notizia che Ghezzi, senza l’appoggio dei tedeschi, costituì il tubercolosario di Thorn, e noncurante delle malattie infettive che colpivano i soldati, li assisteva amorosamente. Curava la vita degli altri ma non la sua, fino a quando, contagiato dallo stesso morbo che affliggeva i suoi assistiti, morì tra atroci sofferenze il 9 maggio 1945. Don Carlo Maria Ghezzi sacrificò la propria vita per gli altri, dimostrando un altruismo e una carità non comuni, tanto da essere stimato anche dagli Ufficiali tedeschi. Nei momenti più critici e bui non si voltò mai dall’altra parte, né tentò di preservare se stesso come si evince dalla parole del Tenente Medico presente a Thorn: «Don Carlo è giunto al sacrificio massimo di se stesso; invano quando avevo già trovato in lui i primi segni della malattia, precisamente la vigilia di Pasqua, ho cercato di dissuaderlo dal compiere una lunga marcia per portare la S. Messa e la sua parola ai suoi soldati». Dopo la fine della guerra la salma di Ghezzi fu sepolta nel cimitero Militare Italiano d’Onore di Bielany, in Polonia, a testimonianza di una fede vissuta fino alla morte. L’8 giugno del 1982 il noto giornalista Enzo Biagi intervistando Primo Levi chiedeva: «Come nascono i lager?». La risposta fu «Facendo finta di nulla». Nel suo romanzo I sommersi e i salvati, scritto decenni dopo la sua esperienza ad Auschwitz, Levi fa questa profonda riflessione: «Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri ‘aguzzini’. Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.»
I nazisti erano uomini comuni e il loro male è stato, come diceva Anna Arendt, un male banale. Tutto quello che è successo può accadere ancora e quindi ricordiamoci di Don Carlo Maria Ghezzi, ma ricordiamo anche il nome di altri due cortonesi deportati: Bruno Magi e Alfonso Svetti, entrambi morti in prigionia. Quell’orrore, che non abbiamo vissuto e che spesso facciamo fatica anche solo a immaginare, dobbiamo tramandarlo, anche attraverso le tante figure significative che hanno popolato la nostra comunità, perché nessuna persona, nessun popolo debba viverlo di nuovo.
Dott.ssa Caterina Testi, Consigliere Federazione Arezzo-Siena
Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria
al Ten. Cappellano Antonio Carlo Maria Ghezzi
‹‹Volontariamente seguiva nell’internamento i militari del suo reparto per sostenerli spiritualmente portando loro il conforto della fede e per essere loro di esempio nel sopportare disagi e sofferenze. Ne era strenuo difensore intervenendo coraggiosamente per alleviare crudeltà di trattamento nei campi di lavoro. Incurante di ogni rischio esplicava la sua opera assistenziale e morale di apostolo e di soldato fino a quando cadeva vittima del grave morbo contratto nel curare i suoi soldati colpiti dallo stesso male››. Francia, Polonia, settembre 1943 – maggio 1945.
