“Il valore militare al femminile nell’arco del processo unitario italiano 1848 – 1918”
(in occasione della giornata della Donna – 8 marzo – e
dell’anniversario dell’Unità d’Italia -17 marzo)
Conferimento dell’Emblema Araldico dell’Istituto del Nastro Azzurro alla Medaglia d’Oro al Valor Militare “alla memoria” al
Maresciallo Capo dell’Arma dei Carabinieri SERGIO PIERMANNI
con consegna della pergamena alla consorte Signora Giovanna Paolone Piermanni
Figure femminili della 1^ Guerra Mondiale decorate al Valore Militare. Giuseppe Monaco<
Portatrici carniche
Le vicende oggetto della presente relazione hanno avuto luogo in territorio friulano, nella regione della Carnia, territorio a ridosso del confine austriaco, tra l‘agosto 1915 e la ritirata di Caporetto dell‘ottobre 1917. Questa parte di fronte aveva una enorme importanza strategica per il Regio Esercito, sia come possibile via per conquistare la Carinzia subito al di là del passo di Monte Croce Carnico, sia come difesa da una eventuale sortita del nemico da Tarvisio verso Caporetto: lo conferma in un discorso alle truppe dipendenti il Tenente Generale Clemente Lequio, comandante delle truppe della fronte carnica, con sede a Tolmezzo ed alle dirette dipendenze del Comando Supremo: “La zona Carnia per la sua posizione, costituisce anello di congiunzione tra le truppe operanti in Cadore e quelle operanti verso la frontiera Giuliana, soprattutto costituisce copertura di ogni movimento di truppe che si compia a sud delle prealpi carniche”.
Il terreno di scontro risultava di estrema difficoltà, essendo costituito una serie di alte montagne poste una dietro l’altra, e quindi entrambi gli schieramenti si contendevano pochi palmi di terreno, in trincee lontane dai più vicini centri abitati e con sistema viario quasi inesistente.
Il Regio Esercito era presente nel fronte carnico fin dall’inizio delle operazioni con 16 battaglioni Alpini, 3 della Guardia di Finanza ed uno squadrone del Cavalleggeri del Monferrato, oltre a 6 batterie di artiglieria da montagna, 2 someggiate e quattro compagnie tra genio zappatori, minatori e telegrafisti, in tutto 863 ufficiali e 34.353 tra sottufficiali e truppa, assieme a circa 15.000 quadrupedi.
Il 28 giugno 1916 il Generale Cadorna dette il via ad una operazione militare congiunta tra le truppe già citate della zona Carnia ed i reparti alla loro sinistra del IV Corpo d’Armata, appartenente alla II Armata del Generale Capello, con obbiettivo l’occupazione della Conca di Plezzo, punto di partenza per una offensiva di sfondamento più ampia. A settembre per rinforzare le operazioni furono inviate da Cadorna la 24^ e la 26^ Divisione che, incorporando le truppe della zona Carnia, si unirono nel XII Corpo d’Armata composto da 19 battaglioni alpini, 18 di fanteria, 3 di bersaglieri e Regia Guardia di Finanza, oltre alle artiglierie.
Alle truppe italiane era contrapposto il VII Corpo d’Armata Austro-Ungarico con il generale Rohr comandante di settore.
Un esercito di così grandi dimensioni necessitava ovviamente di rifornimenti continui: vettovaglie, munizioni, attrezzatura, medicine, ecc; e in zone così impervie, un approvvigionamento giornaliero tramite automezzi era praticamente impossibile. Le uniche vie utilizzabili erano sentieri e mulattiere percorribili esclusivamente a piedi e ciò prevedeva il trasporto di materiali a spalla, da fondo valle, dove erano ubicati magazzini e depositi militari, fino in cima alle Alpi Carniche, per permettere a queste forniture di raggiungere le prime linee. Per tali trasporti diventava sconveniente impiegare i soldati già schierati sul fronte: ciò avrebbe tolto forza ed efficacia alle operazioni. I magazzini ed i depositi militari erano dislocati in fondo valle e non c’erano rotabili che consentissero il transito di automezzi né di carri trainati da animali. L’unico sistema per raggiungere la prima linea del fronte, in alta montagna, era il trasporto a spalla. Il Comando Logistico della Zona e quello del Genio furono costretti quindi a chiedere aiuto alla popolazione civile. Venne così costituito, con decreto del 15 giugno 1915, un Corpo di ausiliarie composto da civili di tutte le età, non arruolate in senso militare e quindi dispensate dall’indossare una uniforme. Il loro equipaggiamento era costituito da una gerla (cesta in vimini intrecciata a forma di cono rovesciato e aperta in alto, con due cinghie di corda per poter essere trasportata), un braccialetto rosso recante il numero dell’unità militare d’assegnazione ed il numero del taccuino personale su cui venivano annotati i materiali trasportati ed il numero dei viaggi per ogni giornata.
Per 26 lunghi mesi quindi, le portatrici carniche fecero la spola dai paesi a fondo valle fino in cima ai monti, partendo all’alba e rientrando nel pomeriggio, portano con la loro gerla un peso che poteva variare tra i 30 ed i 40 kg, garantendo i rifornimenti ad una prima linea estesa per 16 km.
Il cosiddetto “corpo delle ausiliarie carniche” quindi, composto da donne tra i 15 ed i 60 anni, raggiunse una forza pari ad un battaglione di 1.000 soldati.
All’alba di ogni giorno si presentavano ai depositi del fondovalle per caricare il materiale che avrebbero portato al fronte, superando mediamente un dislivello tra i 600 ed i 1.200 metri, e poi partivano in gruppi di 15/20 donne; per ogni viaggio ricevevano il compenso di lire 1,5.
Talvolta nel viaggio di ritorno veniva chiesto loro di compiere la pietosa opera di riportare a valle i caduti in combattimento o i militari feriti da far portare poi negli ospedali da campo; non erano sottoposti al regolamento di disciplina militare ma osservarono sempre scrupolosamente i loro impegni.
Le Portatrici Carniche, operando in zona di guerra, subivano gli stessi rischi dei soldati in trincea, in quanto i “cecchini” austriaci non facevano differenza e sparavano su tutto quanto si muoveva. Fu così che nel 1917, una di esse, Maria Plozner Mentil, nata a a Timau nel 1884, sposa di Giuseppe Mentil, anch'egli di Timau ed in seguito combattente sul carso, madre di quattro figli, dopo aver svuotato la sua gerla a quota 1619, fu colpita a morte. Prontamente soccorsa dalle compagne e trasportata all’ospedale da campo di Paluzza, morì dopo alcune ore e fu sepolta con tutti gli onori militari nel locale cimitero. Nel 1937 la salma venne traslata nel Cimitero di Timau accanto a quelle di 1.764 soldati (alcuni anche austriaci) caduti su quel fronte. Nel 1955 ad essa fu intitolata la caserma degli Alpini di Paluzza, dismessa nel 2001 e ceduta al Comune che ne demolisce una parte pericolante lato strada che porta al vicino confine austriaco. Il resto della caserma viene riconvertito ad uso sede del locale del Gruppo Alpini, Soccorso Alpino per addestramento unità cinofile, Protezione Civile e sede di una società sportiva.
Nel gennaio 1969, il Senatore Giulio Maier presenta un disegno di legge per estendere alle Portatrici Carniche i benefici previsti per i combattenti della Prima Guerra Mondiale in virtù della legge 18 marzo 1968 n.263, con la concessione della medaglia ricordo in oro, della onorificenza dell’Ordine di Vittorio Veneto e del vitalizio annuo di lire 150.000.
Nel 1997 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro le ha conferito con "Motu Proprio" la medaglia d'oro al valor militare, come rappresentante di tutte le Portatrici, con la seguente motivazione: “Madre di quattro figli in tenera età e sposa di combattente sul fronte carsico, non esitava ad aderire, con encomiabile spirito patriottico, alla drammatica richiesta rivolta alla popolazione civile per assicurare i rifornimenti ai combattenti in prima linea. Conscia degli immanenti e gravi pericoli del fuoco nemico, Maria Plozner Mentil svolgeva il suo servizio con ferma determinazione e grande spirito di sacrificio ponendosi subito quale sicuro punto di riferimento ad esempio per tutte le “portatrici carniche”, incoraggiate e sostenute dal suo eroico atteggiamento. Curva sotto il peso della “gerla”, veniva colpita mortalmente da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916, a quota 1619 di Casera Malpasso, nel settore Alto But, ed immolava la sua vita per la Patria. Ideale rappresentante delle “portatrici carniche”, tutte esempio di abnegazione, di forza morale, di eroismo, testimoni umili e silenziose di amore di Patria. Il popolo italiano le ricorda con profonda immutata riconoscenza. Roma addì 29 aprile 1997”.
L'ultima portatrice carnica, Lina della Pietra, morì nel 2005 a 104 anni d'età.4
Maria Boni Brighenti, la prima donna italiana M.O.V.M.
Giuseppe Monaco
Infermiera in Libia, per speciale concessione del Governo della Colonia, a seguito del marito Maggiore Costantino Brighenti del Regio Corpo Truppe Coloniali, nell’aprile 1915 furono costretti a dividersi perché il Maggiore Brighenti assunse il comando del presidio di Beni Ulid, capoluogo degli Orfella, con il II battaglione libico da lui stesso formato, mentre Maria rimase nel presidio di Tarhuna.
Il 10 maggio gli arabi in rivolta assediarono per circa un mese Tarhuna, impedendo ogni possibilità di rifornimenti alle truppe del presidio. Dopo un mese di resistenza, durante la quale Maria Brighenti, instancabile, prodigò le sue cure ai feriti ed agli ammalati, aggravatesi la situazione per la scarsezza di viveri, medicinali e munizioni, fu deciso dal comando di forzare il blocco e tentare il ripiegamento su Tripoli.
Il 17 giugno 1915, a seguito di un attacco di ribelli nel vallone di Ras Msid, a questa colonna in ritirata di cui Maria faceva parte, formata da nazionali, truppe libiche del Regio Esercito e civili con donne e bambini, che tentava sulle vie carovaniere del Gebel il ripiegamento su Tripoli, la Brighenti rimase ferita ma continuò a prodigarsi come infermiera nell’opera di assistenza. il 18 giugno 1915 fu colpita a morte durante l’attacco finale all’arma bianca, e tutta la colonna venne completamente massacrata. La notizia dell'eroica morte fu sprezzantemente comunicata dai libici al marito che era già stato fatto prigioniero. La salma fu ritrovata un anno dopo e gli fu concessa la M.O.V.M. l'11 febbraio 1917 con la seguente Motivazione:
«Durante il lungo blocco di Tarhuna, fu incitatrice ed esempio di virtù militari; con animo elevatissimo e forte prodigò sue cure a feriti e morenti, confortandoli con infinite risorse della sua dolce femminilità. Il 18 Giugno 1915 seguendo il presidio che ripiegava su Tripoli, rifiutò risolutamente di porsi in salvo, volendo seguire le sorti delle truppe; più volte colpita da proiettili nemici mentre soccorreva feriti ed incuorava alla lotta, morì eroicamente in mezzo ai combattenti. Tarhuna, Maggio-Giugno 1915.»
Il marito Maggiore Costantino Brighenti venne liberato, ma non resse alla perdita della moglie e pose fine alla sua esistenza il 16 maggio 1916. Anch'egli fu decorato di M.O.V.M.5
Le Eroine di Marotta
Giuseppe Monaco
Il 23 luglio 1917 entrarono in servizio nella Regia Marina due pontoni armati o altresì chiamati monitori, il Faà di Bruno e l’Alfredo Cappellini, approntati in modo da poter efficacemente navigare nei bassi fondali della laguna veneta ed offrire copertura come batterie galleggianti con le loro artiglierie di bordo alla incipiente “spallata” Cadorniana dell’11^ battaglia dell’Isonzo, sferrata su un fronte che si estendeva da Tolmino (nella valle superiore dell'Isonzo) fino al mar Adriatico.
I pontoni avevano un equipaggio di 70 marinai, una stazza di 2.854 ton. ed erano lunghi 56,70 mt, larghi 27 mt, con un pescaggio di solo 2,24 mt, ed avevano imbarcati due grossi cannoni binati da 381/40, riutilizzati dalle navi classe Caracciolo non terminate, caratteristiche queste che li rendevano difficilmente manovrabili in caso di mare grosso.
A seguito della disfatta di Caporetto, dopo il 24 ottobre 1917, l’Alto Comando decise di trasferire i monitori dalla laguna veneta, visto il pericolo dell’invasione austro-ungarica, al porto di Ancona.
Il convoglio dei monitori, trainati dai rimorchiatori Titano e Luni e scorati da torpediniere, partì il 15 novembre 1917 alla volta di Ancona. Al largo di Pesaro le condizioni meteo cominciarono a peggiorare, fino a raggiungere il giorno dopo condizioni proibitive con mare in tempesta.
All’altezza della località di Marotta, i cavi di traino che tenevano legati i due monitori ed i rimorchiatori si ruppero, lasciano in balia delle onde il Faà di Bruno e l’Alfredo Cappellini, senza possibilità per l’equipaggio di governare efficacemente viste le caratteristiche costruttive.
Mentre l’Alfredo Cappellini imbarcava acqua fino ad inabissarsi a largo di Marina di Montemarciano, portando con se tutto l’equipaggio, il Faà di Bruno dopo un tentativo di ancoraggio si incagliò al largo di Marotta, senza possibilità di continuare la sua navigazione.
Il comandante Ildebrando Goiran e l’equipaggio rifiutarono l’abbandono nave, e si rifugiarono nella torre dedicata al puntamento dei cannoni, stremati dagli eventi seguiti a giorni di difficile navigazione: a loro soccorso vennero un gruppo di 11 ragazze del luogo, "capitanate" dalla ventenne Erina Simoncelli, che affrontarono coraggiosamente il mare con una barca a remi e portarono ai marinai vettovaglie e generi di conforto. Questa eroica azione ridiede coraggio ai marinai, che al cessare della tempesta riuscirono nell’operazione di disincaglio del Faà di Bruno che riuscì ad essere rimorchiato fino al porto dorico.
Le eroiche ragazze di Marotta furono decorate con la Medaglia di Bronzo al Valor di Marina con la seguente motivazione: “Equipaggiarono una imbarcazione e riuscirono, coraggiosamente, malgrado il forte vento ed il mare grosso, a vincere i frangenti e rifornire di viveri una unità navale da guerra che trovavasi gettata alla spiaggia di Marotta dalla violenza del fortunale.”
Oltre che Erina Simoncelli, le eroiche ragazze risposero al nome di Maria, Arduina, Nella Portavia, Teresa Isotti, Emilia Portavia di Nicola, Silvia Ginestra, Emilia Portavia di Giuseppe, Maria Marinelli Zampa, Edda Paolini e Giustina Francesconi.
Gabriele d’Annunzio, stupito ed ammirato dell’eroica azione delle ragazze, dettò questo epitaffio per la lapide commemorativa eretta nella piazza di Marotta: “Picene di antiche origini eran già nel mito dell’età primeva ancor prima dell’evento che le vide agli scalmi impavide dominare la tempesta.”6
Maria Andina e Maria Antonietta Clerici Coratolo, Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana
Giuseppe Monaco
Maria Andina e Maria Antonietta Clerici Coratolo, entrambe Comasche ed infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, nella notte dello sfondamento del fronte da parte delle forze austro – ungariche il 24 ottobre 1917 e nei giorni successivi, pur avendo ricevuto l’ordine di partire scelsero di stare al loro posto, tra i feriti ed i malati dell’Ospedale da Campo n. 014 situato nella fabbrica d’amido della Ditta Chiozza a “la Fredda”, a Perteole, frazione di Ruda, non molto distanza da Redipuglia.
Scelta che costò loro umiliazioni, privazioni e sofferenze, la presa dell’ospedale da parte degli austro-tedeschi, la prigionia a Katzenau, campo d’internamento tristemente famoso, dove si unì loro anche un’altra Infermiera Volontaria, Maria Concetta Chludzinsca, nonostante i principi di salvaguardia del personale sanitario sanciti dalla Convenzione di Ginevra del 1906.
La prigionia durò circa sei mesi e si concluse per tutte e tre con il "ritorno a casa", il 5 maggio 1918, dopo lunghe trattative condotte dalla Croce Rossa, con le pressioni della Duchessa Elena di Savoia ispettrice generale della CRI, e dal Nunzio apostolico di Vienna mons. Teodoro Valfrè di Bonzo (vescovo di Como dal 1895 al 1905).
Al ritorno dalla prigionia, Maria Antonietta Clerici Coratolo scrisse il libro "Al di là del Piave, coi morti e coi vivi. Ricordi di prigionia", ecco le prime toccanti pagine: «Il primo reparto, vuoto alla sera avanti, si era durante la notte, riempito di gravissimi operati, uno, due giorni avanti, negli ospedali più avanzati. Feriti al cranio, al petto all’addome, moltissimi polmonitici. Qualcuno agonizzava. Anche dentro di me qualcosa agonizzò e si spense… L’attaccamento alla vita. Sentii che la mia persona scompariva di fronte a quegli infelicissimi, sentii che qualsiasi sorte, qualunque sventura mi fosse riservata, io non potevo lasciare quei ragazzi, che tutto avevano dato alla Patria».
Le due vennero decorate di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, la Clerici ricevette anche tanti altri riconoscimenti ufficiali, fra cui la medaglia d’oro del Comune di Como (conferita anche all’Andina) e la medaglia Florence Nightingale la massima onorificenza concessa dalla Croce Rossa Internazionale.
Ecco la motivazione della MBVM alla Clerici: “Per essere rimasta serenamente al suo posto a curare gli infermi che le erano affidati pure durante la ritirata dell’ottobre 1917, incurante di mettersi in salvo con il grosso dell’esercito, per cui cadeva prigioniera nelle mani del nemico. Ottobre 1917” 7
Luisa Zeni – la “Mata Hari” Italiana
Giuseppe Monaco
Luisa Zeni nacque ad Arco (TN) nel 1896, al tempo sotto dominio asburgico. .Di umile famiglia, fin da giovane aderì ai movimenti irredentisti, nel volume di memorie che pubblicherà nel 1926 “Briciole, ricordi di una donna in guerra”, racconta di come rispose al suo ispettore scolastico, quando lui le chiese: «Che faresti se l’Italia movesse in guerra contro l’Austria?» «Andrei sul Brione a gettar giù sassi» «Ma contro chi?» «Contro i tedeschi, così gli italiani avanzerebbero». All’età di 18 anni aderì al Comitato degli irredenti Adriatici e Trentini, che annoverava tra i membri del gruppo anche Cesare Battisti.
Allo scoppio della guerra, Il colonnello Tullio Marchetti, a capo del Servizio Ufficio informazioni della Prima Armata, stava cercando una giovane recluta, che potesse muoversi come spia spingendosi oltre il confine, in territorio austriaco, per raccogliere informazioni preziose. Luisa, appena diciannovenne, si propose per il pericoloso incarico, come ricorda il Colonnello Marchetti: «unica persona, fra le molte interpellate di ambo i sessi, che accettò senza titubanza il pericoloso incarico».
La sua missione partì da Brescia il 22 Maggio, due giorno prima della dichiarazione di guerra, da dove sarebbe arrivata in treno ad Innsbruck, strategica località da cui sarebbero partire le operazioni militari dell’esercito AU verso il trentino e la Val d’Adige.
Con sé aveva, come “attrezzi del mestiere”, dell’inchiostro simpatico, dei contatti utili per la sua attività informativa, tra cui il barone Silvio a Prato, un agente italiano in Svizzera a cui avrebbe dovuto indirizzare la sua corrispondenza, e dei documenti falsi a nome Josephine Müller. Passato il confine con l’Austria, ad Ossenigo una pattuglia di soldati austriaci la fermò e la ricondusse ad Ala negli Uffici del Comando AU, per farla interrogare e perquisire. Luisa ebbe la prontezza di pronunciare il suo falso nome e raccontare di essere un’austriaca in fuga dall’Italia. C’era il pericolo che nella perquisizione gli AU trovassero, nascosti tra le animelle dei bottoni del suo vestito, gli indirizzi e i contatti degli svizzeri ai quali avrebbe dovuto trasmettere le informazioni, mentre nella borsetta era nascosto l’inchiostro simpatico e il reagente. La fortuna fu dalla sua parte e, al termine della infruttuosa perquisizione, fu rilasciata e riuscì a riprendere da Trento un treno per Innsbruck.
Luisa prese alloggio all’Union Hotel, frequentato da numerosi ufficiali AU, per cui poteva raccogliere preziose informazioni che appuntava su foglietti di carta, nascosti all’interno dei bottoni degli abiti, per poi trasmetterle in Svizzera al Barone a Prato. La sua attività di raccolta informazioni militari la portò in varie parti del territorio di frontiera tra AU ed Italia.
Luisa continuò la sua attività di raccolta informazioni in territorio AU fino al 9 agosto 1915, in quanto alla fine di luglio fu interrogata dal servizio di intelligence militare austroungarico. Dimostrando enorme sangue freddo, non cedette e fu rilasciata, ma cosciente che il suo ruolo fosse stato scoperto e che sarebbero presto venuti a riprenderla, fuggì travestendosi da uomo fino a raggiungere la Svizzera, e da qui tornare in Italia e tornare dal colonnello Tullio Marchetti.
Nel 1921 il capo del Servizio Ufficio Informazioni la propose per una decorazione alla Commissione per le ricompense del Ministero della Guerra, che le concesse la medaglia d'Argento al Valor Militare, per il servizio reso alla patria con la seguente motivazione:
"Animata da alto spirito patriottico, sin dall'inizio della guerra si mise a disposizione dell'ufficio informazioni di un alto comando, portandosi arditamente in territorio nemico, e quindi attraverso insidie e pericoli evitati con sagace intelligenza, con energia ed abnegazione ammirevoli, riusciva preziosa collaboratrice del comando medesimo. Arrestata ed internata, in attesa di denunzia per alto tradimento, seppe eludere abilmente la vigilanza nemica e raggiungere travestita con abiti maschili un paese neutrale, dal quale continuo l'opera sua. Rientrata in Italia volle ancora rendersi utile, quale infermiera della Croce Rossa in servizi faticosi e pericolosi che ne minarono la già malferma salute.”
Luisa Zeni poi seguirà D'Annunzio nell'impresa di Fiume e fu anche scrittrice, nel 1926 pubblicò il libro “Briciole - Ricordi di una donna in guerra”, nel 1928 “Irredento”, nel 1932 “Figli d'Italia”.8
Maria Abriani e la presa di Ala
Giuseppe Monaco
Dopo la dichiarazione di guerra da parte dell’Italia all’Austria-Ungheria, i soldati italiani iniziarono una rapida avanzata al di là del confini con l’AU. Il 27 maggio 1915 le avanguardie italiane, appartenenti alla piazzaforte di Verona della I^ Armata con alla testa il Generale Antonio Cantore, erano in procinto di raggiungere Ala. Ma la conquista di questa città fu possibile solo grazie al coraggio della ventiseienne maestra elementare Maria Abriani, che, sfidando il fuoco nemico, si mise alla testa di due colonne di soldati italiani per guidarli a stanare le truppe AU dalle alture circostanti. Nata nel 1889 in una piccola frazione vicino a Rovereto, a fine maggio 1915 si trovava ad Ala a casa del cognato, quando giunse la notizia dell’imminente arrivo delle truppe italiane. Gli Austriaci del locale presidio, composto da circa 165 uomini tra gendarmi, finanzieri e Standschiitzen, di origine trentina e più d'uno residente ad Ala, si ritirarono dal centro abitato fortificandosi nelle alture circostanti che ben conoscevano, da dove avrebbero colto di sorpresa gli Italiani da posizioni dominanti. Non appena la colonna italiana fu a tiro, costretta a transitare da una stretta gola, cominciò a subire una ingente quantità di fuoco nemico. Era necessario localizzare la posizione del fuoco AU, ma purtroppo i soldati non conoscevano il terreno di scontro e non riuscivano a trovare tra le alture il percorso più riparato e sicuro. Fu allora che, ignorando i pericoli a cui andava incontro, la giovane Maria si diresse verso le truppe italiane, offrendosi di accompagnarle per strade che lei conosceva, così da poter sorprendere i trinceramenti austriaci. Fece quindi da guida ai soldati, marciando alla testa delle due colonne del Generale Cantore, arrivando fin sopra ad una altura: il combattimento che ne seguì, durante il quale i fanti italiani riuscirono a localizzare e annientare le postazioni austriache, durò per oltre cinque ore, con Maria Abriani sempre in mezzo ai soldati.
Due giorni dopo, il Generale Luigi Cadorna poteva trionfalmente diramare il Bollettino di Guerra n. 5: “Il 27 maggio truppe di fanteria, rinforzate dalle Guardie di Finanza e da Artiglieria, da Peri, per le due rive dell ‘Adige, avanzarono verso Ala. Espugnato il villaggio di Pilcante, coperto da più ordini di trincee, si impossessarono stabilmente di Ala. Il combattimento durò da mezzogiorno a sera. Vennero presi venti prigionieri. Le perdite nostre sono leggere”.
E un mese dopo, 27 luglio 1915, il Capo di Stato Maggiore in persona appuntò sul petto della giovane Maria Abriani la Medaglia d’Argento al Valor Militare, per il coraggio dimostrato nel guidare i soldati italiani sotto il fuoco austriaco: “Durante un combattimento, guidò spontaneamente e con virile ardimento, un comandante di avanguardia in località adatta per combattere il nemico abilmente appostato, rimanendo impavida esposta al fuoco avversario. Ala, 27 Maggio 1915”. Terminò la guerra come Infermiera Volontaria presso l’Ospedale da Campo n. 70, dove ebbe in cura, per delle ferite riportate in combattimento, colui che diverrà suo marito: il Tenente Giuseppe Trimeloni, del 113° Reggimento Fanteria.9
L’evento procede la scultrice Paola Grizi, nipote della MOVM Marco Ceccaroni, viene inviata ad illustrare la sua Scultura “Le Pagine del Coraggio” che viene riportata sulla Copertina di questo numero della Rivista “QUADERNI”.
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Paola Grizi, scultrice italiana di fama internazionale, è nota in particolare per i suoi libri-scultura in bronzo e in terracotta, "creazioni in cui la materia prende vita con sorprendente leggerezza e dinamicità". (www.paolagrizi.com)
"Le Pagine del Coraggio" è una scultura in terracotta dedicata all’anima indomita delle donne e al loro valor militare, che ci parla di forza, dignità, abnegazione e perseveranza, illuminando la strada per le generazioni che verranno. Le donne con la loro determinazione e il loro eroismo, hanno scritto pagine importanti della nostra storia.
L'opera, concepita come un libro aperto, presenta volti che emergono in modo differente dalle pagine, rappresentando le numerose storie individuali che convergono nel comune denominatore della tenacia e dal coraggio, avendo agito ispirate ai più alti valori umani.
Ogni volto, pur nella sua individualità, narra una storia universale. La dolcezza che sopravvive alla brutalità, la determinazione che scaturisce dall’amore per ciò che si protegge, e l’incrollabile capacità di rialzarsi: un eroismo quotidiano, silenzioso, eppure straordinariamente potente. Il terzo volto a destra, in particolare, è segnato da uno strappo, simbolo del sacrificio personale e della dedizione a un ideale superiore di patria e libertà. La loro forza e volontà hanno reso possibile un futuro più libero per le generazioni successive. Oggi, in un'epoca in cui gli ideali autentici sembrano offuscati da modelli effimeri, questa scultura invita a riflettere sull'importanza di valori come l'integrità e lo spirito di servizio, affinché le nuove generazioni possano trarre ispirazione da queste storie di eroico altruismo.
L’ultima parte dell’evento è la consegna dell’Emblema Araldico.
Conferimento dell’Emblema Araldico dell’Istituto del Nastro Azzurro alla Medaglia d’Oro al Valor Militare “alla memoria” al
Maresciallo Capo dell’Arma dei Carabinieri SERGIO PIERMANNI
Claudio Fiori
L’Emblema Araldico dell’Istituto del Nastro Azzurro è rilasciato dalla Presidenza Nazionale, quale riconoscimento ufficiale per sottolineare la condotta del decorato di Valor Militare dimostrata sul campo, la cui azione è incardinata sul quello che si intendeva e si intende come Codice d’Onore. A tale proposito, si credette opportuno dare manifesta immagine del Valore Militare, creando di fatto una “nobiltà” basata sul Codice d’Onore, e sui valori fondanti l’Istituto.
Vittorio Emanuele III con Regio decreto, pertanto, dispose che i Soci dell’Istituto del Nastro Azzurro possano fregiarsi del diritto di far uso di un emblema araldico sulla base della decorazione ricevuta, a riconoscimento ufficiale di Nobiltà all’atto di Valore compiuto.
Con Regi Decreti 7 ottobre 1926, 17 novembre 1927 e 19 dicembre 1935, è stato concesso all’Istituto ed ai suoi Soci l’uso di un Emblema Araldico, concessione confermata in epoca repubblicana in approvazione dello Statuto dell’Istituto, con D.P.R. del 10.1.1966, n.158.
E’ conferito l’Emblema Araldico dell’Istituto del Nastro azzurro alla Medaglia d’Oro al Valor Militare “alla memoria” Maresciallo Capo dell’Arma dei Carabinieri SERGIO PIERMANNI, per la Nobiltà dei Valori evidenziati con l’estremo sacrificio della propria vita nell’atto di ardimento compiuto a beneficio della sicurezza della popolazione del territorio di Civitanova Marche (MC), come indicato nella motivazione di concessione della massima decorazione al Valor Militare:
« Comandante di Nucleo radiomobile, in licenza ordinaria nella sede di servizio venuto a conoscenza, casualmente, dell'assassinio di un graduato dell'Arma e del ferimento di altri carabinieri nel corso di conflitto a fuoco con malviventi verificatosi in provincia limitrofa, chiedeva ed otteneva il permesso di rientrare in servizio, per concorrere alle operazioni in atto, nottetempo, per la cattura dei criminali in fuga. Nel corso di operazioni di identificazione di tre persone sospette - riconosciute, successivamente, nei malviventi ricercati - veniva proditoriamente fatto segno a numerosi colpi di pistola, sparati da brevissima distanza. Benché ferito in maniera gravissima, reagiva, con una estrema eroica determinazione, con il fuoco della propria arma, ferendo mortalmente uno degli aggressori, prima di immolare la sua ancor giovane esistenza. Luminoso esempio di dedizione al dovere e di cosciente sacrificio.
Civitanova Marche (Macerata), 18 maggio 1977» (D.P. 14 dicembre 1977)
La Lettura della Motivazione della MOVM è ascolta in piedi con reverente atteggiamento a tutti i presenti. Il Gen. Dei Carabinieri MOVM Rosario Aiosa, ricevuto Emblema Araldico dal Presidente della Federazione Regionale delle Marche, MAVM Claudio Fiori, lo consegna alla Signora Giovanni Paolone Piermanni
In un clima di affetto e commozione l’evento si conclude.
