Il Valore femminile nell’arco del processo Unitario italiano 1848 1918. Claudio Fiori. Colomba Antonietti e Rose Montmasson Crispi

  

A completamento dilla relazione, pubblicata in data 10 luglio 2025, occorre approfondire due figure di donne del Risorgimento: Colomba Antonietti e Rose Montmason

Colomba Antonietti2. Claudio Fiori
nata a Bastia Umbra il 19 ottobre 1826, figlia dei fornai Michele Antonietti e Diana Trabalza. Si trasferisce giovanissima a Foligno, dove vive con la sua numerosa famiglia impegnata presso il forno municipale nella panificazione e nella produzione dolciaria. Accanto al forno è stanziato il Corpo di Guardia della guarnigione pontificia, dove presta servizio il cadetto conte Luigi Porzi di Imola. Luigi nota Colomba. Lei però è diffidente perché lui è soldato del Papa Re. Tuttavia, i due si innamorano. Lei è appena diciottenne, alta, snella, denti bianchi e regolari (una rarità per l’epoca), occhi e capelli nerissimi, tanto ricciuti da essere ribelli a qualsiasi acconciatura; lui è di poco più grande, tenente delle truppe pontificie e discendente da una nobile famiglia di Ancona. Luigi, per poter frequentare la casa dell’amata, cerca di rendersi amico della madre di Colomba, ma presto i due giovani devono affrontare le resistenze di entrambe le famiglie che non vedono di buon occhio la relazione tra due persone di classi sociali così distanti. Oltre a qualche occhiata furtiva, e qualche parola alla finestra i due erano riusciti ad avere pochi incontri fugaci. Ma un giorno qualcuno lo va a dire alla famiglia e Colomba è subito messa in punizione, mentre Luigi insegue lo spione fin sul tetto con la sciabola sguainata. La cosa si viene a sapere al reggimento: lo attendono quindici giorni di arresti di rigore. I genitori di Colomba riescono ad ottenere che Luigi sia trasferito a Senigallia, per toglierselo dai piedi. I due però non si arrendono: Luigi ha promesso a Colomba che l’avrebbe sposata, sprezzante della disparità sociale, e i due continuano a lungo a scriversi lettere di nascosto. Luigi infine si procura i documenti necessari e il permesso del suo comandante e chiede solennemente la mano della ragazza, che gli viene altrettanto solennemente rifiutata. Tuttavia, qualche tempo dopo, comunque, Colomba e Luigi, riescono a sposarsi all’una di notte in gran segreto nella Chiesa della Misericordia il 13 dicembre 1846. Sono testimoni il sacrestano e un conoscente di Luigi; l’unico familiare presente è il fratello di Colomba, Feliciano, che l’accompagna all’altare. Per più di due lunghi anni hanno atteso questo momento. E ora sono felici, anche se possono condividere la loro felicità con sole altre quattro persone, prete compreso. Naturalmente tutto era stato fatto nell’ombra e Luigi Porzi non aveva chiesto l’autorizzazione alle superiori autorità militari come invece prevedeva il regolamento, sperando che la notizia non sarebbe trapelata. E invece trapela eccome. I novelli sposi partono per Bologna dove vanno a visitare la madre di Luigi e quando torna presso la sua guarnigione Luigi viene arrestato e recluso in Castel Sant’Angelo, costretto a scontare tre mesi di carcere, con stipendio dimezzato, che, solo grazie all’intercessione di un autorevole zio prelato lo stipendio non fu decurtato, così da poter almeno mantenere Colomba. La quale lo segue a Roma e, fortunatamente – grazie al comandante del forte Cenci-Bolognetti – le è concesso di stare insieme al marito dall’alba al tramonto, rendendo meno dura la punizione con lunghe passeggiate.
La prigionia intanto sviluppa nel giovane tenente e in Colomba l’avversione per l’oppressione e i due si avvicinano poco alla volta alla causa dell’indipendenza nazionale, di cui danno testimonianza le lettere scritte dalla giovane alla famiglia. Colomba dorme da certi parenti della madre che abitano nel quartiere di Trastevere. Pio IX aveva da poco fatto marcia indietro sulle promesse riforme, e tutto il quartiere è percorso da fermenti rivoluzionari. La delusione fa crescere l’insofferenza. Colomba in quelle strade probabilmente frequenta il rivoluzionario Angelo Brunetti, più noto come Ciceruacchio, e il cugino Luigi Masi, medico, amico e segretario del nipote di Napoleone, Carlo Luciano Bonaparte, che era un naturalista insigne, liberale ed amante dell’Italia. Masi, che fu successivamente uno dei comandanti delle truppe garibaldine, molto probabilmente introdusse Colomba e il marito in quell’ambiente patriottico romano, dallo stesso frequentato e dove ne era un’attivista. La ragazza ascolta, domanda, si fa le sue idee. In autunno, il battaglione di Luigi è trasferito ad Ancona e Colomba segue il marito. Allo scoppio della prima guerra d’indipendenza nel marzo 1848 anche lo Stato Pontificio partecipa alle ostilità contro l’Austria formando un corpo di spedizione diretto al nord. Luigi Porzi si arruola volontario nelle truppe guidate dal generale Durando per la liberazione di Venezia. Colomba fa la sua scelta, mette mano ad ago e filo, ripara una divisa vecchia del marito, si taglia i bellissimi capelli neri e adesso anche lei indossa l’uniforme da bersagliere per combattere in Lombardia e in Veneto a fianco del suo Luigi. A nulla valsero le voci di chi intendeva dissuaderla, Colomba non aveva paura delle marce, della fatica, della battaglia. “Avrei più paura a non sapere dove sei, sono forte più di tanti uomini, sono convinta, perché non posso fare la mia parte?” Pio IX però ci ripensa. Accadde che il 17 aprile una speciale commissione cardinalizia, chiese al papa, come capo della Chiesa universale di ritirare l’esercito per il timore di uno scisma religioso in Austria. Alla notizia dell’armistizio che il Papa indice il 29 aprile, c’è confusione e disorientamento tra i soldati e la truppa si disperde. Luigi e Colomba marciano fino a Ferrara dove il cugino medico, il dottor Masi, che era stato nominato aiutante di campo della divisione volontaria, per niente entusiasta del travestimento di Colomba, cercò invano di separarli. Porzi fu incaricato di andare a Roma con un’ambasciata per il ministro Campello e Colomba andò con lui. I due coniugi, tornati a Roma, aderiscono alla Repubblica Romana proclamata solennemente il 9 febbraio 1849, guidata dal triunvirato eletto: Mazzini – Saffi – Armellini. I francesi, guidati dal determinato generale Oudinot intervengono con l’intento di riportare sul trono il papa. Il popolo romano resiste. Garibaldi va loro in aiuto. Il 26 aprile 1849 si forma una brigata composta da due battaglioni, con 300 uomini reduci da Venezia, 400 studenti universitari, 300 doganieri mobilizzati e 300 doganieri semplici per un totale di 2500 uomini (numerose anche le donne di cui non tiene conto la numerazione ufficiale). Tra loro, oltre a Luigi e Colomba, anche il cugino, il dottor Masi, con il grado di colonnello. Invano la madre di Colomba le scrive di allontanarsi da Luigi, lei risponde sempre con decise negazioni. Dopo la prima battaglia vinta del 30 aprile a Roma, presso Porta Cavalleggieri, Colomba, il 9 maggio, combatte nel VI battaglione Bersaglieri dell’esercito Sardo Piemontese comandato da Luciano Manara alla battaglia di Palestrina e poi a quella epica di Velletri il 18-19 maggio del 1849 contro le truppe borboniche guidate da Ferdinando II, dove 1500 garibaldini tengono testa a 20.000 borbonici. Dimostra in queste occasioni grande coraggio, sangue freddo, valore e intelligenza, meritandosi l’elogio di Giuseppe Garibaldi e lo stupore della moglie Anita, che la ammira per la schiettezza del suo coraggio. Ma le forze erano tragicamente impari e, per giunta, il presidente francese, vedendo in gioco l’onore della nazione, mandò cospicui rinforzi. Tuttavia, soltanto dopo un mese i francesi riuscirono a infrangere la tenace resistenza dei difensori guidati da Luigi Masi e sostenuti eroicamente dalla popolazione. La mattina del 13 giugno i francesi, con due mortai, aprirono la prima breccia nelle mura. Nonostante questo i patrioti non cedevano e si misero a costruire una barricata sotto il fuoco delle batterie nemiche. Tra loro era Colomba che, mentre porgeva ai difensori sacchi e altri oggetti per riparare la breccia, fu presa in pieno da una palla di cannone al fianco destro. Morì in pochi minuti dicendo “Viva l’Italia”. Colomba indossava, come sempre, una vecchia divisa militare del marito, perciò fu scambiata in un primo momento per un soldato. Racconta Garibaldi nelle sue Memorie: “ Il giovane soldato posto sopra una lettiga, aveva incrociato le mani sul petto, levati gli occhi al cielo, e reso l’estremo fiato. Nel momento che stavano per portarlo all’ambulanza un ufficiale si era precipitato sul cadavere e lo aveva coperto di baci. Qell’uffiziale era Porzio, il giovane soldato era Colomba Antonietti, sua moglie, che lo aveva seguito a Velletri, ed aveva combattuto al suo fianco il 3 di giugno ”
Anche Luigi Porzio ricorda, dall’esilio sudamericano, in una lettera al nipote, molti anni dopo, gli ultimi istanti di Colomba: “ fu colpita al fianco diritto con grave frattura del bacino e del femore, e spirò nelle mie braccia, e nelle braccia del dottore Nicolai Romano, ai 30 minuti rimase senza una goccia di sangue e moriò gridando Viva l’Italia. Fu impossibile fermare la violenta emorragia ”.
Il Monitore Romano, organo ufficiale della Repubblica Romana, riporta, il 14 giugno 1849, la notizia della morte della giovane combattente con queste parole:
“ Giovinetta di 23 anni, di cuore generosissimo, di sentimenti altamente italiani, pugnò come uomo, anzi come eroe, nella battaglia di Velletri, degna del marito, degna del suo cugino ”
Due mesi dopo Luigi Mercantini, il poeta famoso per i versi scritti in occasione della tragica spedizione di Sapri (Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti), le dedicò un’ode in cui diceva tra l’altro:“ Dietro all’Eroe dall’armatura rossa / Va Colomba i feroci ad incontrar: / Non sa quanto una donna in arme possa / Chi lei non vide allora in campo entrar ”.
Ma già poco tempo dopo, l’eroismo di Colomba viene ricondotto nei limiti e schemi “naturali”, quello di sposa devota fino al sacrificio estremo, nella storiografia patriottica. Nell’Italia Unita, le donne devono rientrare “accanto al focolare”.2

Rose Montmasson3. Claudio Fiori

Rose Montmasson è l’unica donna che partecipò per intero all’impresa dei Mille: persona libera, ferma nei suoi ideali, che amò profondamente suo marito, ma poco incline all’obbedienza cieca e “non partecipata”, capace di scelte coraggiose e a volte dolorose. Rose nasce il 12 gennaio 1823 a Saint-Jorioz (villaggio dell’Alta Savoia situato sulla costa occidentale del lago di Annecy) in condizioni umili, era figlia di contadini, quarta di cinque figli, e riceve nei primi anni della sua vita una formazione di base che le consente di leggere, scrivere e fare i conti.

Dopo la morte della mamma si trasferì, per ragioni economiche, a Torino, dove troverà lavoro come stiratrice nelle carceri di Palazzo Madama, e proprio in tale contesto che conosce quello che sarà il grande amore della sua vita Francesco Crispi, che si trovava nel capoluogo piemontese in esilio. In realtà, secondo alcuni recenti studi, il primo vero incontro con Rose, ribattezzata da Crispi Rosalie, avvenne a Marsiglia nel 1849. L’incontro con Francesco Crispi, la passione che li unisce diviene lo specchio di altre passioni, di amor patrio, di liberazione dallo straniero, di dedizione alla causa dell’unità nazionale. Rose e Francesco cominciano così, legati da un sentimento che è intimo e pubblico al tempo stesso, la loro personale avventura che si intreccia alla storia d’Italia. Dal 1850 inizia la loro convivenza che, soprattutto nei primi anni, si dimostra abbastanza burrascosa; infatti Crispi aveva avuto un figlio da una precedente relazione con Felicita Valla, che non mancò di manifestare la propria gelosia nei confronti della coppia. Comunque fu sicuramente l’amore, per l’uomo e gli ideali, a spingerla successivamente a seguire Crispi a Malta dove si era rifugiato. Nell’isola, incontra gli esuli italiani, partecipa alle loro riunioni, ascolta i loro discorsi che parlano di democrazia, di libertà e dell’Unità d’Italia. Intanto Crispi dirige un giornale politico «La Staffetta» e i suoi editoriali rivoluzionari diventano la causa del decreto di espulsione. Crispi, prima di lasciare Malta per Londra, sposa Rose nel 1854. Lei lo raggiungerà dopo circa due mesi, prima però passa dal suo paese natio in Savoia per annunciare alla famiglia il suo nuovo status di donna sposata. A Londra Crispi inizia a collaborare attivamente con Mazzini, Rose gli sta sempre accanto, portando messaggi ai vari comitati insurrezionali e condividendo la sua battaglia politica.

Il 1860 è l’anno che consacrerà Rose Montmasson alla storia: Il 27 marzo 1860 Rose, a cui viene affidata un importante e delicatissima missione, parte per la Sicilia per la consegna di una lettera con le istruzioni sull’insurrezione imminente. Rientra a Genova, con le lettere e la corrispondenza dei liberali di Messina e di Malta, così Giacomo Oddo, storico contemporaneo all’impresa dei mille, ricorda la sua difficile impresa: « Per lei si potettero rannodare in unità d’azione Genova, la Sicilia e Malta; per lei i disegni, le aspirazioni, la rivoluzione, volarono dalle spiagge della Liguria a quelle della Trinacria ». Quindi, contro il parere di suo marito, ottiene il permesso di Garibaldi d’imbarcarsi per partecipare a quella che diventerà l’impresa più coraggiosa e ardimentosa del nostro Risorgimento: la spedizione dei Mille. In realtà Garibaldi aveva autorizzato anche un’altra donna ad imbarcare: Felicita La Masa, la quale però viene convinta dal marito Giuseppe a non partire per proseguire il proprio impegno politico a Brescia. Rose parte da Quarto con suo marito e prende parte all’impresa dei Mille, e sempre Giacomo Oddo la definisce: « Fiera savoiarda, disinteressata, piena di coraggio, ardita più di quanto in donna soglia accadere, dall’anima vivace, anzi di fuoco, dalla parola pronta, dall’animo schietto, nata alla libertà e all’indipendenza ». Durante l’operazione svolge principalmente compiti di supporto alle forze combattenti, quali ad esempio il soccorso ai feriti, ma non manca mai di distinguersi per il suo coraggio. In particolare il suo impegno sarà molto importante durante la battaglia di Calatafimi, qui, infatti, scesa dalla collina di Pietralunga da dove aveva osservato le prime fasi del combattimento, si unisce ai soldati per gli assalti finali ed « espone alla palla del nemico il proprio petto per accorrere la prima ovunque un valoroso cadesse », come ricorda Oddo. A battaglia finita Rose si prende cura dei feriti. Numerose le testimonianze che la vedono, instancabile, occuparsi dei moribondi anche a notte fonda, «togliendosi persino gli abiti per coprire i feriti, che ignudi e bagnati come erano, dovendo nettarli del sangue che li inzuppava, si morivano di freddo se non dal tormento delle palle fratricide ». Per questo si guadagnerà poi l’appellativo di “Angelo di Calatafimi”.

Terminata la gloriosa spedizione, Rose è a Napoli, dove riesce ad evitare che il marito venga arrestato gridando dalla finestra “vogliono arrestare Crispi!”, provocando così una reazione popolare che riesce a salvarlo.

Quando Crispi viene eletto deputato del parlamento del Regno d’Italia la famiglia si trasferisce a Firenze (allora Capitale del nuovo Stato unitario) e Rose vive un periodo di tranquillità ed agiatezza. Frequenta “i salotti importanti” della città che si contendono la sua presenza, in quanto moglie di Crispi ed essa stessa figura leggendaria dell’impresa dei Mille. È in questo periodo che alcuni dei Mille le regalano una croce di diamanti che Rose porterà sempre con grande orgoglio insieme alla Medaglia dei Mille «è mia, perché io ero con loro». Nel 1871 Roma diviene Capitale d’Italia e la famiglia si trasferisce nella Città Eterna ora sede delle principali istituzioni dello Stato. Crispi, che aveva abbandonato le idee e gli ideali repubblicani per abbracciare una politica filo monarchica, inizia a frequentare una giovane vedova, Filomena Barbagallo. Rose si sente tradita sia come donna che nei suoi ideali che l’avevano legata nel tempo a Crispi, e la relazione di coppia diventa tesissima.

Crispi alla fine del 1875, riesce a trovare un accordo con Rose che, in cambio di un cospicuo assegno annuale, lascia, con dolore, la casa di famiglia. Nel 1878 Crispi si sposa con la Barbagallo, avendo avuto un figlio, ma scoppia lo scandalo e viene accusato di bigamia, per salvarsi arriva a ripudiare Rose, denunciando il matrimonio, contratto a Malta, perché irregolare in quanto celebrato da un sacerdote sospeso “a divinis” (sospensione dallo svolgimento delle funzioni ministeriali sacre). Rose amareggiata si allontana per sempre dalla scena pubblica e vivrà nel silenzio.

Morirà a Roma, in quasi povertà, il 10 novembre 1904. Nei suoi ultimi voleri aveva chiesto di essere sepolta con la camicia rossa; durante le esequie, su un cuscino innanzi al feretro, furono esposte le sue medaglie, testimonianza della sua vita gloriosa e avventurosa. Ebbe, come desiderava, una cerimonia laica. Volle partecipare alla cerimonia Maria Crispi Caratozzolo, sorella maggiore di Francesco che era scomparso nel 1901. Nessuna autorità dello Stato partecipò al funerale, fatta eccezione per il Senatore Francesco Cucchi che lesse questa orazione funebre: “Ebbi la fortuna di conoscere Rosalia Montmasson il 5 maggio 1860, mentre col marito Francesco Crispi, saliva a bordo della nave, in cui si trovava Giuseppe Garibaldi, la nave che conduceva i Mille a Marsala. Da Quarto a Marsala, Rosalia Montmasson non si occupò che di tutto quello che poteva servire ai garibaldini. A Calatafimi assistette i feriti con fede, con diligenza ed amore. Non mi dilungherò sulla vita della valorosa donna che cooperò grandemente alla indipendenza d’Italia e fu una delle grandi amiche del nostro Paese. Le porgo l’ultimo saluto”. Il suo corpo riposa al cimitero del Verano in un loculo donato gratuitamente dal Comune di Roma.3

Claudio Fiori