“DEI SACRI CONFINI GUARDIA SICURA”
Breve storia della Corpo della Guardia alla Frontiera, custode e difensore dei confini del Regno d’Italia dal 1934 al 1943.
Davide Corona
Al termine del primo conflitto mondiale, tutte le nazioni coinvolte, dimostrarono notevole enfasi nell’attività fortificatoria in generale, ed in quella delle opere fisse in particolare, che si sarebbero dovute approntare e realizzare a difesa delle proprie linee di confine .Tra i vari sistemi, la più estesa ed articolata fu la francese “Maginot”, che passerà alla storia come la più imponente linea fortificata mai costruita, mentre la Germania realizzò la contrapposta linea “Sigfrido”, più spartana e più essenziale, in quanto inglobata e complementare al più vasto progetto offensivo insito nella nuova dottrina militare dell’alto comando tedesco e funzionale alla politica nazionalista ed espansionistica nazista.
In ambito italiano, la soluzione al problema imposto dalla necessità di difesa dei confini venne sintetizzata nella realizzazione del “Vallo Alpino del Littorio” che rispecchiando anch’esso, come quello tedesco, i nuovi orientamenti muscolari idi politica estera e militare del regime si caratterizzava quale importante elemento campale di rafforzamento della quasi totalità dello sviluppo confinario, in particolare di quello alpino e, parimenti, di garanzia, in caso di azione offensiva, nel condurre un adeguata azione di supporto di fuoco alle unità di manovra (appiedate, meccanizzate o motorizzate) operanti sulle principali direttrici di attacco e vie di facilitazione, come strade di alta quota, colli e valichi.
Il progetto, inteso come un ampio semicerchio, che avrebbe dovuto coprire, attraverso le varie tipologie di opere costruite nel corso degli anni Trenta, tutto l’arco alpino, prevedeva il dispiegamento, da Ventimiglia in Liguria a Fiume sull’Adriatico, di numerosi apprestamenti difensivi attivati con pezzi di artiglieria di vario calibro e mitragliatrici. L’unico tratto di confine non interessato ai lavori del nuovo piano fortificatorio fu quello con la Svizzera, in quanto già presenti varie opere risalenti ai tempi del Primo Conflitto Mondiale (prevalentemente forti, trinceramenti, una fitta rete di strade e mulattiere di servizi e depositi) inserite in quella che allora fu la cosiddetta “Linea Cadorna”.
Concetto di copertura del confine alpino (circ. 3898 del 17 giugno 1935 – ripartizione dell’intera fascia di frontiera alpina)
L’organizzazione e la struttura del “Vallo Alpino” erano articolate su tre distinte zone operative:
a) “Zona di Sicurezza”: riguardava la prima linea di fortificazioni era composta da capisaldi e gruppi di capisaldi, osservatori e centri di fuoco avanzati aventi il compito di presidiare la primissima porzione di frontiera lungo il confine, prevenendo eventuali azioni di sorpresa da parte nemica (ad esempio infiltrazioni di pattuglie da ricognizione e/o di combattimento) e mantenendo, al tempo stesso, le posizioni possedute.
b) “Zona di Resistenza”: arretrata rispetto alla prima e munita di grosse opere, in grado di resistere isolate per diverso tempo, anche se aggirate. Queste tipologie di strutture erano provviste di locali per l’alloggiamento del personale di presidio (ricoveri), di servizi sotterranei (posti comando, depositi munizioni, locali per i generatori di corrente elettrica, sistemi di ricircolo dell’aria, cisterne di acqua potabile ecc.), nonché di numerose postazioni in casamatta o in caverna asservite, per la condotta del tiro, da uno o più osservatori. Inoltre, lungo le principali vie d’accesso e facilitazione. In prossimità di colli e valichi di confine e lungo i fondo valli vennero costruiti ostacoli e fossati anticarro, per ritardare l’avanzata e facilitare, così, il tiro delle artiglierie in caverna al fine di incanalare, per arrestarle, le eventuali azioni offensive ed infiltrazioni nemiche.
c) “Zona di Schieramento”: era, infine, la zona in cui si dovevano radunare le truppe in caso di mobilitazione generale ed era composta, normalmente, dai depositi e dai magazzini di settore con compiti di rifornimento e supporto logistico alle unità di manovra.
Sino agli inizi degli anni Trenta la vigilanza e la difesa del confine alpino erano affidate alla Regia Guardia di Finanza, ai Carabinieri Reali, alla neocostituita Milizia Confinaria ed ai reparti alpini: a quest’ultimi venne affidato anche il compito di presidiare le nuove opere difensive della fortificazione permanente, allora in corso di progettazione e realizzazione lungo tutto l’arco alpino.
Per quest’ultime le attribuzioni difensive erano in contrasto con la dottrina d’impiego del tempo che prevedeva l’utilizzo delle truppe alpine (nel frattempo riorganizzate dapprima in brigate e poi in divisioni) ovunque la necessità lo richiedesse, essendo, le stesse, suddivise in minori unità, idonee a svolgere azioni di carattere dinamico da sempre tipiche dei reparti di fanteria leggera, specie se di montagna. Questa incongruenza, che imponeva a reparti dotati di elevata mobilità, come quelli alpini, di provvedere ad un servizio essenzialmente statico, venne fatta osservare dal Comando Superiore Alpino allo Stato Maggiore del Regio Esercito (S.M.R.E.) e, dopo innumerevoli studi, progetti e relazioni si costituì, nel 1934 (anche se il Regio Decreto Legge di istituzione ufficiale fu il n. 833 del 28 aprile 1937), il nuovo corpo della Guardia alla Frontiera (G.a.F.) comprendente al suo interno reparti di fanteria, di artiglieria, del genio, delle trasmissioni e dei servizi. Immediatamente a ciò, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dispose anche la trasformazione di cinque reggimenti di artiglieria d’armata in Reggimenti di Artiglieria G.a.F., da inquadrarsi all’interno dell’organico del corpo.
Ad esso furono assegnati tutti i previsti assetti logistici ed amministrativi indispensabili per assolvere i compiti operativi affidati. Inoltre, furono costituite compagnie e battaglioni di mitraglieri da posizione con il compito di integrare e difendere i tratti di confine privi della fortificazione permanente o non battuti dalle armi di medio/grosso calibro delle opere già insistenti sul territorio.
La struttura ordinativa della G.a.F. era costituita da un Comando Guardia alla Frontiera, presso ogni Comando d’Armata competente per territorio: da esso dipendevano i “Settori di Copertura”, nel numero di 27 (numerati dal I° al XXVII°), e responsabili del tratto di confine assegnato ed i “Sottosettori”, a loro volta, costituiti da “Gruppi di Capisaldi”, “Capisaldi” ed unità minori. Le opere fortificate di settore erano presidiate ed attivate da unità di fanteria, di artiglieria e dai reparti del genio, nonché da artiglierie settoriali di vario calibro. Nelle retrovie, ed in particolare nelle zone di schieramento, erano costituiti ed operavano i depositi ed i magazzini con compiti di approvvigionamento e supporto logistico delle unità operative. Da alcuni Comandi G.a.F. dipendevano direttamente i “Reggimenti e/o Raggruppamenti di Artiglieria” ordinati ed equipaggiati in modo da poter rapidamente integrare le artiglierie dei singoli settori di copertura.
Pur essendo un corpo dai compiti prettamente statici, la G.a.F. inquadrava anche 5 compagnie “Carriste di Frontiera” articolate in: gruppi “Sempre Pronti” normalmente assegnati ai settori di copertura, gruppi di “Approntamento Accelerato” e gruppi di “Approntamento Normale”.
Carro armato “Fiat 3000”, normalmente assegnato alle compagnie carriste di frontiera
La Guardia alla Frontiera espletò il suo servizio di presidio anche nei territori e nei possedimenti d’oltremare: del Regno:
Albania:
a) I° con sede a Scutari su tre battaglioni, una compagnia carrista di frontiera, un reparto genio e servizi;
b) II° “Kossovo” con sede a Puka, su un battaglione ed un battaglione mitraglieri da posizione;
c) III° con sede in Pescopia su due battaglioni G.a.F., un battaglione mitraglieri da posizione;
d) 13^ Reggimento Artiglieria G.a.F.
Durante il conflitto, la struttura assunse nuove denominazioni e cedette alcuni reparti al Comando Truppe Montenegro e al Comando Superiore delle Forze Armate in Grecia.
Libia Occidentale:
a) Comando G.a.F. del XX Corpo d’Armata a Tripoli da cui dipendevano i seguenti settori di copertura, articolati su depositi settoriali, sottosettori di copertura, Raggruppamenti d’artiglieria, battaglioni mitraglieri e reparto genio e servizi:
b) XXVIII con sede a Zuara;
c) XXIX con sede a Nalut;
d) XXXIII con sede a Zanzur;
e) XXXIV con sede a Sidi Bel Aadem;
f) XXXV con sede a Castel Benito;
g) Piazza fortificata di Tripoli.
Libia Orientale:
a) Comando G.a.F. del XXI Corpo d’Armata a Tobruk da cui dipendevano i seguenti settori di copertura ordinati e strutturati nella esatta identica fisionomia del fronte libico occidentale:
b) XXXI con sede a Tobruk;
c) XXXII con sede a Bardia;
d) Piazza fortificata di Tobruk;
e) Piazza fortificata di Bardia.
Non si hanno, invece, notizie circa la formazione e la costituzione di reparti G.a.F. nei territori dell’Africa Orientale (AOI).
Lo sforzo, necessario alla chiusura “ermetica” della frontiera, specialmente quella alpina, fu enorme, considerate le difficoltà d’approvvigionamento delle materie prime e dei materiali in ragione delle sanzioni, imposte al regime dalla Società delle Nazioni, a seguito dell’aggressione all’Etiopia.
A maggio del 1939, dunque un anno prima dell’entrata in guerra, la progressione dell’attività fortificatoria del Regno d’Italia può essere così sintetizzata:
a) Fronte Occidentale: 460 opere già efficienti con 1.100 mitragliatrici e 133 pezzi di vario calibro installati (batterie in caverna e pezzi anticarro). Altrettanto armamento doveva essere distribuito nel corso dell’anno per le nuove opere da costruire e precisamente furono assegnate 300 mitragliatrici, 280 mortai, 58 batterie, di cui alcune di grosso calibro ed a lunga gittata, idonee a condurre tiri d’interdizione sui principali centri d’affluenza/ammassamento nemici, ovvero, sugli itinerari di passaggio obbligati, come strade, valichi e colli;
Al primo giugno 1940 la struttura settoriale (presunta), sulla Fronte Occidentale, della Guardia alla Frontiera era così ripartita:
I Settore di Copertura: Bordighera:
(a) Sottosettore: I/a Ventimiglia;
(b) Sottosettore: I/b Dolceacqua;
(c) Artiglieria settoriale: 48° Gruppo e 31° Gruppo;
(d) Genio: I Reparto Misto;
(e) Deposito: Taggia.
II Settore di Copertura: Cuneo:
Sottosettore II/a: Tenda;
(a) Sottosettore II/b: Valdieri;
(b) Artiglieria settoriale: 35° Gruppo e 36° Gruppo;
(c) Genio: II Reparto Misto;
(d) Deposito: Boves.
III Settore di Copertura: Vinadio:
(a) Sottosettore III/a: Vinadio;
(b) Sottosettore III/b: Sambuco;
(c) Artiglieria Settoriale: 36° Gruppo e 38° Gruppo;
(d) Genio: III Reparto Misto;
(e) Deposito: Borgo San. Dalmazzo.
IV Settore di Copertura: Saluzzo:
(a) Sottosettore IV/a: Prazzo /Acceglio;
(b) Sottosettore IV/b: Casteldelfino;
(c) Sottosettore IV/c: Crissolo;
(d) Artiglieria di Settoriale: 37° Gruppo e 41° Gruppo;
(e) Genio: IV Reparto Misto;
(f) Deposito: Saluzzo.
V Settore di Copertura: Taggia:
a) Sottosettore V/a: Pigna;
b) Sottosettore V/b: Molini di Triora;
c) Artiglieria Settoriale: 73° Gruppo e 30° Gruppo;
d) Genio: V Reparto Misto;
e) Deposito: ///.
VI Settore di Copertura: Pinerolo:
a) Sottosettore VI/a Torre Pellice;
b) Sottosettore VI/b Perrero;
c) Artiglieria Settoriale: 32° Gruppo e 70° Gruppo;
d) Genio: VI Reparto Misto;
e) Deposito: ///.
VII Settore di Copertura: Cesana Torinese:
a) Sottosettore VII/a: Bousson;
b) Sottosettore VII/b: Cesana;
c) Artiglieria Settoriale: 34° Gruppo e 44° Gruppo;
d) Genio: VII Reparto Misto;
e) Deposito: Pinerolo.
VIII Settore di Copertura: Bardonecchia:
a) Sottosettore VIII/a: Bardonecchia;
b) Sottosettore VIII/b: Bardonecchia;
c) Artiglieria Settoriale: 54° Gruppo e 516ª Batteria.
d) Genio: VIII Reparto Misto;
e) Deposito: Bussoleno.
IX Settore di Copertura: Susa:
a) Sottosettore IX/a: Susa;
b) Sottosettore IX/b: Ospizio del Moncenisio;
c) Artiglieria Settoriale: 77° Gruppo e 68° Gruppo.
d) Genio: IX Reparto Misto;
e) Deposito: Susa.
X Settore di Copertura: Aosta:
a) Sottosettore X/a: Aosta;
b) Sottosettore X/b: San. Desiderio Terme;
c) Sottosettore X/c: Aosta;
d) Artiglieria Settoriale: 72° Gruppo e 79° Gruppo.
e) Genio: X Reparto Misto;
f) Deposito: Aosta.
Sottosettore Autonomo “Levanna”:
a) Artiglieria Settoriale: 71a Batteria e 73a Batteria;
b) Genio: Reparto Misto
c) Deposito: Lanzo.
b) Fronte settentrionale: 161 opere già efficienti con 336 mitragliatrici e 39 pezzi. Era prevista la consegna, nel secondo semestre, di 50 mitragliatrici, 108 mortati e 31 batterie di vario calibro;
c) Fronte orientale: 308 opere già efficienti con 647 mitragliatrici e 50 pezzi, con in corso di consegna 564 mitragliatrici, 114 mortai e 49 batterie di vario calibro.
All’inizio del secondo conflitto mondiale, con l’entrata in guerra nel giugno 1940, la Guardia alla Frontiera poteva disporre complessivamente di ventimila uomini inquadrati tra i reparti di fanteria, artiglieria e genio e circa mille opere. Circa l’armamento, leggero e pesante, si poteva disporre di seimila mitragliatrici, quattrocento sessantadue mortai di vario tipo, due centoventidue cannoni di vario calibro e centotrentotto batterie di vario calibro dotate di artiglierie residuate dalla Grande Guerra o di preda bellica austriaca.
Il reclutamento del personale destinato al nuovo Corpo, per non incidere su quello destinato alle truppe alpine, avveniva in qualunque altro Distretto Militare del territorio. Il requisito fondamentale per l’arruolamento tra le fila del corpo era rappresentato dal possesso dei profili psico-fisici e sanitari identici a quelli utili all’ arruolamento nelle unità alpine. E’ per lo meno singolare la circolare del Ministero della Guerra n. 18.559 del 6 settembre 1934 che escludeva dall’assegnazione presso la Guardia alla Frontiera dei militari alloglotti appartenenti ai Distretti Militari di Trieste, Pola, Gorizia, Bolzano, Udine ed Ancona: probabilmente questa disposizione aveva come obiettivo quello di cautelarsi da eventuali azioni di spionaggio da parte dei paesi confinanti che potevano avvalersi di possibili fughe d’informazioni sui piani dell’attività militare in generale e fortificatoria in particolare. Al personale era imposto un addestramento tipico di specialità alpina con marce su terreni impervi di media ed alta montagna, uso dello sci e delle racchette da neve, arrampicata su roccia ed infine una vita di guarnigione spartana e ridotta all’essenziale, proprio perché particolarmente condizionata dal trascorrere del tempo all’interno delle opere (certamente non ottimali per condizioni di salubrità e confort) e dallo stanziare, quasi permanentemente in montagna, spesso in condizioni climatiche estremamente severe per il rigore del fenomeno metereologico: un esempio fra molti, la 515^ Batteria del VII Settore di Cesana Torinese che presidiava stabilmente il forte Chaberton (dal nome delle montagna sul quale sorgeva ed ancora insiste a distanza di più di cento anni dalla sua costruzione), nel settore del Monginevro (Alta Valle di Susa), a 3.131 mt.
Il personale impegnato e destinato all’ attivazione delle opere, nel corso dei turni di riposo dal servizio attivo, poteva essere accantonato in ricoveri e/o casermette,
costruite a poca distanza dalla linea di confine, e collegate tra loro e con le singole opere da una fitta rete stradale e di mulattiere progettate e costruite dal genio militare fin già dalla fine dell’Ottocento ed ampliata durante gli anni Trenta, in occasione del nuovo impulso fortificatorio del confine alpino. L’uniforme per il personale della Guardia alla Frontiera era la stessa prevista per la fanteria, l’artiglieria ed il genio con i fregi delle armi e specialità originarie, con ricami dorati per ufficiali e sottufficiali ed in rayon nero per graduati e truppa.
Nel 1938, tenuto conto delle impervie zone montane in cui la G.a.F. operava fu distribuito l’equipaggiamento pesante tipico delle truppe da montagna con giacca monopetto a quattro bottoni portata su una camicia con cravatta grigio verde, una camicia di lana” autarchica” con farsetto a maglia, pantaloni di taglio floscio alla zuava fino a sotto il ginocchio, fermati dalle celeberrime, ed al tempo stesso massacranti, fasce mollettiere, calzettoni di lana e scarponi con chiodatura. Successivamente furono fornite anche calzature pesanti, cappotto di panno, zaino alpino, guanti di lana, e ghette. Con la circolare n. 548 del 25 luglio 1940 fu disposto l’adozione di una uniforme da guerra, prevista per tutte le categorie, ufficiali, sottufficiali e militari di truppa che per foggia e panno era quella già in distribuzione al restante personale di truppa della forza armata. Questa nuova uniforme, denominata “mod. 1940 “(adottata con foglio d’ordini n.121 del 29 aprile 1940), come per gli altri corpi del Regio Esercito andò ad a sostituire il vecchio “mod.1934”, sicuramente più elegante e marziale, ma meno adatto alla via operativa in prima linea, specialmente in quota. Concludeva il corredo un cappello alpino, senza penna (ecco da qui l’appellativo in dialetto piemontese di “Vidua” -vedova-, ironicamente attribuito dagli alpini ai militi della G.a.F.), con nappina laterale in lana senza numero, con parte centrale color verde e bordo periferico del colore dell’arma di appartenenza (rosso scarlatto per la fanteria, giallo arancio per l’artiglieria, cremisi carico per il genio e in metallo dorato per i ruoli ufficiali e marescialli). Lo scudetto divisionale omerale (dorato per gli ufficiali e per i marescialli, ed in filo di rayon per il rimanente personale di truppa) portato sulla manica sinistra della giacca era su fondo verde, caricato di un gladio romano recante il numero del settore di copertura espresso in cifre romane. Ampia diffusione ebbero, tra l’altro, i distintivi a spilla dei settori e dei sottosettori di appartenenza. L’armamento individuale era quello classico della fanteria con pistola Beretta Mod. 34 per ufficiali e marescialli, fucile Carcano Mod.91 con baionetta per la truppa e moschetto 91/38 per gli incarichi speciali (artiglieria e genio, ovvero, compagnie carriste di frontiera). Terminavano l’equipaggiamento individuale il cinturone con fondina in cuoio marrone, con cinturino, per gli ufficiali ed i marescialli, le giberne con cinghia di sostegno, per la custodia dei pacchetti caricatori del 91, la borraccia in alluminio, l’ elmetto metallico mod. 33 con impresso, frontalmente, il fregio di arma e specialità e numero di settore, la maschera antigas Mod. 33 o T35 che oltre a difendere da un possibile attacco chimico, garantiva, all’interno delle camere di combattimento delle opere, la protezione delle vie aree attraverso il suo collegamento, mediante un tubo corrugato, all’impianto di aerazione /filtrazione dell’aria.
Nelle operazioni sulle Alpi Occidentali (21-25 giugno 1940) furono impiegati i reparti Guardia alla Frontiera dipendenti dal Gruppo Armate Ovest, comandato dal Principe Ereditario Umberto II. Nel corso del conflitto diversi raggruppamenti di artiglieria e reparti di mitraglieri da posizione andarono a rinforzare il dispositivo di difesa costiera. Altri reparti, dislocati sul confine orientale, costituirono unità di controguerriglia e di controllo delle linee ferroviarie e stradali in Croazia e Slovenia, mentre in Libia combatterono come normali reparti di fanteria.
A seguito dei tragici fatti dell’ 8 settembre 1943, culminati nella firma dell’Armistizio e nel il conseguente dissolvimento della componente di comando e controllo dell’intero esercito, molti comandi di settori, soprattutto dislocati lungo i confini alpini Nord Orientali, impegnarono duramente le truppe tedesche d’occupazione alle quali opposero una fiera resistenza tesa ad ostacolare e ritardare il loro ingresso sul territorio nazionale : innumerevoli furono gli atti di eroismo compiuti dai singoli militari dei presidi di frontiera ma, dopo brevi resistenze, anch’essi, una volta arresisi e disarmati, seguirono la stessa sorte dei loro commilitoni in forza alle altre unità del Regio Esercito.
Con la venuta della Repubblica, e la conseguente ristrutturazione della forza armata conclusasi con la nascita del nuovo Esercito Italiano, il Corpo della Guardia alla Frontiera non fu più ricostituito. La sua eredità venne affidata ai Raggruppamenti di Frontiera e, successivamente ai Battaglioni di Alpini e di Fanteria di Arresto, che vennero riposizionati a presidio di quelle opere dell’ ex Vallo Alpino poste sulla fronte orientale (Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia) dalla quale si pensava potesse pervenire il maggiore pericolo per allora, ovvero l’invasione militare del Nord Italia condotto dalle forze meccanizzate e corazzate sovietiche e del “Patto di Varsavia”.
