10 FEBBRAIO – GIORNO DEL RICORDO

  

ARTICOLO DEL 2 MARZO 1951 – MESSAGGERO VENETO

Il massacro di quaranta deportati nel racconto di un testimone oculare

Il problema dei deportati è una delle piaghe più dolorose della Venezia Giulia, una piaga sanguinante e che non rimarginerà finché non si cono­scerà la sorte delle migliaia di infelici, catturati dagli slavo-comunisti nei quaranta giorni del 1945. L’angoscioso interrogativo, al quale il governo jugoslavo non vuole dare risposta, tormenterà ancora per anni ed anni madri, spose e sorelle, in un alternarsi continuo di speranza e di disperazione. Oltre quattromila per­sone vennero prelevate in quel periodo maledetto e solo poche hanno fatto ritorno. Centinaia di salme vennero trovate nelle foibe del Carso; altre ventimila si trovano tutt’ora nei pozzi o negli abissi della zona B o dei territori ceduti. Un numero imprecisato di questi infelici venne deportato a Lubiana per essere poi in minima parte dispersi nei campi di concen­tramento ed in gran parte massacrati con sistemi talmente atroci da far impallidire quelli degli stessi nazisti.

Il racconto dell’autista. Questo che ci accingiamo a narrare è uno dei tanti episodi del calvario dei nostri deportati; un episodio che mette in viva luce l’ odio-bestiale che animava gli slavo comunisti, spingendoli ad incrudelire contro degli esseri umani senza difesa in un periodo già troppo lontano dalla guerra per poter giustificare tale ferocia che, pur non essendo mai ammessa, può talvolta manifestarsi negli animi esasperati di coloro che hanno sofferto e che al momento della reazione, prorompono nelle ma­nifestazioni più brutali. L’episodio ci è stato narrato da un testimone oculare: un autista triestino al quale i “vincoli” avevano imposto di lavorare per loro. Dovette partire con un autocarro alla volta di Lubiana e prestarsi, volente o nolente, al servizio di trasporto dei prigionieri dalle carceri ai posti di fucilazione o ai campi di concentramento. La posizione di questo autista divenne tragica quando seppe dai suoi familiari che la sorella sua era stata prelevata a Trieste e deportata. La cercò nei campi di concentramento, nelle carceri ma sempre invano. Ogni qualvolta gli veniva imposto di trasportare i prigionieri italiani nel loro ultimo viaggio, temeva di trovare tra le vittime sua sorella. Doveva sop­portare quel lavoro ingrato senza fiatare, senza batter ciglio, se voleva poter riabbracciare, un giorno, la moglie e la figlioletta di pochi mesi che era stato costretto a lasciare a Trieste. Poi, quando ritornò nella sua città, dopo dieci mesi di assenza, venne a sapere che la sorella era stata infoibata assieme al proprio marito. Ci ha fatto il suo racconto parlando con voce piana, assicurandoci che le sue semplici parole non potevano illustrare con sufficiente realismo la tra­gica scena a cui aveva assistito nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio 1946. 

“Nel gennaio del 1946 ha iniziato l’autista mi trovavo a Lubiana a disposizione del comando militare. Il giorno 4 ricevetti l’ordine di tra­sportare una dozzina di scavatori in una località vicina, a Gorgolo. Mi recai con l’autocarro al V comando che procedeva alle condanne ed alle esecuzioni dei prigionieri. Dieci o dodici uomini, armati di picconi e di badili, presero posto sull’autocarro e ci avviammo verso Gorgolo. A forse un chilometro dalla meta la strada era talmente ripida che dovetti ferma­re l’autocarro. Gli uomini proseguirono a piedi e ritornarono dopo circa tre ore. Ritornammo a Lubiana nel tardo pomeriggio. Il giorno seguente alle ore 23 ricevetti l’ordine, assieme ad altri due autisti, di portarmi all’ex manicomio di Lubiana, le cui celle erano zeppe di prigionieri. Da quella triste prigione si usciva solo per andare alla morte. La neve era alta, la temperatura rigidissima: 17 o 18 gradi sotto zero.

Mi ordinarono di portare l’autocarro vicino ad una porta e di abbassa­re una banda del cassone. Avevo appena eseguito l’ordine che la porta si aperse e ne uscì una densa nube di vapore acqueo. In un primo momento non capii di che si trattava ma poi, diradatosi il vapore, vidi nell’interno una quarantina di disgraziati con i volti congestionati dall’intenso calo­re. Il loro aspetto muoveva ribrezzo e pietà ad un tempo. Avevano i volti coperti da barbe incolte, pesti, insanguinati. Nella stanza entrò un milite armato di una frusta di pelle lunga non meno di tre metri e si diede a percuotere gli infelici sul volto, sulla testa, sulla schiena, sulle gambe, per farli uscire. Venivano avanti a due per volta. Avevano le mani legate dietro la schiena con del filo di ferro e a due a due erano legati assieme per le braccia. Intendo dire che il braccio destro dell’uno era legato al braccio si­nistro dell’altro. Come uscivano altri soldati li percuotevano col calcio del fucile, urlando: ”presto, presto, saltate su”. Quei poveretti non ce la facevo a saltare sull’autocarro legati com’erano e se uno cercava di fare il salto per sottrarsi ai colpi degli aguzzini, stramazzava a terra perché trattenuto dall’altro. Sempre malmenandoli li alzarono, li spinsero sull’autocarro, ammassandoli come bestie morte. Ricordo un vecchio avrà avuto una sessantina d’anni che era solo. Forse per la tremenda reazione dovuta al passaggio dal caldo soffocante della stanza al freddo intenso dell’at­mosfera, farse per i maltrattamenti subiti o per il digiuno, stramazzò a terra. Un soldato prese una forca di legno e piantandogliela nella schiena, con quella lo aiutò ad alzarsi. Il poveretto indossava un logoro cappotto militare. Sotto, aveva solo le mutande. Gli altri erano in maglietta e cal­zoni, chi in maniche di camicia; solo pochi avevano il pastrano, ma come il vecchio, sotto non avevano quasi niente e la temperatura era di 17 o 18 gradi sotto zero. Stentatamente, aiutandosi l’un l’altro si alzarono in piedi, sistemandosi alla meglio nell’angusto spazio.

Un commissario mi venne vicino e mi disse: “Tu che sei di Trieste, guar­da se riconosci in costui il comandante della milizia fascista”. In così dire, illuminò con una torcia elettrica un uomo. Lo guardai bene: “No dissi non è il comandante della milizia”. “Lo conoscevi forse?” mi chiese il commissario. “Si risposi sono stato più volte nella caserma della mili­zia e il comandante lo avevo visto spesso, ma non è costui”. “Sarà come tu dici concluse il commissario ma loro hanno detto che è lui e ciò mi ba­sta”. Un milite, pure armato di una torcia elettrica, mi indicò un giovane dicendo: “Guarda quello là, sembra rincretinito. Era della X” MAS di Monfalcone’: Il giovane era seminudo. Aveva una faccia pallida, i capelli irsuti e due occhi grandi, sporgenti come quelli dei bovini. “E’ vero che eri della X” MAS ” – gli chiesi. Non mi rispose. Guardava lontano nel buio, con i suoi occhi sbarrati. Forse era impazzito causa le sofferenze subite. Sembrava un morto in piedi.

 

Alla foiba di Gorgola. “E quello lo conosci mi chiese il commissario abitava a Trieste in via Piccolomini ed era interprete dei tedeschi. Avevo visto altre volte quell’uomo, zoppicava leggermente ed aveva un pizzetto. Lui stesso mi aveva confermato di esser stato interprete dei tedeschi. An­che lui condannato a morte per avere fatto l’interprete. Ricordo un altro al quale il vecchietto di cui vi ho parlato poc’anzi si era rivolto imploran­do: “Battisti aiutami tu.” Quel nome di Battisti deve aver suscitato quali oscuri ricordi in uno degli aguzzini il quale esclamò: “Battisti ? Ora ti farò vedere io” e lo picchiò selvaggiamente col calcio del facile. Mettemmo in marcia gli autocarri e partimmo per strade secondarie. Per ore ed ore andammo. Percorremmo forse 80 o 90 chilometri ed infine attaccammo una salita per giungere verso le 4 o le 5, non ricordo bene, nei pressi della foiba di Gorgola. Ci avevano costretti a compiere tutto quel giro per farci perdere l’orientamento. I prigionieri furono fatti scendere e furono radu­nati in uno spiazzo, fra alti cespugli da dove non si vedeva la foiba che si apriva più in basso. Poco dopo, a due alla volta, vennero avviati alla morte. Non andò molto che udii i secchi colpi delle rivoltelle. Ad un dato momento uno degli autisti, un giovane di Villa del Nevoso, che era andato vicino alla foiba, risali e mi disse: “Và giù a vedere, sapessi che teatro!” Ri­sposi: “Teatro lo chiami tu?. Non so cosa mi spinse, ma scesi a vedere. Dei prigionieri non ne erano rimasti che sette. Vicino all’imboccatura della foiba erano appostati due militi, con in pugno le rivoltelle. Tra i due cera lo spazio sufficiente per lasciar passare due persone.

Una documentazione di ferocia. La terz’ultima coppia venne fatta avanzare. “Presto, presto” gridavano gli aguzzini spingendoli. I disgra­ziati, più morti che vivi, si affrettavano febbrilmente, con gli occhi sbar­rati, singultando. Come passarono in mezzo ai due militi, questi allun­garono una gamba facendo sgambetto. I due prigionieri caddero con la faccia in avanti e subito i militi fecero fuoco con le pistole, colpendoli alla nuca. Poi li afferrarono per le gambe e li rovesciarono nella foiba. Fu la volta della penultima coppia. Come gli altri, i due caddero faccia a terra; i colpi di pistola partirono ed anche i due disgraziati vennero precipitati nella foiba. Uno dei due, però, era ancora vivo, forse era solo ferito, farse era rimasto illeso. La foiba non doveva essere profonda o era già quasi colma di cadaveri. Fatto sta che sentii distintamente il poveretto gridare: “Per pietà uccidetemi, sparate, per pietà”. Il commissario si fece sull’orlo del pozzo, si trasse dalla spalla il fucile mitragliatore e lo scaricò nel ba­ratro. La voce si tacque. L’ultima coppia seguì la sorte delle altre. Restava un solo prigioniero, quello che il commissario credeva fosse il comandante della milizia fascista di Trieste. Si avanzò risoluto ma quando vide uno dei due militi alzare la gamba per sgambettarlo, si arrestò e fece un passo indietro. Si rivolse allora al commissario e gli disse: “Ah, così fate voi, dunque”. Rispose il commissario: “Esattamente come avete fatto voi fasci­sti per vent’anni”. Fece un cenno; uno dei militi alzò la pistola e la scaricò nella testa del poveretto. La salma venne gettata nella foiba. Seppi poi che quest’ultima vittima era il tenente colonnello Biotta. La carneficina era finita. Ritornammo ai nostri autocarri e scendemmo a Lubiana. Era ormai l’alba del 6 gennaio, il giorno dell’Epifania.

L’autista si è taciuto un poco, come inseguendo altri dolorosi ricordi, poi riprese:

“Prima di questa spedizione, altre ne erano state fatte e altre seguirono. Posso dire che centinaia di italiani vennero eliminati in questo modo barbaro. E’ da escludere nel modo più categorico che le autorità jugoslave ignorassero i nomi delle vittime. Conoscevano tutti, sapevano tutto dei prigionieri: nome, cognome, paternità, maternità, via, numero di casa; tutto vi dico. Negli archivi delle carceri devono ancora esistere i registri; non possono averli buttati via. Com’è allora che non hanno comunicato i nomi di coloro che vennero uccisi”

Dopo un’altra pausa, proseguì: “Quanto, quanto li hanno fatti soffrire.

Erano bastonate ogni giorno, frustate a sangue e morti a migliaia. Ben quattromila ustascia vennero massacrati in un sol giorno! Rimasi lassù fino ai primi di febbraio poi, finalmente, mi lasciarono andare e potei fare ritorno a Trieste. Seppi che mia sorella non era tornata. Non speravo più ormai: Ero solo contento di essere di nuovo con mia moglie e con la mia bambina. Un anno dopo conoscemmo la verità. Mia sorella e mio cognato, prelevati nei quaranta giorni, erano stati uccisi e gettati in una foiba. Le due salme vennero recuperate più tardi”.