La Medaglia d’Oro al Valor Militare è il più alto riconoscimento che il Regno d’Italia prima e, successivamente, la Repubblica Italiana, conferiscono per esaltare atti di eroismo militare dal 1793 a tutt’oggi. Solo quattordici cittadini stranieri hanno avuto l’onore di essere stati decorati per atti di eroismo, ma è ignoto ai più il fatto che alcuni alti ufficiali stranieri, per ragioni connesse ad Alleanze militari, come era costume, furono in circostanze particolari decorati anch’essi, seppur non in considerazione di atti di coraggio individuali. Tra queste cinque personalità si vuole ricordare il conferimento dell’alto riconoscimento nientemeno che allo Zar dell’Impero Russo, Nicola II Romanov. Pertanto questo breve articolo ripercorrerà in modo molto sintetico la biografia dell’ultimo Imperatore Russo, con particolare attenzione ai legami avuti dall’Autocrate con il Regno d’Italia.
NASCITA E GIOVINEZZA DELLO ZAR
Nikolaj Aleksandrovic Romanov era nato il 6 maggio 1868 (San Giobbe, giorno più nefasto del calendario ortodosso) nella reggia di Carskoe Selo (vicino San Pietroburgo) dallo Zar Alessandro III e da Marja Fedorovna (nata Dagmar di Danimarca), come primo di sei figli, imparentato con la gran maggioranza delle teste coronate europee. Assai segnato dall’attentato rivoluzionario che uccise il nonno Alessandro II, lo Zar “liberale”, Nicola crebbe con un carattere completamente diverso dal padre Alessandro III, convinto conservatore e caratterialmente duro e severo: egli era, al contrario, un ballerino provetto, dai modi ineccepibili ma molto condizionabile da chi riteneva fosse superiore a lui (precettori, genitori, parenti, moglie ecc.) nonché incorreggibile fatalista. Nel 1884, in piena adolescenza, Nicola conobbe la futura moglie Alice d’Assia e del Reno al matrimonio della di lei sorella Elisabetta (Ella) con il Granduca Sergej Romanov, tuttavia tale frequentazione fu avversata dai genitori che, non desiderando una nuora di origine tedesca, tentarono in tutti i modi di distrarlo (a tale scopo provvidero persino a procuragli un’amante, la ballerina Matilde Cesinskaya), al pari della Regina Vittoria, nonna di Alice, la quale non voleva assolutamente perdere la nipote prediletta a cui voleva cedere il trono inglese. Nicola abbinò in gioventù gli studi accademici (la facoltà di giurisprudenza dell’Università di San Pietroburgo) al servizio militare nella Guardia Imperiale con il grado di colonnello, servizio che lo entusiasmò molto ma che servì allo Zar a mantenerlo al di fuori dell’amministrazione statale: il padre considerava di aver molto tempo a disposizione e con scarsa lungimiranza tralasciò questo aspetto della sua formazione avendo ben poca stima del proprio zarevic. Ma nel 1890, mentre il figlio per ordine dello Zar, che sperava di distrarlo dall’infatuazione per Alice, effettuava un giro in Egitto, Indie Orientali, Cina e Giappone (ove subiva un attentato che gli procurava una ferita di katana alla testa a Otsu da parte di un poliziotto giapponese di scorta il quale gli imputava un gesto scortese nei confronti di un tempio di Kyoto), la salute del padre improvvisamente peggiorò tanto da spingerlo, preoccupato della sorte della monarchia, ad avvallare il fidanzamento del figlio con la principessa Alice, nell’aprile 1894.
Alice era una delle figlie dell’omonima Principessa Alice, figlia della Regina Vittoria, una principessa alquanto sfortunata: dopo essersi sposata con il principe Luigi d’Assia, di carattere completamente opposto al suo, perse un figlio per emofilia e divenne completamente ossessionata dalla morte e religiosa sino all’eccesso, caratteristiche che, dopo la sua morte, sarebbero passate alla figlia Alice, la quale dopo aver avuto il soprannome “Sunny” in gioventù per la sua allegria, divenne di colpo cupa e timida in modo preoccupante, allevata nel più stretto puritanesimo dalla nonna inglese.
Lo Zar morì il 1° novembre 1894 e lo zarevic salì al trono come Nicola II, l’evento che più di tutti aveva temuto essendo consapevole di non esserne all’altezza e di non avere il carattere necessario, sebbene non gli sia mai mancato l’impegno. Il testamento spirituale del padre lo invitava a mantenere l’autocrazia a tutti i costi evitando ogni forma di liberalismo e a mantenere la Russia senza guerre e indipendente. Pochi giorni dopo il funerale del padre, conferendo un’aura funesta alla sua salita al trono, Nicola II sposò Alice che, abbracciata la fede ortodossa, prese il nome di Aleksandra Fedorovna; come a voler avvallare i pessimi presagi, il 26 maggio 1896, dopo la cerimonia di incoronazione, accadde la tragedia di Chodynka a Mosca. A causa della pessima organizzazione, ben 1400 persone morirono schiacciate dalla calca provocata dal cedimento di alcune tavolate che dovevano contenere la folla affluita per i festeggiamenti. Di male in peggio, seguendo i consigli degli zii, il Governatore di Mosca, lo zio Sergej, non subì apprezzabili conseguenze e, colmo dei colmi, lo Zar accettò la stessa sera di non annullare la sua presenza ad un ballo all’Ambasciata di Francia, causando ulteriori ripercussioni sul popolo. A confermare nel superstizioso popolo russo l’idea che il Regno fosse iniziato sotto i peggiori auspici, poche settimane dopo un’imbarcazione con 300 spettatori si inabissò a Kiev durante una cerimonia proprio davanti agli occhi di Nicola II e di sua moglie
I primi atti di governo in ambito nazionale furono tesi al rispetto di quanto suo padre gli aveva inculcato: una politica spiccatamente autoritaria tesa a conservare l’autarchia e a considerare il potere come disceso da Dio stesso e unica formula per garantire la governabilità del vasto Impero. In ossequio alle sue tendenze personali, ampiamente appoggiate dalla moglie cresciuta all’austera corte della Regina Vittoria d’Inghilterra, lo Zar si allontanò progressivamente dall’aristocrazia e dai suoi familiari per rinchiudersi nella vita domestica presso la residenza di Carskoe Selo, alimentando una notevole antipatia nei loro confronti da parte della chiacchierata aristocrazia, che continuava a vedere come icona dello zarismo la popolarissima zarina madre invece della nuova Imperatrice. Sin dall’inizio il giovane Zar si dimostrò estremamente influenzabile sia dai familiari sia dai vecchi collaboratori di suo padre, ma a poco a poco prese sempre più piede, sopra tutti gli altri, il parere di Alessandra, tanto che già nel suo discorso inaugurale il 30 gennaio 1895 aveva usato toni durissimi al cospetto di rappresentanti della nobiltà e delle assemblee locali, che aspiravano ad una svolta un po’ più liberale del giovane sovrano; toni che avevano fatto inorridire addirittura i conservatori più intransigenti, i quali avevano subito sospettato che dietro il discorso ci fosse la zarina. Alessandra, da principessa di provincia, si era ritrovata Imperatrice del più vasto impero al mondo e ne aveva abbracciato la forma di governo autocratica con tutta se stessa. Senza contare il fatto che con il passare degli anni il carattere di Alessandra peggiorò sempre più: ella infatti falliva regolarmente nel mettere al mondo un erede maschio, compito principale a lei devoluto, nonostante si sottoponesse a sessioni estenuanti di preghiere, digiuni, cerimonie (ivi compresi gli sforzi per canonizzare un oscuro monaco di nome Serafino affinché propiziasse il lieto evento) e frequentasse una pletora di ciarlatani sia russi che stranieri (spesso indicatigli dal clero stesso), i quali avevano la pretesa di essere inviati da Dio, (nel 1901 iniziò la frequentazione con il mago francese Philippe Nizier, poi interrotta quantomeno di persona a causa delle proteste veementi dei membri della corte). La zarina mise alla luce quattro femmine e il 12 agosto 1904, infine, lo zarevic Alessio, il quale però nacque malato di emofilia, circostanza che venne tenuta strettamente riservata ma che accrebbe i tratti ossessivi e pessimistici della zarina.
In politica esterna Nicola II nel 1898, spinto da un libro di J.S Bloch in cui si prevedevano le devastazioni di un conflitto mondiale, lanciò il progetto di una Conferenza di Pace all’Aja per il disarmo e la pace universali, idea che venne accolta con molta diffidenza da tutte le Potenze ma che, tuttavia, portò all’istituzione di una Corte di Arbitrato Internazionale per le controversie e ad alcune risoluzioni che formarono le basi del diritto umanitario (proibizione di gas venefici, di proiettili esplosivi ecc.). Tale idea romantica dello Zar non era comunque scevra da interessi personali: il bilancio soffriva molto per le spese militari, pertanto l’idea di spingere le altre Potenze a rallentare i loro investimenti militari era molto più economico che aggiornare tutto il proprio apparato bellico, oltre al fatto che Nicola, accarezzando sogni di espansione in Oriente, intendeva garantirsi le spalle. Lo Zar, infatti, si trovava più a suo agio con la politica estera che con quella interna, ed era anche molto suggestionabile; perciò fu agevole per suo cugino, il Kaiser Guglielmo II, il quale non aveva rinnovato il Trattato di Contro-assicurazione con la Russia, spingere lo zar lontano dall’Occidente e dalla sua alleata Francia, al fine di evitare una possibile guerra su due fronti e indurlo ad orientare le mire russe contro il Giappone nell’intento di accrescere la propria influenza in Manciuria e Corea, ove sarebbe dovuta terminare la ferrovia Transiberiana. Nicola II ignorò le resistenze dei suoi più illuminati consiglieri (incluso Witte, che venne spinto alle dimissioni) e iniziò ad adottare tali atteggiamenti sprezzanti nei confronti dei giapponesi i quali, dopo aver tentato diplomaticamente in tutti i modi di risolvere la crisi, il 6 febbraio 1904 attaccarono di sorpresa la base russa di Port Arthur per guadagnarsi la superiorità. Il clima di esaltazione patriottica che ne seguì (e che allontanò i pensieri della popolazione dalle rivolte interne di inizio 1900, represse regolarmente nel sangue) durò sino alle prime sconfitte. I russi avevano generali incompetenti e un apparato bellico desueto oltre ad avere linee di collegamento assai lontane dal fronte; le sconfitte si susseguirono e culminarono dapprima con la caduta di Port Arthur nel gennaio 1905 e con il successivo annientamento della flotta del Baltico che, dopo un lunghissimo viaggio, fu distrutta a Tsushima il 27 maggio 1905. Tuttavia i giapponesi, consci del fatto che la Russia aveva una disponibilità enorme di uomini, chiesero la mediazione del Presidente Americano Theodore Roosevelt, il quale sollecitò una conferenza di pace, Nicola II, pressato dai problemi interni, a malincuore si affidò a Witte, diplomatico che fece un lavoro talmente eccellente da riuscire a strappare condizioni favorevoli alla Pce di Portsmouth. Nel gennaio 1905 infatti, mentre Port Arthur capitolava, Nicola II dovette affrontare l’apice dei disordini causati dalle condizioni miserevoli in cui viveva la maggior parte del popolo russo: un prete, Gapon, dapprima confidente della polizia politica, si era messo alla testa di un corteo per presentare allo Zar al Palazzo d’Inverno (in cui tra l’altro non era presente al momento) le rivendicazioni del popolo contro gli agenti governativi, che lo vessavano ripetutamente e le truppe avevano reagito alla protesta pacifica con l’uso delle armi da fuoco, causando innumerevoli morti in quella che passò alla storia come la “Domenica di Sangue” e sancendo la rottura del legame tra il popolo russo e lo Zar, provocando pure notevole sdegno da parte della stampa estera. Neppure un successivo incontro con alcuni rappresentanti del popolo a Zarkoje Selo riuscì a calmare gli animi, tant’è che poche settimane dopo l’odiatissimo Granduca Sergej, Governatore di Mosca, venne ucciso brutalmente da una bomba mentre l’ondata di disordini (anche tra reparti militari, come il ben noto ammutinamento dei marinai della corazzata Potemkin a Odessa) non cessò, neppure quando si tentò di deviare l’odio popolare contro i ben noti ebrei con efferati pogrom soprattutto in Ucraina e Bessarabia.
Per tentare di normalizzare la situazione, Nicola II, come faceva sovente quando era in difficoltà, si rivolse nuovamente all’odiato Witte, il quale indicò solo due strade: o una dittatura militare o delle concessioni. Dopo essersi consultato anche con i suoi familiari ma con l’opposizione della moglie, Nicola II cedette e il 30 ottobre 1905 concesse una costituzione che istituiva un Parlamento (Duma di Stato), anche se a breve termine ciò scontentò tutti e non mise termine ai disordini, causando di nuovo l’allontanamento del Ministro.
Come già precedentemente ricordato, nell’agosto 1904 nasceva lo zarevic gravato dall’emofilia, una malattia ereditaria che impedisce la regolare coagulazione del sangue e provoca emorragie assai frequenti e pericolose. La zarina ebbe il colpo di grazia e i suoi nervi ricevettero l’ennesimo colpo che la rese ancor più scorbutica, alienandole definitivamente le simpatie della corte e dei nobili russi, i quali non conoscevano la causa di tale comportamento, tenuta nel più stretto riserbo. Alessandra infatti frequenterà da lì in poi solo pochissime persone al di fuori del suo ristretto ambito familiare, ossia la principessa Sonja Orbeliani e, dal 1901 in poi, quella che sarebbe divenuta la sua più cara amica e ammiratrice, Anna Tanejeva (successivamente conosciuta come Anna Vyrubova dal cognome del marito da cui divorziò dopo appena un anno). Ambedue avevano una spiccata religiosità tendente al misticismo, carattere comunque comune tra l’alta aristocrazia dell’epoca, cosa che permise alle Granduchesse di Montenegro, Anastasia e Militza, di presentarle un personaggio che avrebbe potuto risolvere tutti i loro problemi: Gregorji Efimovic Novij Rasputin. Costui era un siberiano che aveva abbracciato una religiosità mistica pesantemente condita da caratteri di sciamanesimo, accusato più volte di far parte di una setta eretica, i Klysty o Flagellanti. Nativo di Pokrovskoe, Rasputin aveva percorso la Siberia frequentando gli eremiti e imparando brani della Bibbia, attribuendosi poteri particolari che attirarono l’attenzione del clero, il quale si divise tra chi vedeva in lui un impostore e chi vedeva un uomo di Dio. La fama di Rasputin arrivò persino agli alti prelati di San Pietroburgo, i vescovi Ermogen e Iliodor, considerati custodi dell’ortodossia, e Teofan, confessore della zarina, nonché ai circoli occultisti più in voga della città. Sia gli aristocratici e sia il clero più volte dovettero chiudere un occhio sui suoi comportamenti piuttosto sconvenienti (ubriachezza, frequentazione di prostitute ecc.) e un tal personaggio si dimostrò ideale per dare il colpo di grazia allo zarismo da parte dei suoi avversari, che scatenarono un’intensa attività di stampa contraria ai reali, succubi a loro dire di un folle. Rasputin fu, infatti, presentato a Nicola II e a sua moglie, la quale immediatamente ne restò letteralmente affascinata, a maggior ragione dal 1907 in poi, quando sembrava che i suoi miracolosi poteri taumaturgici potessero alleviare le sofferenze di Alessio in alcuni episodi che quasi gli causarono la morte, in particolar modo l’incidente di Spala nel 1912. Nonostante le messe in guardia di alcuni funzionari fedeli, Nicola si rifiutò di allontanare il visionario (salvo per brevi periodi quando la situazione era veramente preoccupante per la tenuta stessa della monarchia, a causa di alcuni atteggiamenti particolarmente compromettenti di Rasputin), tanto che il caso venne discusso anche alla Duma, complice il fatto che finalmente anche l’alto clero si rese conto dell’errore commesso e tentò inutilmente di allontanarlo dalla famiglia imperiale (sotto raffigurata in una fotografia d’epoca).
Tra fine 1800 e inizio 1900 la politica estera mondiale cambiò radicalmente. A poco a poco si delinearono due schieramenti contrapposti: da un lato la Francia, ansiosa di riscattare le province perdute nella guerra contro la Gemmaria del 1870, l’Inghilterra, preoccupata dalle mire di dominio globale e di potenza navale del Kaiser Guglielmo II e la Russia, alleata della Francia dalla caduta della politica bismarkiana nel 1892 e, dall’altra, Austria-Ungheria e Germania legate dalla Duplice Alleanza, diventata Triplice nel 1882 con l’ingresso del Regno d’Italia in qualità però di socio minore. I disordini sarebbero scoppiati nei Balcani, ove già da tempo vi erano sommovimenti, conseguenti alla decadenza dell’Impero Ottomano, che avevano consentito la creazione di nuovi Stati nazionali turbolenti di matrice slava, pertanto sotto l’influenza russa ma orbitanti anche nella sfera d’influenza austriaca. Nel 1908, dopo l’annessione della Bosnia Erzegovina all’Impero Austro-Ungarico, seguirono due guerre balcaniche (1912 -1913) tra i nuovi Stati della penisola; la polveriera scoppiò improvvisamente il 28 giugno 1914, quando l’erede al trono austriaco, Francesco Ferdinando, veniva ucciso da un irredentista bosniaco, spalleggiato secondo gli austriaci dalla Serbia, che desiderava ingrandirsi. Seguì un’intensa crisi internazionale, al culmine della quale la Serbia si rifiutò di accettare l’ultimatum austriaco, inaccettabile per qualsiasi Stato sovrano e, pertanto, scoppio la guerra generale, nonostante i reali tra di loro dichiarassero di esservi contrari.
Nicola II, spinto dai suoi generali e diplomatici, che volevano evitare l’ennesima umiliazione dopo aver consentito l’annessione della Bosnia all’Austria – Ungheria nel 1908, fu indotto a mobilitare l’esercito contro la Germania; quello russo era un esercito tecnologicamente molto arretrato, guidato da capi non idonei, ma lo Zar si astenne dal porsi direttamente a capo delle truppe, che vennero affidate al comando del Granduca Nicolaj Nicolaevic. Lo scoppio della guerra mise a tacere tutte le problematiche interne per reagire al pericolo tedesco e, approfittando della lontananza dello Zar che si era sistemato presso il Quartier Generale a Mogilev vicino alle truppe, la guida della politica interna fu assunta da Alessandra, negativamente influenzata e condizionata da Rasputin (non è tutt’ora chiaro di preciso fino a che punto).
Dopo iniziali vittorie sul fronte austriaco, l’esercito russo venne pesantemente sconfitto dai tedeschi nella Prussia Orientale, mentre le operazioni in Galizia si arenarono poco dopo l’inizio del conflitto per le numerose deficienze dell’esercito, finché l’aiuto dei tedeschi agli austriaci non fece arretrare i russi. Tali fatti causarono l’allontanamento del pessimo Ministro della Guerra Sukhomlinov nel luglio 1915, a cui sarebbe seguita anche la presa diretta del comando sulle truppe da parte dello Zar.
Nel febbraio 1916 i tedeschi, convinti di aver ricacciato del tutto i russi, si concentrano sul fronte occidentale, convinti che fosse il modo più rapido per vincere la guerra e iniziarono l’assedio di Verdun, mentre gli austriaci, volendo punire l’Italia per aver cambiato fronte nel maggio 1915 alleandosi con l’Intesa, scatenarono l’Offensiva degli Altipiani contro le posizioni montane del Trentino. Ambedue i Paesi attaccati, Francia e Italia, si appellarono allo Zar affinché scatenasse un’offensiva per alleggerire il peso dell’attacco nemico sui loro fronti. Ebbe così inizio l’Offensiva Brusilov, il più grande sforzo russo dell’intera guerra, che ottenne inizialmente un successo travolgente sino al suo esaurimento, spostando in avanti il fronte e costringendo gli Imperi Centrali a sottrarre truppe per far fronte all’offensiva russa.
In tutto questo contesto, passato il primo momento di unità nazionale, in Russia ripresero gli scioperi e gli ammutinamenti, a causa della condotta pessima della guerra e delle disastrose condizioni di vita in cui si trovavano a sopravvivere i russi in Patria; crebbero i partiti di opposizione clandestini, agevolati anche dalla deplorevole figura che stava facendo la Corte con Rasputin il quale, secondo loro, decideva l’ascesa e la caduta di Ministri a simpatia. Anche la famiglia Imperiale cominciò a fare pressioni affinché Nicola riprendesse in mano la situazione interna prima che fosse troppo tardi; il 30 dicembre 1916, infatti, il Principe Felix Jusupov con altri congiurati organizzò e mise in atto l’assassinio di Rasputin, convinti che eliminandolo avrebbero salvato la monarchia. Anche gli ambasciatori alleati di Inghilterra e Francia cominciarono a mostrare ad uno Zar sempre più stressato segnali di preoccupazione per la tenuta della Russia. Nel corso dell’inverno 1917, colpito da una grave carestia, l’odio del popolo esplose contro il Governo e, soprattutto, contro la zarina, accusata di essere una spia tedesca; nel febbraio scoppiarono tanti e tali tumulti da dover distogliere truppe dal fronte della Galizia per tentare di reprimerli, ma anche i militari iniziarono a rivoltarsi e l’ordine di scioglimento della Duma non venne eseguito: si crearono due organi, un Comitato Provvisorio per ripristinare l’ordine e, in via autonoma, un Soviet di soldati e lavoratori sotto la guida di Kerensky.
Nicola II realizzò di dover tornare immediatamente a San Pietroburgo ma la situazione era già irrimediabilmente deteriorata e la ferrovia interrotta. Dopo un lungo tragitto, Nicola II dovette constatare che era nato a sua insaputa un Governo provvisorio, che gli proponeva di abdicare per salvare il trono. Sentito il parere di tutti i vertici militari, il 15 marzo 1917 Nicola firmò la rinuncia per sé e per il figlio Alessio e, poiché suo fratello rifiutò di subentrargli, la Russia si trovò senza Zar. Nicola II fu confinato prigioniero con la famiglia a Carskoe Selo. Sebbene formalmente la Russia rimanesse in guerra, le offensive non portarono a risultati apprezzabili. Dal canto suo l’Inghilterra, dopo un iniziale assenso, rifiutò di accogliere in esilio la famiglia imperiale Romanov che, per essere tutelata da possibili eccessi, dovette essere trasferita in Siberia, ove la popolazione non era ancora del tutto coinvolta dal movimento rivoluzionario ormai in atto. Nel novembre 1917 la rivoluzione bolscevica portò al potere Lenin, ossia il capo della sua ala più estremista, che subito si affrettò a firmare la devastante pace di Brest Litovsk nel marzo 1918 con la Germania, perdendo una enorme porzione di territorio russo e gettando nello sconforto lo Zar confinato a Tobol’sk. Intanto il Soviet degli Urali, temendo che le truppe della controrivoluzione potessero liberarlo, trasferì ad aprile la famiglia imperiale a Ekaterinburg ove, nella notte tra il 16 e il 17 luglio, tutti i membri furono fucilati con il beneplacito di Mosca. I corpi verranno ritrovati solamente negli anni 90 e l’intera famiglia imperiale verrà canonizzata dalla Chiesa Ortodossa per le doti cristiane dimostrate durante la prigionia, venendo tumulata nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo.
Dopo aver delineato in breve la biografia dello Zar, occorre ora riassumere i rapporti bilaterali che esistevano tra Italia e Russia e comprendere nel dettaglio quando e perché lo Zar ricevette la più alta decorazione militare italiana. Sebbene la Russia non riconobbe immediatamente la nascita del Regno d’Italia ma solamente un anno dopo, le Case Reali dei Savoia e dei Romanov erano in ottimi rapporti e si sarebbero legate ancor più per effetto dei loro interessi comuni nei Balcani.
I membri della famiglia imperiale russa si recavano spesso in Italia a villeggiare sfruttando il bel clima del sud della Francia ma anche della costa ligure (il Barone d’Uxkull fu uno dei primi ad apprezzare il litorale di Sanremo e a farlo conoscere in Patria), ed era costume per i Savoia accoglierli con cordialità. Già nel 1857 i figli dello Zar Nicola I visitarono la Reggia di Venaria Reale, per poco Ferdinando I, figlio di Carlo Alberto, non sposò la figlia dello Zar, Olga, matrimonio saltato solo a causa della mancata conversione al cattolicesimo; Vittorio Emanuele I era grande amico del Granduca Costantino, Umberto I visitò più volte la Russia nel 1870 e nel 1876.
La Zarina Alessandra, moglie dello Zar Alessandro II (nonno di Nicola II) nel suo girovagare per l’Europa accolse, nel dicembre 1874, l’invito a recarsi a Sanremo (accompagnata dal poeta Aleksej Tolstoj) della Contessa Adele Roverizio di Roccasterone e del banchiere Cavalier Antonio Rubino (poi viceconsole russo), accolta dal Duca Amedeo di Savoia-Aosta, figlio di Vittorio Emanuele II, il quale sarebbe venuto di persona per una breve visita di cordialità a porgere i suoi saluti. Alloggiò all’Hotel de Nice e fu presto raggiunta anche dai suoi figli, rimanendovi per alcuni mesi (anche se successivamente ritornò per brevi periodi). Al termine della sua permanenza nella primavera del 1875, come ringraziamento alla città, che l’aveva accolta, la zarina donò una serie di alberi di palma che ancora oggi vengono sfoggiati sul litorale che, da quel momento, porta il suo nome, Corso Imperatrice. Da quel momento un gran numero di russi e cittadini dell’Est scelse Sanremo come luogo di villeggiatura e di residenza, tanto che nel 1912 venne costruita la Chiesa Ortodossa di Cristo Salvatore proprio al termine di Corso Imperatrice, ove fu tumulato per diversi anni, prima di tornare in patria, il padre della Regina d’Italia Elena, Nicola I di Montenegro.
Nel 1896 si prendeva, a pretesto, la rappresentanza all’incoronazione di Nicola II del futuro Re Vittorio Emanuele III per risolvere il problema dinastico del giovane Savoia, il quale non aveva ancora preso moglie. L’Italia, dopo il matrimonio del Duca d’Aosta con la principessa francese d’Orléans, doveva riannodare i propri destini alla Russia, pertanto un’unione con un Paese legato agli Zar era quanto mai desiderabile; nello specifico la scelta era caduta sulla futura regina Elena del Montenegro, il cui padrino era stato lo Zar Alessandro III. Russia e Italia erano ambedue rimaste insoddisfatte dal Congresso di Berlino del 1878 che aveva annullato i progetti russi per l’area balcanica dopo la vittoriosa guerra contro l’Impero Ottomano, col fine di mettere un freno all’avanzata russa, ottenendo solo l’indipendenza di Serbia e Montenegro ma non riuscendo ad impedire che Bosnia-Erzegovina entrasse nell’orbita Austro-ungarica; per l’Italia invece legarsi politicamente al Montenegro era desiderabile per estendere l’influenza su una delle zone irredente, la Dalmazia, fattore che non era sfuggito agli austriaci.
Il lento costituirsi di due blocchi in Europa aveva spinto l’Italia, che si trovava nella Triplice Alleanza con gli Imperi Centrali per uscire dal suo isolamento, a ritagliarsi un margine di manovra anche con le Potenze dell’altro blocco, dapprima con la Russia e poi, col concorso di questa, con la Francia appresso alla salita al trono di Vittorio Emanuele III. Il nuovo Re d’Italia e il suo Governo intendevano entrare a piè pari e a pieno titolo nella politica balcanica insieme ad Austria e Russia, smarcandosi dalla palese subordinazione tedesca. Per questo motivo nel pieno corso della crisi macedone, nell’estate 1902, il Re e il suo Ministro Prinetti organizzarono il viaggio in Russia, con la condizione che a sua volta lo Zar avrebbe restituito la visita a Roma. Nonostante le conversazioni a San Pietroburgo fossero state condotte nel miglior clima possibile e si fosse assicurato l’interesse comune per mantenere lo status quo nei Balcani, i russi non avevano tutto l’interesse a fare entrare a pieno titolo anche l’Italia nel gioco balcanico, tenendola di fatto esclusa dai contatti austro-russi per definire la questione macedone. Nell’ottobre del 1903, infatti, Austria e Russia mettevano a punto un sistema di riforme condiviso per la Macedonia con un potere di influenza alquanto pesante, e questa volontà di stringere i rapporti solo con l’Austria fu uno dei motivi principali per la mancata restituzione della visita dello Zar prevista per l’anno dopo, anche se fu addotto come pretesto il pericolo di attentati allo Zar da parte del forte movimento socialista italiano, avverso allo Zar, unitamente ai rifugiati russi che avevano trovato ospitalità in Italia. Senza contare il successivo accordo di Pietroburgo del 1904 in cui Austria e Russia si impegnavano in caso di guerra con Potenza terza ad osservare una benevola neutralità. Emergeva da questo comportamento che anche la Russia, seppure desiderando un ravvicinamento con l’Italia, aveva l’intenzione evidente di consolidare i propri rapporti con l’Austria a scapito anche dell’Italia, contando anche sul fatto che, indebolendo la posizione italiana nella Triplice, ciò avrebbe alleggerito il futuro e possibile impegno russo in supporto alla Francia in una conflagrazione bellica.
Dopo questi avvenimenti, per qualche tempo l’amicizia italo-russa si raffreddò decisamente, anche se il nuovo ambasciatore russo Murav’ev e il nuovo ambasciatore italiano in Russia Melegari si applicarono e giunsero alla firma del trattato commerciale nel 1907, in conseguenza del quale si abbassavano le tariffe doganali e si tranquillizzavano gli animi di tutti, agevolando anche gli scambi culturali. Nel 1908, intanto, le questioni nei Balcani si erano riaccese a causa dei nazionalismi slavi, in particolare della Serbia che voleva costituire un grande Stato a spese della Bosnia-Erzegovina austriaca, alimentando l’irredentismo bosniaco, per ottenere lo sbocco sul Mar Adriatico. Alla scadenza dell’occupazione temporanea di Bosnia-Erzegovina e dei diritti sul Sangiaccato di Novi Pazar previsti dal Congresso di Berlino, il Ministro austriaco Aerenthal intendeva procedere all’annessione definitiva, iniziando con il chiedere al Sultano in via autonoma l’autorizzazione a compiere studi per una linea ferroviaria che attraversasse il Sangiaccato ed arrivasse a Salonicco dalla Bosnia, allarmando gli italiani, i quali negli accordi della Triplice avevano messo nero su bianco che una modifica dello status quo nei Balcani avrebbe dovuto essere preventivamente discussa e ci sarebbe dovuta essere una contropartita (gli italiani pensavano di acquisire in questo modo pacifico le terre irredente); come contropartita gli italiani, questa volta con l’appoggio russo, pensarono ad una ferrovia che collegasse Adriatico e Danubio tramite la Serbia. Anche i russi si risentirono parecchio per questa iniziativa unilaterale austriaca e reagirono allargando l’accordo di Murzsteg a tutte le Potenze per le riforme degli istituti macedoni. In sostanza la Russia continuava a mantenere l’alleanza con l’Austria, il perno della sua politica estera, ma dopo la sconfitta della guerra russo-giapponese voleva riservarsi una più ampia libertà d’azione per influire in modo più massiccio e recuperare il calo di prestigio subito, allineandosi sempre più, anche con l’accordo di spartizione dell’Asia con gli inglesi, sulle posizioni della futura Intesa. Il nuovo Ministro russo, Izvol’ski, voleva sfruttare la volontà di annessione di Bosnia Erzegovina da parte dell’Austria, sempre più evidente, per ottenere una revisione sulla politica internazionale degli Stretti sfruttando la debolezza dell’Impero Ottomano, sempre tuttavia ignorando gli interessi italiani, anche se gli austriaci, approfittando della rivoluzione dei Giovani Turchi, volevano agire in via unilaterale, ritenendo che l’appoggio tedesco fosse più che sufficiente. Nell’agosto e settembre 1908 vi furono incontri bilaterali tra austriaci e italiani, in cui si faceva presagire una imminente annessione ma non immediata, e tra austriaci e russi nel castello di Buclau, in cui Aerenthal adottò in ambo i casi un atteggiamento alquanto ambiguo; oltre a ciò, il Ministro russo chiese (e pensò di ottenere) che l’annessione non avvenisse prima di ottobre, per avere il tempo di rapportarsi col suo Governo e che seguissero modifiche territoriali favorevoli agli Stati slavi di Serbia e Montenegro, ma cercò anche il supporto austriaco per il libero scambio negli Stretti. Il 29 settembre i ministri russo e italiano si confrontarono a Desio sulla situazione dei Balcani, accordandosi in futuro per definire di comune accordo successive questioni analoghe. Il 5 ottobre 1908 l’Austria annetteva i territori della Bosnia Erzegovina e la Russia decise che era il momento di stringere i rapporti con l’Italia, dato che l’Austria di fatto non aveva concesso nulla di quanto richiesto dai russi in modo formale. Il 29 dicembre 1908, per sancire questo rinnovato interesse per l’Italia, in occasione del terremoto di Messina la squadra russa ancorata ad Augusta fu tra le prime ad intervenire, a supporto della popolazione, sotto il comando del Contrammiraglio Litvinov e rispondendo all’appello del Prefetto di Siracusa, ancor prima di ricevere l’approvazione formale del proprio Governo. Le Autorità italiane (compreso il Re che venne di persona sul posto) e, soprattutto, la popolazione furono assai grate dell’aiuto prestato e lo dimostrarono fattivamente, così come reagirono con sdegno ad alcune opinioni austriache che facevano balenare la possibilità di approfittare della catastrofe per recuperare quanto perso nelle guerre d’indipendenza. Tali fatti giovarono sicuramente ai progetti di accordo politico russo-italiani per mantenere lo status quo nei Balcani. In tale situazione lo Zar decise di restituire la famosa visita al Re d’Italia, visita che venne organizzata in una località più periferica di Roma, anche per timore di attentati al Sovrano, la palazzina di Racconigi. Data la situazione, il Governo Giolitti approntò misure di sicurezza di massimo livello nonostante i tentativi dei socialisti di organizzare manifestazioni contrarie. Lo Zar entrò in Italia da Bardonecchia, dove ricevette il saluto delle principali personalità della zona, percorse la Val di Susa e giunse a Racconigi il 23 ottobre 1909. I giorni trascorsero tra banchetti, caccie, visite nei dintorni (tra cui la Basilica di Superga a Torino) mentre i Ministri si confrontavano sull’accordo che si sarebbe dovuto concludere in totale segretezza: ci si impegnava a mantenere lo status quo nei Balcani (di modo che ambedue avessero mano libera in altri territori dell’Impero Ottomano: vedasi l’Italia in Libia, per esempio), poi ci si impegnava in caso di modifiche a garantire la nascita di nuovi soggetti secondo il principio di nazionalità, escludendo domini stranieri (vedasi Austria-Ungheria), successivamente si impegnavano ad agire di concerto per garantire l’applicazione dei predetti principi in via diplomatica e, rispetto a questo punto, ci si accordava affinché, qualora una delle due Potenze avesse ricevuto una proposta in merito dall’Austria, ambedue si impegnassero a coinvolgere in tali accordi anche l’altra Potenza. Infine i due Stati si promettevano benevola considerazione, l’uno in merito agli interessi russi sugli Stretti e, l’altro, rispetto agli interessi italiani in Libia. Tali accordi vennero sanciti dal conferimento allo Zar della massima onorificenza di Casa Savoia, il Collare dell’Annunziata.
Questo accordo per ambo le parti era solo una soluzione alternativa; in realtà, per raggiungere i propri obiettivi sia l’Italia che la Russia avrebbero continuato a puntare in primis ad accordi diretti con l’Austria-Ungheria. Ciò fu evidente nelle successive crisi, in cui ambedue i contendenti rimasero sui loro tradizionali canali di alleanza.
Foto dell’incontro di Racconigi 1909 (wikipedia)
Nel 1911-12 l’Italia, dopo essersi accordata con le altre Potenze (Russia compresa, quando questa capì che non sarebbe riuscita ad accordarsi per gli Stretti in via diplomatica per l’opposizione delle altre Potenze, le quali intendevano tenere i russi fuori dal Mediterraneo e quando fu evidente che nei Balcani tutto sarebbe rimasto come prima), dichiarò guerra all’Impero Ottomano conquistando l’attuale Libia (e alcune isole egee). Il progressivo indebolimento ottomano causò problemi anche nei Balcani: nella prima guerra balcanica l’Italia si affrettò a ricordare all’Austria tutti i precedenti trattati in caso di eventuale occupazione di territori da parte dell’Austria, ma ignorò la Russia o, meglio, la coinvolse al solo scopo di vigilare e tenere a bada le mosse dell’Austria. Quale risultato di tali eventi politici e militari, nel maggio 1913 fu firmato il Trattato di Londra, in base al quale nasceva un’Albania indipendente, il Sangiaccato veniva diviso tra Serbia e Montenegro e la Bulgaria annetteva la Tracia, ma rimaneva scoperto il problema della Macedonia. I dissapori su quest’ultima questione furono determinanti per la successiva seconda guerra balcanica, risolta dalla Pace di Bucarest: la Serbia si ingrandì, la Grecia ottenne, tra i vari territori, l’isola di Creta, mentre venne ridotto il territorio bulgaro a vantaggio della Romania. Con l’inizio della Grande Guerra e la crisi di luglio 1914, la Russia insieme alle altre Potenze dell’Intesa cercò di blandire la dichiarata neutralità italiana, con cui il Regno d’Italia voleva tentare di acquisire pacificamente dall’Austria i territori irredenti. A lungo andare, tuttavia, neppure con la mediazione tedesca si verificarono i buoni propositi austriaci di cedere alcuni dei propri territori; pertanto, la bilancia si spostò sempre più a favore dell’Intesa anche se la Russia tentò sempre di non pregiudicare troppo il proprio desiderio di arrivare all’Adriatico per il tramite dei suoi Stati satellite di Montenegro e Serbia. Con il patto di Londra della primavera 1915 l’Italia scendeva definitivamente in campo con l’Intesa contro gli Imperi Centrali.
La guerra italiana si scatenò soprattutto sul fronte dell’Isonzo contro l’Austria ma, quando nel maggio-luglio 1916 l’Austria scatenò la cosiddetta Strafexpedition (battaglia punitiva) o Battaglia degli Altipiani in Trentino, proprio mentre a Occidente infuriava l’assedio tedesco di Verdun ed i russi erano stati respinti, ecco che Italia e Francia dovettero chiedere aiuto allo Zar affinché scatenasse un’offensiva sul suo fronte, in quel momento relativamente tranquillo, al fine di distrarre truppe dai loro settori e volgere la situazione bellica a proprio favore. Ecco che veniva pertanto lanciata l’Offensiva Brusilov, la maggiore e più vittoriosa delle offensive imperiali dell’intera guerra, che invariabilmente ottenne l’effetto sperato. Francia e Italia poterono riassestarsi e respingere le offensive, che erano state lanciate contro di loro, grazie al sacrificio russo, che l’Italia per parte sua decise di premiare, anche in ossequio all’alleanza che sussisteva coi russi, con la concessione il 04.09.1916 della Medaglia d’Oro al Valor Militare allo Zar Nicola II con la seguente motivazione:
“Per attestare alla Russia, nostra alleata, ed al suo valoroso Sovrano, l’alta ammirazione che l’Esercito e il Popolo d’Italia tributano alle vittoriose armi imperiali per la lotta formidabile e gloriosa che sostengono contro il comune nemico a difesa della civiltà e del diritto violato”.
Ecco pertanto, alla fine di questi cenni biografici, la ragione per cui l’ultimo Zar di Russia, dopo un Regno oltremodo difficile ed a a cui non si possono addossare tutte le colpe per una Nazione rimasta arretrata sotto tanti punti di vista rispetto alle altre Nazioni europee, abbia ottenuto il più alto riconoscimento del Regno d’Italia, un’onorificenza che ha un ben diverso peso rispetto alle decorazioni che si scambiavano le dinastie regnanti di prassi (Nicola II oltre alle numerosissime decorazioni che poteva esibire, era anche Cavaliere dell’Annunziata oltre che Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia). L’alta onorificenza non fu conferita dall’Italia per gli atti eroici compiuti da una singola persona, ma al Sovrano di una nazione che, nonostante le notevoli difficoltà affrontate per tenere unito uno Stato gravato da gravi e complessi problemi strutturali, politici, economici, militari e sociali, aveva tuttavia scatenato una poderosa offensiva su richiesta dei propri alleati, tenendo fede alla sua alleanza e salvandoli da un possibile disastro. L’Esercito e il Popolo d’Italia intendevano, pertanto, premiare quello spirito di collaborazione che si era gloriosamente palesato (l’offensiva Brusilov era ancora in corso e si sarebbe esaurita pochi giorni dopo la concessione della Medaglia) in quei tragici giorni di settembre 1916.
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N.B. La suddetta bibliografia e sitografia non deve ritenersi completamente esaustiva
