Svolta di Salerno e Partito d’Azione
Quando Palmiro Togliatti salvò la Monarchia
Massimo Coltrinari
Nell’Italia liberata, come noto, sul finire del 1943, si erano già formati i partiti politici che diedero vita ad una nuova stagione politica italiana, dopo l’esperienza del Partito unico. Al Congresso di Bari del Gennaio 1944 divennero i protagonisti della vita politica italiana, pur nel contesto della guerra in corso, delle applicazioni delle condizioni di armistizio imposte dalla Commissione Alleata di Controllo e dal vertice politico-amministrativo che aveva firmato l’Armistizio, rappresentato dal Re e dal Governo presieduto dal Maresciallo Badoglio.
In questo contesto, agli inizi di febbraio si poteva constatare che il partito che aveva più proficuamente lavorato per creare condizioni per una nuova Italia era il Partito d’Azione. In pratica questo partito poteva essere definito come l’ala marciante dell’antifascismo avendo svolto un ruolo rilevante nel cosiddetto Regno del Sud. Per un riscontro descrittivo si legga il testo di De Spinosa che è particolarmente ricco di notizie e fatti della vita quotidiana nelle provincie liberate
Il Partito d’Azione in tutti i suoi atti ed in tutte le sue manifestazioni poneva come base la questione istituzionale, ed era nettamente intransigente nella sua pregiudiziale antimonarchica ed antifascista, ravvisando nella permanenza del re e del suo governo la continuazione di un fascismo senza Mussolini e l’ostacolo a qualsiasi rinnovamento morale, politico e sociale. La vera epurazione secondo gli esponenti azionisti doveva cominciare dal trono e dalle forze che si annidavano nella sua ombra, a cominciare dall’apparato degli esteri, militare, amministrativo e degli interni. La forza del Partito d’Azione era tale anche nell’Italia Liberata che tutti gli altri partiti non potevano che seguire questa linea intransigente contro la Monarchia. Chi si oppose a questa linea e sostanzialmente la fece naufragare fu Palmiro Togliatti. Appena sbarcato a Napoli il 27 marzo 1944, in sincronia con la componente mediterranea della diplomazia stalinista, che due settimane prima aveva, il 14 marzo 1944, aveva, prima tra le Nazioni Unite, riconosciuto il Governo Badoglio. Il fuoriuscito Palmiro Togliatti ritornò in Italia con un piano veramente preciso e ben coordinato. I punti di questo piano, interdipendenti, prevedevano, oltre al riconoscimento del Governo Badoglio da parte della URSS, un cambiamento totale di tutta la politica del partito Comunista Italiano ( PCI), ora orientata tutta verso una politica filo-badogliana e la realizzazione al più presto possibile di un Governo Italiano, sempre presieduto dal Duca di Addis Abeba, ma con la partecipazione di tutti i partiti antifascisti che si erano già radunati al Congresso di Bari, nel gennaio 1944. E’ la cosiddetta “svolta di Salerno” che nella sostanza era diretta contro tutta la politica del Partito d’Azione, ovvero dell’antifascismo militante.
I partiti politici dopo il Congresso di Bari erano per lo più dominati dalle personalità di Benedetto Croce ed Enrico de Nicola, espressione delle forze liberali, moderate e conservatrici che nella sostanza operavano per salvare la Monarchia proponendo in una prima fase l’istituzione di una reggenza dinastica, preceduta da una doppia abdicazione quella di re Vittorio Emanuele e del Principe ereditario Umberto, in attesa della fine della guerra; questa fase ebbe termine per il netto rifiuto del Re di abdicare. Iniziò una seconda fase in cui fu escogitato l’istituto della Luogotenenza che il Re accettò a metà di febbraio 1944. A questa soluzione erano anche favorevoli, oltre alle forze liberali, i democratici cristiani ed anche Carlo Sforza, repubblicano, emigrato negli Stati Uniti e rientrato in Italia al seguito delle truppe alleate. Sforza era convinto che con la Luogotenenza accettata la Monarchia riconosceva in gran parte le sue colpe. Contrari alla Luogotenenza erano il Partito Comunista, il Partito Socialista ed il partito d’Azione, fermi nel loro rifiuto di ogni intesa con il Re e con il governo Badoglio, in quando vi vedevano una sostanziale continuità con il passato e una totale assenza di rinnovamento.
Al suo arrivo Togliatti non esitò a sposare la causa e l’azione di Croce e di De Nicola che portò all’annuncio ufficiale della Luogotenenza il 12 aprile 1944 ( Togliatti era arrivato a Napli il 27 marzo) e che nella sostanza diede vita a quella che poi a posteriori si chiamò “svolta di Salerno”. In sostanza Togliatti agevolò e partecipò alla prevalenza delle forze politiche e sociali conservatrici e quelle trasformistiche meridionali che miravano a perpetuare il loro dominio politico con l’ausilio di un apparato amministrativo inefficiente e corrotto adattandosi ad ogni compromesso.
In sostanza la “svolta di Salerno” liquidò in pochi giorni l’unità antifascista, che era rappresentata dal Comitato Nazionale di Liberazione, e del suo ruolo politico che doveva rappresentare il nucleo iniziale del futuro Stato democratico, basato sui principi e valori che il fascismo ha sempre negato.
Si apre a questo punto un ennesimo aspetto della questione meridionale, ma questa non è la sede idonea per approfondirla. Si osserva solo che gli attuali problemi del meridione d’Italia rimasero quelli unitari e post risorgimentali, e nel 1944 fu persa una occasione di rinnovamento radicale, come fu persa nel 1860 con la mancata istituzione della Repubblica proposta dai mazziniani a seguito della vittoria garibaldina. Il Partito d’Azione, che rappresentava il rinnovamento, vide la sua politica messa da parte e rigettata proprio da quelle forze di sinistra che avrebbero dovuto appoggiarla ed attuarla.
Il Partito d’Azione all’indomani dell’armistizio, era erede di movimenti cospirativi già in essere da vari anni come “Unione Meridionale”, “Italia Libera”, “Giustizia e Libertà” e grazie a questi si radicò anche nel meridione d’Italia all’indomani della liberazione di quelle regioni. Su questa organizzazione antigovernativa e clandestina costruì la sua struttura partitica ed in breve divenne il maggiore partito politico dell’Italia meridionale, nettamente distanziandosi dal Partito Comunista Italiano che si dibatteva in faide interne e con dirigenti che ancora non avevano superato la mentalità cospirativa, clandestina e sospettosa.
Si parla per il Partito d’Azione di circa 524 sezioni le quali hanno avuto oltre 100.000 aderenti ed 80.000 tesserati. Se poi nel Meridione si include anche la Sardegna, qui operava il Partito sardo d’Azione, con oltre 30.000 iscritti. Ovvero una forza di sinistra, nettamente superiore al Partito Comunista e a quello Socialista, strutturata e con solide basi culturali ed ideologiche.
Il Partito d’Azione aveva fatto breccia nei diversi strati sociali della popolazione, ma sopratutto, oltre che tra gli intellettuali, anche tra gli artigiani e tra gli operai. Questi si erano organizzati nella CGL Confederazione Generale del Lavoro, in cui era forte la presenza azionista con esponenti come Dino Gentili ed Antonio Armino, “risorta per iniziativa di socialisti, azionisti e comunisti dissidenti facenti capo a E. Russo e Villone su basi di indipendenza rispetto ai partiti (che era il cardine della visione sindacale del Partito d’Azione), venne violentemente avversata dal PCI che mirava a promuovere e legare la organizzazione sindacale al partito. Non è questa la sede per riprendere questi argomenti: bisogna constatare però che su questo interessante capitolo di storia è stato imposto il velo del silenzio.”
Se sul piano economico-sociale il Partito d’Azione proponeva soluzioni innovative, anche sul piano militare fu propositivo e rivoluzionario. Collegandosi al movimento nazionale ed europeo della resistenza al tedesco, con la metà d’Italia occupata dai tedeschi, nel tentativo di far partecipare le popolazioni meridionali già liberare e quindi farle partecipe alle sofferenze di quelle settentrionali, in coerenza con gli ideali antifascisti e resistenziali, aveva promosso i cosiddetti “Gruppi Combattenti Italia”.
Queste erano formazioni militari al comando del Generale Giuseppe Pavone, iscritto al Partito d’Azione, costituiti nel solco della tradizione garibaldina del volontariato patriottico, su struttura ordinativa classica.
Era la proposta italiana per la partecipazione alla guerra in alternativa al I Raggruppamento Motorizzato del Regio Esercito. E’ noto che i Britannici non volevano forze combattenti italiane e più di una volta tentarono di sciogliere il I Raggruppamento Motorizzato che rimase in vita solo per l’appoggio statunitense.
Avere una nuova formazione militare, senza il controllo di chi aveva firmato l’armistizio e quindi garante della applicazione delle sue clausole, dipendente da un partito politico di sinistra, per gli Alleati, anche se alla ricerca di uomini combattenti, era una proposta inopportuna. Il Gen. Pavone, nello spirito garibaldino, riprese poi temi di carattere risorgimentale, tanto da adottare il Tricolore senza lo stemma sabaudo, suscitando le riserve e i sospetti ulteriori di Britannici e Statunitensi, oltre che la fermissima opposizione di Badoglio e di tutto il vertice militare a cominciare dal Maresciallo Messe, non ebbe fortuna ed il suo tentativo nella primavera del 1944 si spense. Il colpo definitivo gli venne dato dall’azione di Togliatti, che non accettava che un partito, anche se di sinistra, ispirasse e controllasse una forza armata combattente indipendente. Un altro effetto della svolta di Salerno.(continua)
Nel contesto del 1944, sul piano politico, il dilemma, per dare all’Italia un future migliore e diverso, era : continuare con il vecchio sistema, con il governo che aveva firmato l’armistizio, con il vertice politico-militare che aveva portato al disastro, oppure inventarsi soluzioni totalmente nuove, su nuove basi. Che senso avere fondare un partito nuovo per poi continuare sulle linee del passato? Inoltre, quale rapporto avere con gli Alleati, soprattutto britannici a noi particolarmente ostili, che di fatto avevano la sovranità su tutto il territorio, detenevano il potere effettivo e agivano in base alle esigenze della guerra in corso. Il rischio che si correva era che politiche troppo avanzate avrebbero compromesso la lotta all’occupatore tedesco nel nord Italia, vanificato gli sforzi che i “ribelli” come li chiamavano i tedeschi, del nord stavano facendo e quindi compromettere le scelte future.
Non da poco inoltre occorreva tenere presente le condizioni della popolazione che erano davvero inaccettabili, con un degrado morale spaventoso ed una situazione materiale, dopo tre anni di guerra, al limite della sopravvivenza fisica; popolazione che prestava orecchio solo a proposte concrete e reali, tali da migliorare il più possibile la propria condizione. La povertà faceva da padrone ed ogni discorso astratto o teorico cadeva nel nulla. Il Partito d’Azione teneva ben presente tutte queste condizioni ed aveva risposto ogni possibilità di realizzazione nella collaborazione tra i partiti.
Il Congresso di Bari di fine gennaio 1944, che era sostanzialmente guidato da Benedetto Croce, nelle sue conclusioni, era stato quanto mai vago e poco incisivo ed auspicava solamente la costituzione di un Governo che affrontasse i problemi, rinviando la questione istituzionale, che date le circostanze, era considerata prematura.
Sulla base dell’Ordine del Giorno del C.N.L. centrale del 16 ottobre 1943, redatto tre giorni dopo la dichiarazione di guerra alla Germania da parte del Governo Badoglio il cui ritardo rispetto alle richieste alleate tanto aveva insospettito gli alleati stessi, il Congresso per l’attuazione dei fini predetti nominò una Giunta Esecutiva Permanente, composta da un rappresentante dei partiti facenti parte dei Comitati di Liberazione, ovvero i tre partiti di sinistra, il Partito d’Azione, il Partito Socialista, il Partito Comunista ed i partiti di centro, con capifila la Democrazia Cristiana ed il Partito Liberale e la Democrazia del lavoro. Esisteva anche il Partito della Democrazia Liberale, sorto a gennaio a Bari, in contrapposizione a tutti gli altri partiti partecipanti al Congresso di Bari, di chiara ispirazione badogliana, creato per appoggiare politicamente e il governo Badoglio e, in seno al CNL, per svolgere una azione disgregatrice e di controllo.
Nella sostanza la Giunta Esecutiva Permanente era il contraltare politico del governo Badoglio, e assunse presto le vesti della sede naturale del confronto dei Partiti. La sua composizione, però, la portò presto ad un immobilismo di sostanza che la rendeva praticamente inutile. Gli stessi Alleati, che avevano sempre in evidenza che il Governo Badoglio doveva esistere in quanto il firmatario delle clausole armistiziali e quindi l’origine del loro legittimo potere in Italia, guardavano la Giunta Esecutiva Permanente con sospetto, ma non intervennero, data la sua sostanziale incapacità di agire.
La Giunta Esecutiva Permanente, che poteva divenire il polo centrale di una nuova Italia, dal suo immobilismo via via passò su posizioni sempre più distanti dai principi che reggevano l’azione dei partiti di sinistra, in particolar modo il Partito d’Azione.
Al suo interno i partiti moderati erosero passo dopo passo le posizioni dei partiti di sinistra, a cominciare dalla accettazione della Luogotenenza e della soluzione dinastica della questione istituzionale. Assommata al altre questioni fatalmente le riunioni della Giunta Esecutiva Permanente non potevano non concludersi che con una rottura fra il Partito d’Azione, affiancato da un Partito Socialista sempre più perplesso ed ambiguo e gli altri Partiti compreso quello comunista. Ovvero in vista della formazione di un nuovo Governo, sicuramente il Partito d’Azione non ne avrebbe fatto parte.
“E’ perlomeno insensato, ci sia consentito rilevarlo, che alcuni storici (cfr. P. Spriano, Storia del PCI. La resistenza, Togliatti ed il partito nuovo, Vol V. Torino, Einaudi, 1976, pag. 306) affermino che Togliatti abbia determinato il superamento del “punto morto” in ci la Giunta era venuta a trovarsi: meglio sarebbe dire che la “condusse a morte” dal momento che essa si sciolse subito dopo”
In sostanza l’equilibrio all’interno della Giunta Esecutiva Permanente fu rotto dalla iniziativa di Togliatti di sposare le tesi dei partiti conservatori e moderati, di fatto cancellando ogni possibilità di avere un Governo che non fosse l’erede diretto di quelli monarchico-badogliani precedenti. Se fu salvata l’unità antifascista, questa fu ottenuta tramite le lacerazioni interne del Partito d’Azione, in cui, tranne alcuni dirigenti centrali, la periferia era contraria ad entrare in un governo come quello che si prospettava.
Le lacerazioni portarono all’inizio del disfacimento del Partito d’Azione i cui militanti non vedevano attuati i pilastri del suo credo politico. In sostanza per il Partito fu l’inizio della sua fine, cosa ampiamente auspicata da Togliatti e dal PCI, che, come detto, vedevano nel Partito d’Azione un concorrente temibile a sinistra in grado di sottrarre le masse operaie e proletarie alla influenza del PCI stesso. Si potrebbe anche sostenere, a posteriori, che fu una vittoria di Pirro, in quanto Togliatti permise al re e a Badoglio e a tutto quello che significavano, di sopravvivere. Le masse che il PCI voleva controllare e gestire, in gran parte rimasero sotto il dominio del vecchio padrone, senza possibilità di uscire da questa gabbia, origine di quell’Anti-Stato, che in tanti si attardano a chiamare mafia, andrangheta sacra corona unita ed altri nomi di retaggio settecentesco ma che nella sostanza ancora oggi incidono nel tessuto sociale meridionale. Con buona pace del riscatto delle masse proletarie.
L’azione delle forze moderate e conservatrici, la diffidenza degli Alleati, sopratutto Britannici, l’azione di Palmiro Togliatti, che vedeva nel Partito d’Azione un pericoloso partito di sinistra concorrente, che proponeva al proletariato e alle classi povere una politica di miglioramento senza la durezza e la spietatezza adottata dai Partiti Comunisti al potere, politica basata sul consenso e la partecipazione, portarono alla sconfitta, e quindi all’inizio della dissoluzione, del Partito d’Azione.
Nella contingenza del 1944 il Partito d’Azione, nel combattere un fascismo senza Mussolini, chiedeva l’’abdicazione immediata del Re e del Principe ereditario, la costituzione di una Reggenza civile, in contrapposizione totale ad una reggenza dinastica, e la formazione di un governo “dei migliori”, democratico ed antifascista. Primo passo di questo assunto fu la costituzione della Giunta Esecutiva Permanente costituita dopo il congresso di Bari del gennaio 1944. Questa Giunta, tramutatasi in un governo di unità nazionale laico, a guerra finita, doveva convocare l’Assemblea Costituente che avrebbe deciso sull’assetto costituzionale dello Stato.
Il nodo fondamentale era la reggenza civile, che interrompeva la continuità Dinastica, e che poneva le basi di un nuovo Stato che nulla aveva a che fare con il precedente, ovvero la sostanziale liquidazione di Casa Savoia.
Era, in sostanza, quanto proponeva la sinistra italiana impersonificata da Giuseppe Mazzini, e tutta la componente mazziniana nel 1860 dopo la vittoria garibaldina nel meridione per la costituzione di una Repubblica al posto del Regno delle Due Sicilie. Un nuovo Stato, su nuovi basi, non la continuazione di un Stato preesistente. Del resto la stessa soluzione era stata adottata con gli Stati preunitari italiani. I Lorena in Toscana, Il Papa Re nell’Italia centrale, gli Estensi a Parma e Modena, gli Austriaci nel Lombardo Veneto: della loro struttura ordinativa statale non fu conservato nulla. Doveva essere sia nel 1860 che nel 1944 la volta dei Savoia e del loro Stato.
Nel 1860 questa soluzione di sinistra a Napoli fu accantona con l’arrivo delle truppe Regie nel sud (Incontro di Teano), appoggiate dalle potenze di allora; nel 1944 questa proposta fu accantonata oltre che dalla azione della componente monarchica e dalle forze democristiane e moderate, dalle Potenze vincitrici, sopratutto della Gran Bretagna, ma anche dalla componente comunista, impersonificata da Palmiro Togliatti, ( La svolta di Salerno) che non tollerava forze concorrenti a sinistra. La intolleranza comunista si manifestò già nei primi mesi post armistiziali, impedendo a sinistra un confronto che avrebbe sicuramente giovato alle classi proletarie del meridione che si dibattevano nella più totale miseria, e favorendo in realtà un potere che a parole tutti volevano combattere data la situazione che contestualmente vivevano con i contrasti e la ostilità alla Confederazione Generale del Lavoro, allora in pieno controllo azionalista. Mentre per il Partito d’Azione i Sindacati dovevano operare in piena autonomia, privilegiando solo gli interessi dei rappresentati ed iscritti, per il Partito Comunista essi, i sindacati dovevano essere una diretta emanazione del partito stesso. Cosa che con la Confederazione Generale del Lavoro non si attuava.
Il Partito d’Azione, peraltro, nei suoi esponenti di vertice adottò una politica di prudenza e sostanzialmente difensiva e di attesa e di accomodamento in un mal inteso senso di unità nazionale.
Ci si rese conto che doveva fare i conti con gli Alleati, i quali stavano combattendo il loro nemico, il tedesco, e nell’Italia liberata volevano la tranquillità e l”unità nazionale” delle forze politiche italiane. Non facevamo mistero che, se la corda si fosse rotta, il Partito d’Azione sarebbe stato escluso da ogni considerazione e messo nella lista dei partiti “nemici”. La conseguenza era immediata. Le formazioni partigiane nel nord Italia facenti capo a “Giustizia e Libertà” ovvero al Partito d’Azione non avrebbero avuto più nessun sostegno.
Dall’altra il Partito ed in gran parte dei suoi esponenti e anche nei suoi militanti erano fermi nella più assoluta intransigenza antimonarchica ed antifascista. Questo atteggiamento era anche dettato dal fatto che nella cosiddetta Italia liberata le condizioni morali, sociali, economiche era veramente pietose, condizioni a cui la popolazione era stata condotta dalla Monarchia e dal Fascismo senza alcun responsabilità nè politiche nè morali dei partiti politici.
Onore ed amor proprio per un Italiano nel 1944 nel meridione liberato erano parole pesanti. Se si voleva un riscatto, le linee guida dovevano essere intransigenza antimonarchica ed antifascista per un effettivo rinnovamento della società italiana; questo soprattutto per ragioni prima di tutto morali prima che politiche; linee che erano argomenti quanto mai solidi.
Da qui la grande eredità del partito d’Azione. Questo si può dire dell’azionismo di quei anni: la propria politica doveva essere attuata per ragioni prima morali poi politiche senza disgiunzione, ed è in questa consequenzialità il più grande insegnamento dell’”azionismo” militante del 1944.
La sconfitta del Partito d’Azione rappresenta quindi una seconda mancata occasione dopo quella del 1860 per un reale progresso della società meridionale. Ancona una volta l’approccio di Tommasi di Lampedusa, brillantemente esposto nel “Gattopardo”, si realizzò in pieno “che tutto cambi affinché nulla cambi”. Ed anche nel 1944 questo avvenne. Ma che questo abbia avuto un appoggio veramente di gran rilievo da un partito come quello comunista, con la “svolta di Salerno” attuata con grande perizia politica e diplomatica da Palmiro Togliatti è una considerazione di tutto rilievo se posta alle radici della nostra Repubblica. Il dibattito sulle conseguenze è aperto.
