FEDERICO LEVY. IL RUOLO DELLA COMUNICAZIONE NEL CONFRONTO STRATEGICO ASIMMETRICO. IL CASO DI AL-QA-IDAH

  

Il ruolo della comunicazione nel confronto strategico asimmetrico:

il caso al-Qā‘idah

 

di

 

Federico Levy[1]

  

Introduzione

 

L’uccisione di Osama Bin Laden ha indubbiamente segnato uno spartiacque per la storia del movimento qaidista, anche e soprattutto in ambito comunicativo. Dopo una lunga attività di intelligence, il 2 maggio 2011 i Navy Seals, reparto speciale della marina statunitense, riescono ad individuare la base e rifugio di Osama ad Abbottabad, in Pakistan. Inizia così l’azione di guerra che segnerà la fine dello sceicco più ricercato del mondo. Legittimando molti interrogativi nessuno vedrà mai il corpo esanime del volto che in tele ha bussato alla porta di milioni e milioni di persone. Stando alla versione ufficiale degli eventi il corpo è stato sepolto in mare dopo un breve rito religioso, formula contestata anche al di fuori dall’ambiente jihadista, con critiche oscillanti dall’ambito giuridico a quello religioso. Uno dei tanti paradossi della storia: chi ha fatto dell’impatto mediatico di sè e della propria organizzazione punto strategico cruciale muore in un angolo di visuale oscuro. Al contrario tutti noi vediamo i volti di Hillary Clinton e Obama, ipnotizzati dagli aggiornamenti sull’operazioneche si pensava avrebbe potutodeterminareildestinodelleprossimeelezionipresidenziali.

Ora che Osama non c’è più e le rivolte arabe paiono ignorare ogni causa di tipo jihadista, il futuro di al-Qā‘idah pare quanto mai incerto. Ma è questa una crisi che va chiarita. Essa non è infatti dettata tanto dalla sopraggiunta mancanza di un perno organizzativo e politico, pare infatti che da anni l’organizzazione sia costituita da una serie di cellule operative locali sempre più autonome, quanto piuttosto dal  manifestarsi di un vuoto mediatico. Nonostante le indubbie doti retoriche questo rimane un vuoto non ancora colmato e Al Zawahiri, lo storico braccio destro di Bin Laden che dopo la morte ne ha ereditato la leaderhip, appare anzi arrancare terribilmente sul web e dimostrare scarso appeal in questi mesi di disordine sociale in gran parte del mondo arabo: è lampante l’enorme importanza che per al-Qā‘idah ricopre la capacità comunicativa. Soprattutto adesso che viene a mancare.

Semplificando un po’ le cose è possibile intravedere una certa linea evolutiva dell’organizzazione: un primo periodo di costruzione dell’organizzazione (anni ’80 fino a circa metà anni ’90), a seguire un lungo periodo di estrema capacità comunicativa (metà anni ’90 fino a circa la seconda metà del primo decennio duemila), poi un periodo di declino e infine la morte del leader e un conseguente vuoto mediatico che va interpretato. Questa è la scansione temporale e il campo di analisi di queste pagine, anche se la maggior parte del saggio sarà dedicata al periodo centrale e precedente gli avvenimenti del maggio 2011, puntualizzando gli elementi fondamentali di strategie organizzative ed elementi mediatici nella comunicazione di al-Qā‘idah. Si è posta l’attenzione su quanto il problema mediatico sia sempre stato importante per l’organizzazione, su come è stato efficacemente sviluppato da questa attraverso un accurato sistema integrato di più elementi. A ciò è stata particolarmente utile una puntuale ricerca del Centro Militare di Studi Strategici[2]. Non mancano anche considerazioni personali, senza pretese di scientificità, sviluppati attorno a due questioni ritenute fondamentali: la prima riguarda il caso al-Qa’ida ritenuto come paradigmatico di certe caratteristiche strutturali del rapporto tra tecnologia e guerra nell’ambito dei conflitti che la letteratura in materia definisce asimmetrici. Il termine nella sua accezione più semplice indica quel particolare genere di conflitto bellico intercorrente tra uno o più soggetti statuali e altri soggetti che non lo sono. La seconda questione affiora con la recente morte di Osama Bin Laden e i suoi possibili significati. Quale la reazione del mondo arabo, quale futuro per l’organizzazione, ma soprattutto, quale Osama Bin Laden è stato ucciso e da quale America?

 

 

1- Struttura e strumenti della comunicazione di al-Qā‘idah

 

Linea evolutiva generale della comunicazione di al-Qā‘idah e cambiamenti nella struttura                                  

 

Al-Qā‘idah ha dimostrato più volte negli anni una notevole capacità di rinnovare la propria identità. Intesa sia come immagine pubblica che in quanto struttura organizzativa, entrambi elementi di questa identità suggestiva. al-Qā‘idah nasce negli anni ’80 nel corso del conflitto tra Afghanistan e URSS, in funzione anti-sovietica e pertanto in un contesto completamente diverso da quello odierno. Niente world wide web, campo d’azione regionale e locale, obiettivo strategico chiaramente delimitato, sostegno dagli Stati Uniti. Tuttavia non è questo un periodo molto florido per la propaganda e la comunicazione: sviluppandosi esclusivamente nell’addestramento di mujāhidin, da inviare anche in altri teatri di guerra come quelli bosniaco e ceceno, l’attività dell’organizzazione non richiedeva particolari forme comunicative, semmai il contrario. Ma una volta finita la guerra al-Qā‘idah ha continuato la sua attività spostando repentinamente il bersaglio critico in direzione dell’occidente e degli Stati Uniti in particolare. È in seguito all’invasione iraqena del Kuwait che Bin Laden comincerà l’attività di comunicazione vera e propria, volta fin dal primo momento con toni molto critici in direzione del servilismo filoccidentale di monarchia e clero sauditi. Non rivolgendosi ancora al grande pubblico ma al mondo delle élite politiche e istituzionali, soprattutto saudite, al-Qā’ida assomiglia più ad un gruppo di pressione radicale che ad un soggetto protagonista delle dinamiche politiche nella regione e nel mondo. I primi segnali di una comunicazione volutamente di massa si manifesteranno a partire da metà anni novanta, con i primi attentati e la forte pressione mediatica indirizzata da un lato all’occidente, al fine di ottenere il ritiro statunitense dal Medio Oriente, dall’altro al popolo musulmano attraverso l’appello generalizzato al Jihad armato. È del 1996 il primo messaggio concepito per un vasto pubblico: la dichiarazione di guerra all’America.

Sono questi anni in cui il governo talebano è stato in grado garantire una certa stabilità all’organizzazione: al-Qā’ida ha potuto stanziare il suo quartier generale nel paese e mantenere una certa struttura organizzativa rigida e gerarchizzata, sorretta da un Comitato Esecutivo e sviluppata in precisi settori. Tra questi ricordiamo il Comitato per i Mass Media con compiti di coordinamento e costruzione della propaganda e di gestione del rapporto tra l’organizzazione e i mass-media[3]. Mentre le apparizioni pubbliche dei leader, soprattutto BinLaden,avvengonoattraversointerviste,videomessaggiecomunicaticoncessialleprincipaliemittentitelevisiveegiornalistichedelmondoarabo,equindielaborateedivulgatedaqueste.

L’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre e la fine del governo talebano in Afghanistan segnano un punto di svolta importante, sia dal punto di vista dell’organizzazione interna che nelle stesse modalità di costruzione dell’apparato comunicativo del gruppo qaedista. È infatti a partire dal 2001 che “si avvia un processo di riorganizzazione e mutamento sostanziale della minaccia posta da al-Qā‘idah, che non si configura più come gruppo territorialmente circoscritto ma piuttosto come una multinazionale del terrore” (Cemiss, p.130). al-Qā‘idah, rimasta priva del santuario afghano, si evolve a modello network in cui gli aspetti ideologici e comunicativi divengono elementi essenziali per la sopravvivenza della minaccia jihadista e la sua espansione a livello globale (ibidem). In altre parole cominciano a svilupparsi tecniche di gestione, divulgazione, controllo e alimentazione dell’azione politica di al-Qā‘idah non più bisognose di una struttura rigida e centralizzata. È un cambiamento però che non va assolutamente interpretato come soluzione di ripiego, determinata deterministicamente da cause e logiche esterne all’organizzazione. Non va infatti dimenticato che una struttura del genere non ha presentato solo vantaggi: è stato certamente un punto di riferimento, ma visibile tanto per i jihadisti che per l’intelligence. E l’attività di controterrorismo alla nuova struttura si è rilevata difficoltosa negli anni[4].

Riguardo alla costruzione e distribuzione dei contenuti mediatici occorre considerare due fasi distinte. Una prima, fino al 2005, nella quale il materiale mediale veniva consegnato alle emittenti televisive satellitari arabe (al-Jazeera e al-‘Arabīah), e quindi elaborato e diffuso da queste. Questo ha indubbiamente consegnato ad al-Jazīrah e, in un secondo tempo, anche ad al-‘Arabīah un peso ed un potere considerevole nella propaganda di al-Qā‘idah (Id. p.143). Proprio per questa ragione, soprattutto a fronte dell’intensificarsi dell’attività di censura e manipolazione svolta da queste emittenti, al-Qā‘idah si trovò ben presto nella necessità di mettere a punto tecniche di diffusione diverse. Questa esigenza portò alla seconda fase nella comunicazione di al-Qā‘idah a partire appunto dal 2005, anno in cui il progetto as-Sahab giunse a maturazione. As-Sahab, centro di costruzione e distribuzione dei contenuti mediatici, ha permesso al gruppo jihadista una piena autonomia non solo di produzione ma anche di distribuzione del proprio contenuto mediatico.

Ma per entrare meglio in dettaglio è opportuno presentare almeno nei sui elementi essenziali il tipo di struttura di cui al-Qa’ida ha disposto, con uno sguardo specifico alla piattaforma informatica funzionale alle logiche strategiche dell’organizzazione terroristica, internet.

 

Il ruolo di internet

 

La ricerca pubblicata dal Cemiss elenca e approfondisce alcuni aspetti fondamentali che determina la funzionalità del web: propaganda per il reclutamento e la mobilitazione di potenziali mujāhidīn; raccolta fondi attraverso la pubblica minaccia di nuovi attentati; addestramento; pianificazione operativa; comunicazione di informazioni sensibili mediante email, chat o forum; guerra psicologica, di modo che qualunque gruppo terroristico, ancorché esiguo, possa risultare molto più rilevante di quanto in effetti sia; raccolta delle informazioni tramite fonti aperte, quali mappe e foto di infrastrutture sensibili o di possibili obiettivi[5]. Ma che struttura mediatica ha assunto il network jihadista? Di che elementi è composta? A tal riguardo la ricerca in esame la descrive così: L’attività jihādista online risulta fortemente strutturata ed accentrata, specie se si considera il numero incredibilmente alto di siti web, chat, forum e blog che si rifanno alla causa qaedista. Fonte primaria dei comunicati e dei post provenienti da parte di al-Qā‘ida risultano comunque essere un numero piuttosto ristretto di siti produttori e distributori. […] Si tratta di un meccanismo trasparente, per il cui tramite i siti jihādisti secondari possono immediatamente riconoscere il comunicato ufficiale proveniente dalla  leadership del network terroristico dai falsi, e quindi diffondere i post e le notizie verso gli altri siti secondari e i forum […]. In tal modo, decentralizzazione e gerarchia convivono […] (Id, p. 78). Questa struttura di base assieme al frequente cambiamento dell’indirizzo URL delle fonti permettono inoltre una certa sicurezza. Cambiare spesso indirizzo URL rende infatti molto più difficoltoso localizzare il centro operativo della piattaforma, mentre la diffusa propagazione delle informazioni permette un effetto-ridondanza in grado di arginare gli effetti destabilizzanti causati dall’oscuramento di alcune piattaforme d’informazione. Oltre ai prerequisiti di sicurezza ricordiamo come forum, blog, chat, e più recentemente social network, costituiscanounveroepropriosistemaintegratoediffusointuttoilmondo eattraversoilqualel’organizzazionediBinLadenhaoperatosupiùlivellieafinimolteplici.

Primo fra questi è indubbiamente l’attività di proselitismo e propaganda, indirizzato al reclutamento e alla formazione di nuovi combattenti per il Jihad. Internet in tal senso non è solo un catalizzatore di giovani: è il nuovo campo d’interazione di una vera e propria virtual ummah, in grado almeno potenzialmente di scavalcare gli ingombranti confini politici eretti dagli stati nazionali. La ricostituzione reale della Ummah e del Grande Califfato è l’obiettivo ultimo di al-Qā‘idah, ma in un certo senso internet ha già la forza di farli vedere, di farli vivere, benché virtualmente. D’altronde non è una novità constatare il fatto che internet, non solo in questo campo, ha la straordinaria capacità di costituire, sviluppare, rafforzare comunità, con l’ovvio effetto di rafforzare soprattutto i membri sparpagliati di minoranze. E l’ideologia qaidista è una strettissimaminoranzanelmondoarabo.

La carriera del  mujāhidin comincia su internet. La quantità di piattaforme e materiale jihadista sul web è impressionante[6] e vi si trova di tutto: veri e propri manuali che istruiscono alla lotta armata e alla costituzione di nuove cellule locali, testi che forniscono le giustificazioni ideologiche, luoghi di incontro virtuale per confrontarsi sui problemi operativi. Il web diventa così un vero e proprio “virtual training camp” , sviluppato in più tappe: divulgazione e propaganda, attrazione, selezione del candidato (rigorosamente sunnita e con abilità informatiche), iniziazione, addestramento e operatività. Quello che prima avrebbe richiesto un determinato spazio circoscritto, reale e pertanto potenzialmente visibile come potevano essere i campi di addestramento negli anni ’80, ora è divenuto “senza confini” e nell’oscurità fino alla prossima azione. La conseguenza di tutto questo non è trascurabile: un manuale di addestramento militare ora può in teoria addestrare contemporamente più jihasti dislocati in ogni parte del mondo. E i “maestri” non devono più muoversi: è quello che, esplicitamente dai suoi stessi protagonisti, viene diffusamente definito il nuovo media-jihad[7].

I blog vengono utilizzati come campi teorici su cui gli utenti hanno la possibilità di mostrare le proprie conoscenze ed idee in materia. La maggior parte dei blog di aspiranti terroristi propongono sovente articoli estrapolati da testate giornalistiche accreditate e non, il cui commento spesso ne modifica e rivisita la contestualizzazione.

Prima dell’avvento dei social network i forum erano i nodi chiave e distributori del materiale qaedista, specialmente di quello multimediale originato dai siti produttori. Pur diversi tra loro, presentano alcune costanti: tutti i messaggi presenti sui forum iniziano sempre con la basmala, le formule con le quali di aprono tutte le sure del Corano, seguita in molti casi dalla shahāda, la professione di fede musulmana ad Allah, o da altre formule propiziatorie, così come frequente è l’uso di metafore tratte dalla tradizione, o l’utilizzo di nickname che ricordano eroi della storia musulmana[8]. Poi arrivano i social network, uno per tutti Facebook, e il brand qaidista si mostra pronto a coglierne i vantaggi, derivanti in generale da un accesso fortemente facilitato e dal miglioramento delle possibilità di diffusione di informazioni e materiali. Un esempio lo abbiamo con la diffusione dei video su YouTube[9]

Descritta nei suoi termini essenziali la struttura generale del network jihadista, in particolar modo nei suoi punti focali “periferici” e destinati al confronto diretto con gli utenti, resta ora da considerare alcuni dei principali centri di produzione e distribuzione del materiale divulgativo, a cui in generale compete provvedere all’accessibilità e alla fruibilità, per la successiva diffusione, di tutto il materiale multimediale e audio/video che, prodotti in gran parte dalla casa di produzione as-Sahab, andranno poi ad arricchire le piattaforme prima descritte.

Il Global Islamic Media Front, fondato nel giugno 2001, ha un ruolo centrale nell’attività di produzione, distribuzione, e propaganda mediatica. Esso tecnicamente è un gruppo, che non ha un proprio sito ma si avvale delle piattaforme dei molti siti, forum e blog affiliati. È stato più volte chiuso, per poi riaprire cambiando spesso denominazione. Il GIMF, che ambisce a diventare la fonte principale dell’informazione jihadista in rete (nell’aprile del 2004 contava 6500 iscritti), è stato fin da subito particolarmente attivo, arrivando anche a pubblicare nel 2006 un settimanale di informazione sulle operazioni jihadiste in Iraq ed un mensile diffuso in Iraq, Afghanistan, Somalia. Questo è anche punto di riferimento per un tipo molto particolare di combattente: l’e-jihadista, esperto in Internet, tecnologia e mass-media, abilità che mette a disposizione della causa. A partire dal 2004 il gruppo estende il proprio angolo d’irraggiamento attraverso la creazione di più sezioni del gruppo dislocate nel mondo, con la nascita di una sezione speciale in inglese e un’altra dislocata in Germania. L’esistenza nella struttura di un dipartimento linguistico permette inoltre una tempestiva attività di traduzione dei testi in numerosissime lingue. In questa fase infatti al-Qā‘idah si rivolge in particolare al mondo occidentale: sia in direzione del “nemico” che dei tanti immigrati di religione musulmana, o di seconda e terza generazione e in molti casi con scarsa padronanza della lingua araba. Dal GIMF viene diffuso di tutto: video, messaggi audio e audio/video, post, materiale propagandistico come libri e manuali, perfino video games per i più piccoli, la cui mission è spesso quella di dare la caccia a personaggi politici occidentali, tipo Bush e Blair[10].

Al Fajr, uno dei più importanti nodi di distribuzione, coordina la distribuzione online e l’autenticazione dei comunicati jihādisti. Collega tutta l’attività di propaganda del network in maniera centralizzata e tramite server sicuri per la circolazione e l’autenticazione delle informazioni verso i siti web secondari. In sintesi compito della struttura è quello di inserire il materiale propagandistico prodotto dalle più importanti organizzazioni del movimento jihadista in un circuito autorevole e fidato (Id, p. 152). E ci riesce attraverso un rigido controllo della possibilità di fruizione del materiale, riservato ad un ristretto gruppo di siti qaedisti, di comprovata fiducia. Si viene a costituire, in tal modo, un hard core, un nocciolo duro, di utenti privilegiati che, avendo accesso a questi fora, rappresentano l’«avanguardia della ummah» nel mondo virtuale (Ibidem).

 

al-Qā‘idah e internet: connubio vincente che fa scuola

 

Le caratteristiche strutturali del web si conciliano con le esigenze politiche del terrorismo, fenomeno come è noto proiettato a produrre effetti in primo luogo di natura psicologica, nell’arco di un tempo soprattutto di medio-lungo termine. È rivolto per definizione oltre le vittime dirette dei suoi attentati[11]. Perciò l’efficacia politica dell’azione terroristica è legata a doppio filo al grado della sua efficacia mediatica. Il terrorismo vuole, deve, far parlare di sè. Anche e soprattutto quando non spara, dato che far parlare di sè e divulgare messaggi è molto più semplice che organizzare attentati in giro per il mondo ogni mese, e il più delle volte anche molto più opportuno. Più semplice e meno pericoloso. Di conseguenza la capacità del web di mantenere “in vita” le informazioni per molto tempo, o perlomeno più a lungo di un qualsiasi altro supporto mediatico classico come giornali e tg, si rivela fondamentale in questo frangente. Una singola azione di 10 secondi, chiacchierata per due settimane, è in grado oggi di mantenere la sua pregnanza simbolica anche a distanza di settimane, mesi, anni, come è il caso dell’attento alle Torri Gemelle. Si amplificano i suoi effetti nel tempo e si riescono a scavalcare tutti i possibili limiti posti dai mass-media classici e istituzionalizzati.

Si potrebbe dire che questo allungamento dei tempi di permanenza mediatica comporti anche una sorta di ribaltamento tra azione e commento: l’attentato a supporto della storia, e non solo la storia a supporto dell’attentato. Questo è l’aspetto fondamentale del rapporto tra web e terrorismo, soprattutto quando quest’ultimo si vuole terrorismo globale, ossia proiettato nella fluida dimensione politica determinata dagli eventi e suggerita dalla rivoluzione informatica. Potrebbe non soprendere allora il ribaltamento dello stesso rapporto tra stato di salute dell’organizzazione terroristica e presenza nel video: se prima accadeva che un’organizzazione terroristica scomparisse mediaticamente, simulando una crisi per abbassare il livello di guardia, ora è paradossalmente molto più facile e utile dissimulare la crisi sfruttando l’effetto eco del web.

È lecito interpretare il fenomeno al-Qā‘idah come un modello, particolarmente riuscito, di attore antistatale nell’ambito dei conflitti asimmetrici contemporanei? In tal senso al-Qā‘idah fa scuola?

Quanto detto forse non è sufficiente a dare una vera e propria risposta a questa domanda, ma indubbiamente emergono degli elementi di riflessione da sottolineare.

In primo luogo si può osservare cogliere la straordinaria capacità dell’organizzazione terroristica di rimodellare la propria identità e caratteristiche strutturali al mutare della situazione strategica. In secondo luogo è un fatto che al-Qā‘idah abbia riconosciuto il ruolo fondamentale svolto dalla tecnologia dell’informazione nel mondo contemporaneo ponendosi l’obiettivo di gestirlo in maniera autonoma ed efficace. Precocemente fin dagli anni ’90, con il progetto al-Neda, emerge questa consapevolezza. La posta in gioco è fondamentale: divenire in grado di governare il problema della propria informazione, della propria immagine e sicurezza, del proprio posto nell’arena mediale.

E in tutto questo, che ruolo conferire al web? Abbiamo visto come il web abbia permesso la costituzione e mantenimento di una struttura snella per i jihadisti e sfuggente e ambigua per gli altri; inoltre ha permesso un’attività mediatica autonoma, fondamentale per l’attività di un’organizzazione violenta che necessita del consenso sociale per la propria sopravvivenza; infine di usufruire di contenuto vagante in rete spesso idoneo a supportare lo svolgimento dell’azione di guerra stessa, riequilibrando in parte alcuni deficit dettati dalla natura asimmetrica del conflitto in atto[12].

 

2- Finalità strategiche e simboli della comunicazione di al-Qā‘idah

 

La legittimazione

 

La ricerca di consenso e legittimazione sociali è un tratto comune a ogni gruppo politico. Ma un’organizzazione terorristica si trova da questo punto di vista in una posizione molto particolare dovendo conquistare il consenso di popolazioni che spesso sono anche bersaglio dei suoi attentati. L’efficacia sul piano comunicativo risulta perciò praticamente vitale, e a maggior ragione l’azione violenta necessita di un forte apparato ideologico che la giustifichi.

Ciò detto non è casuale che uno degli aspetti più importanti dell’ideologia qaidista sia il motivare l’azione violenta come una necessità, ossia come l’unica strada possibile da perseguire. Mentre i contenuti dottrinari ben si inseriscono in un contesto culturale preciso, parti integranti di un tipo particolarmente radicale di fondamentalismo islamico. Questo, oltrepassando il fondamentalismo di matrice politico-istituzionale, si traduce in lotta violenta contro ciò che di ibrido è scaturito dal “colonialismo”, anche culturale, dell’occidente. Da qui un’esplicita avversione verso il concetto di laicità nelle istituzioni e nei costumi e contro la dimensione dello stato nazionale nel mondo islamico, responsabile della frammentazione del dar-al-islam. Per al-Qa’ida la ummah (comunità dei credenti) richiede quindi la nascita di un “Grande Califfato” quale suggello della vittoria dell’Islam sull’invasore[13]. Ma è il programma programmaticamente violento e di matrice terroristica a differenziare e allontanare al-Qa’ida da altri movimenti fondamentalisti. Ne deriva che necessariamente il lessico qaidista tradurrà a suo modo certi concetti comuni nel mondo islamico, e in particolare il concetto di Jihad.

La tradizione prevedeva quattro tipi di jihād: con l’animo, con la parola, con la mano e, infine, con la spada. I primi tre, rivolti al singolo fedele (con l’animo) e all’intera comunità (con la parola e con la mano) costituiscono il grande jihād; quello con la spada costituisce il piccolo jihād ed è indirizzato all’esterno, per difendere la comunità dall’aggressione armata ovvero per convertire gli infedeli” (Id, p.33). Ma di quest’articolazione al-Qā‘idah si fa portatore di una radicale reductio ad unum: il Jihad armato rivolto in funzione difensiva contro gli invasori infedeli e obbligo religioso per ogni musulmano[14]. Si tratta di una retorica radicale, dai toni drammaticamente escatologici, e che inquadra la violenza politica nel nocciolo di una narrazione che risalta gli elementi della minaccia, della reazione ad una guerra che è già cominciata per volontà dell’occidente. Questa si interpreta come un complotto giudaico-cristiano concepito per volontà di conquista e assoggettamento dell’universo islamico alla grande potenza egemone sul piano globale, gli Stati Uniti. Per di più l’accento posto da al-Qā‘idah sul carattere difensivo del Jihad violento, oltre che fondandosi su presupposti storici e geopolitici, intende anche essere rispettoso del precetto religioso che ammette la liceità del solo Jihad difensivo. Il Jihad qaidista ben si completa con la retorica in occidente sullo scontro di civiltà, termine reso famoso dal politologo Huntington negli anni novanta con l’omonimo libro. Una stessa medaglia con due lati, guerra giusta e guerra santa, dove l’uno implica l’altro come propria ragion d’esistere, estremizzandosi a vicenda e coniando un linguaggio da teologia estrema[15], la cui radicalità esprime una sostanziale incomunicabilità reciproca, perché ognuna delle due identità va fondandosi in maniera dogmatica attraverso la costruzione dell’irriducibile differenza con l’altra. Questa radicalità finisce così col giustificare perfino la trasgressione dei divieti, il superamento dei limiti della propria cultura: per gli USA la tendenza allo stato d’eccezione permanente che giustifica potenzialmente forti limitazioni dei diritti umani (leggi Patrioct Act), per al-Qā‘idah il superamento del limite giuridico posto dal diritto islamico nel divieto di uccidere la popolazione civile inerme.

 

La propaganda e l’intimidazione

 

Lo stesso Bin Laden ha più volte riconosciuto l’importanza della propaganda e di Internet in particolare: ad esempio in una lettera risalente a ben prima dell’11 settembre e indirizzata al mullah Omar, il leader qaidista ricorda come il conflitto in atto si deciderà “al 90% sul terreno della propaganda”[16].

Quasi a dover vincere le elezioni, l’attività comunicativa di al-Qā‘idah si veste in forma pubblicitaria, e l’obiettivo, non meno di qualsiasi partito, è conquistare il consenso dell’opinione pubblica[17].  Vien da sé che l’intensificarsi della lotta richiede uno sforzo propagandistico all’altezza, e infatti la produzione di materiale propagandistico, di pari passo con quello operativo, è aumentato repentinamente a partire dall’attentato dell’11 settembre 2001, con particolare attenzione agli aspetti commemorativi espressi durante gli anniversari dell’attentato[18]. L’attenzione posta nella costruzione dei video messaggi non può quindi di certo sorprendere. Un esempio particolarmente importante è rappresentato dai numerosi filmati degli attentati conclusi, i quali nonostante l’estrema ripetitività della narrazione, si sono dimostrati estremamente efficaci sul piano della propaganda ( Id, p. 157). Questi video rispondono ad una duplice funzione: da un lato propagare gli effetti intimidatori nei confronti dell’audience occidentale, dall’altro inviare un messaggio implicito di forza ed efficacia dell’azione di al-Qā‘idah in direzione dei musulmani. Così ogni video, che non supera i due minuti di immagine, è accompagnato dal simbolo della cellula operativa locale protagonista dell’attentato. Un altro aspetto centrale nella propaganda qaedista è dato dalla presenza costante di temi legati al culto dei martiri. Il martire (shahīd) uccide attraverso il sacrificio del proprio corpo. La morte attraverso la morte, in nome della fede di un dio creatore. Per conferire però completa efficacia alla pratica occorre superare il senso comune in merito al suicidio. Va giustificato come pratica essenziale e inevitabile della guerra santa e renderlo al tempo stesso attrattivo agli occhi di un possibile candidato. Per tale ragione i mujāhidin vengono presentati come eroi moderni, ne vengono esaltate le virtù personali, la dedizione verso la causa e il desiderio di immolarsi per il bene della ummah (Id, p.155). La casa di produzione video as-Sahab ha realizzato un serie di documenti sul martirio di alcuni giovani a fini propagandistici. Questi video presentano numerosi elementi dell’iconografia classica del martirio: nei racconti si sottolinea il sorriso di gioia che caratterizza il volto del martire, il profumo intenso che emana il suo corpo, la prospettiva di una morte indolore e il premio divino di settantadue vergini in Paradiso. Manco a dirlo, fra i mortali gli verranno riconosciuti grandissimi onori, con numerosi messaggi di ringraziamento, lode ed un’eroica e agiografica biografia pubblicata e commentata per mesi in rete[19].

L’altro obiettivo della comunicazione risponde invece a fini intimidatori, ed è quello che ha partorito le pratiche più suggestive e terrificanti. La propaganda rivolta all’esterno diventa parte della guerra psicologica, della cyberfear indirizzata all’Occidente. Sotto tale profilo, il web vale ad incrementare tanto le opportunità di apostolato che di disinformazione, allo scopo di indurre insicurezza e timore nell’opinione pubblica; la diffusione di video e di immagini su azioni recenti ovvero di proclami minacciosi per l’Occidente potenzia ulteriormente la capacità persuasiva della propaganda jihādista (Cemiss, p70).

La propaganda intimidatoria perde le decorazioni pubblicitarie per dipingersi con le tonalità della guerra, al-Zawahiri su questo punto è chiarissimo: Noi dobbiamo trasmettere il nostro messaggio alle masse della Nazione e rompere l’assedio mediatico imposto al movimento del jihad. Questa p una battaglia indipendente che dobbiamo lanciare al fianco di quella militare[20]. Sia i video degli attentati che quelli sugli ostaggi sono dalla fortissima carica mediatica e per ovvie ragioni trovano enorme eco tra i mass-media occidentali, sia per il loro indubbio contenuto traumatico che per la capacità di pressione verso i governi occidentali, notoriamente molto sensibili alla sorte dei loro concittadini. Utilizzata per la prima volta nel 2002 in Pakistan, la pratica è stata attentamente studiata nella sua cruenza. La vittima, Daniel Pearl, è protagonista del video: in primo piano, ad una serie di dichiarazioni a lui estorte tra le quali un autodefinizione come sionista, segue la sua condanna a morte per decapitazione. La scelta di questo tipo di esecuzione, riproposta più volte, non è casuale: al tempo stesso indigna l’occidente e manda un messaggio dalla forte valenza simbolica al pubblico di religione islamica[21].

Infine è da sottolineare un altro strumento simbolico atto a enfatizzare la risolutezza del mujahid in guerra: il Kalašnikov AK-47,armasimbolodellavittoriacontroilvecchionemicosovietico,eternocompagnodelcombattenteperlasalvezzadell’Islam,chepartecipainposizioneprivilegiatainbuonapartedeivideocheritraggonoiguerrierijihadisti,BinLadencompreso.

 

Bin Laden e al-Zawahiri. I video commemorativi dell’11 settembre

 

Osama Bin Laden ha intrattenuto fin dall’inizio della sua attività un rapporto molto stretto con i mass-media. Anno di svolta della sua popolarità mondiale è l’agosto 1996, periodo in cui divulga un video con lo scopo di emettere una prima fatwa (editto religioso) che ha come oggetto la Dichiarazione di guerra all’America, il primo video concepito per un vasto pubblico. Nel febbraio 1998 viene diffuso un altro proclama di grande importanza, in cui si annuncia la formazione del Fronte Islamico Mondiale per il jihad contro gli ebrei e i crociati. Sono gli anni che anticipano l’attentato dell’11 settembre, scanditi da vari attentati e dichiarazioni pubbliche di sostegno da parte dello sceicco. Fin da subito queste sono caratterizzate da un linguaggiorivendicativoeminacciosoneiconfrontidell’occidente:sirichiedeilritirodelletruppeamericaneinterritorioarabo,laresadiIsraele,sicriticalamonarchiasaudita,troppoossequiosaneiconfrontidegliUSA.

CompagnodiBinLadenfindallaprimaoraèAl-Zawahiri,medicoegizianoedunodeipiùprolificiedefficaciideologialqaedisti,fortementelegatoalmovimentofondamentalistaradicalewahabita.

Entrambi i leader sono presenti nei video e, in un primo momento, senza che ci sia una netta prevalenza di uno sull’altro. I rapporti però cambiano con l’attentato alle Torri Gemelle nel 2001: da quel momento e fino al 2004 inizia il periodo di massima esposizione mediatica di Bin Laden, che fin da subito è riconosciuto per il suo incredibile carisma, guida militare politica e religiosa di numerosi guerrieri di tutto il mondo. Poi a partire dal 2004 i ruoli tendono a invertirsi: la presenza di Al Zawahiri aumenta esponenzialmente. Sulle cause di questa strana staffetta l’intelligence si divide, ma passa l’idea che la scelta sia dettata da esigenzedisicurezza.

Di questo periodo ricordiamo due video particolarmente significativi, pubblicati in occasione del sesto e settimo anniversario dell’11 settembre e a firma l’uno di Bin Laden e l’altro di Al-Zawahiri, dove emergono con chiarezza alcuni elementi strutturali del linguaggio qaedista[22].

Nel settembre 2007 Bin Laden rilascia il famoso filmato Al-Hall (la Soluzione). Il tema centrale del filmato è il fallimento dell’occidente e in particolare degli americani, a cui lo sceicco vuole proporre la sua soluzione: abbandonare il sistema capitalista ed abbracciare i valori dell’Islam. La buona riuscita di questo video dipende in larga parte dalla capacità dimostrata di scuotere le emozioni più profonde e incontrollabili del suo uditorio, l’occidente.

Osama Bin Laden abbandona la classica divisa militare e il Kalašnikov con il quale si era abituati vederlo in video. Al loro posto indossa una tunica bianca e un turbante dello stesso colore, che esaltano viso e barba. Egli sirivolgealpubblicoamericano: “voi”, li chiama. “Noi”, chiama la Ummah.NoieVoiesprimonounavisionedualisticadelmondo,moltonettaecaricadicontenutimoralistici.DaunaparteilBenedall’altrailMale, unconcettochiavedelladialetticajihadista.

Contro questo Male ontologico si inserisce la retorica dei martiri: quei “19 ragazzi”, da noi conosciuti meglio come gli autori del crollo delle torri. Bin Laden esalta il loro coraggio, con il quale sono riusciti a cambiare la sorte degli Stati Uniti, deturpando il mito del territorio inviolato. L’intento è concentrare l’osservatore su questo scontro apocalittico: da un lato l’enorme potenza militare ed economica statunitense, dall’altro i religiosamente devoti “19ragazzi”.

Il mondo delle patatine, delle minigonne e del materialismo è disorientato e incerto? Di certo questo video vuole in tutti i modi lasciarlo credere. Si concentra pure sull’inganno di cui il popolo americano stesso sarebbe vittima per mano dei suoi governanti e di un sistema dei mass-media corrotto e subalterno: rivolgendosi al popolo americano, Osama dice loro che la verità è quella raccontata dai mujahidin. Il tema della controinformazione jihadista cerca di scavalcare il filtro istituzionale dei governi occidentali rivolgendosi direttamente alla gente. Ed è a questo punto che mette in opera uno straordinario ribaltamento: la guida suprema di un movimento che rivendica l’uccisione di oltre tremila persone arriva apertamente a sostenere che non loro, ma l’Occidente è il vero massacratore dell’umanità: il genocidio degli Indiani d’America, le due bombe atomiche sul Giappone. Infine paralizza l’uditorio riportando l’evento più terrificante della storia umana, l’Olocausto, sul quale si esprime in questi termini: “quella dell’olocausto è la vostra cultura e non la nostra. La nostra religione infatti ci vieta di bruciare gli esseri umani vivi. L’olocausto degli ebrei è stato compiuto dai vostri fratelli dell’Europa centrale. Se gli ebrei fossero stati vicini ai nostri paesi (musulmani), si sarebbero salvati perché noi avremmo concesso loro un rifugio […] I vostri fratelli cristiani vivono in mezzo a noi da 14 secoli: solo in Egitto vi sono milioni di cristiani, non li abbiamo bruciati e non li bruceremo”[23]. È così che i ruoli in questa guerra vengono ribaltati,  e i terroristi riescono a presentarsi come tutori della pace e della giustizia.

Inoltre, dal momento che il popolo americano ha appoggiato l’elezione di Bush, ha di fatto appoggiato le campagne neocolonialiste in Iraq e Afghanistan rivelandosi anch’esso colpevole. Ciò giustifica il Jihad contro la popolazione civile come un dovere individuale (fard ‘ayn) per ogni credente. C’è solo un’unica via di salvezza per l’occidente: “il ritorno”[24] all’Islam e la sottomissione alla shar’ia.

 

Di tono meno esortativo e molto più accusatorio è invece il video pubblicato nel settembre del 2008 a firma di Al-Zawahiri: Il bilancio di sette anni di guerre crociate. Si tratta di una sorta di resoconto delle azioni intraprese dai mujahidin dal 2001 al 2008. Nonostante i simili toni trionfalistici e il comune riferimento alla controinformazione jihadista, questo video ha un destinatario diverso: gli sciiti. Al 4° minuto del video li accusa di aver di fatto permesso e sostenuto la conquista del territorio musulmano da parte di americani ed ebrei in cambio di posizioni di maggior potere. Esempi citati nel video sono il governo Maliki in Iraq, filoamericano ed espressione della minoranza sciita; ovviamente l’Iran, accusato di aver di fatto sostenuto la campagna americana in Afghanistan e Iraq per interessi geopolitici nella regione; infine Hezbollah, che ha cercato più volte compromessi politici con gli invasori. L’attacco all’ideologia sciita è completo, demolendone gli stessi presupposti dottrinari. Solamente i sunniti devono essere protagonisti di una vera e propria Crociata contro l’occidente. Il termine crociata intende esprimere tutta la religiosità dell’evento, rendendola non solo necessaria, ma santa. Segue a questo punto una precisa descrizione della strategia che al-Qā‘idah sta mettendo a punto per vincere questo conflitto radicale: Colpire il nemico interno per arrivare a quello esterno e viceversa (Cemiss, p.223).Dopoavercolpitopiùvoltel’Occidente,dissanguandolo,èinfattinecessariorovesciareiregimiinterni,chealorovoltasostengonoilpotereamericano.Colpendoquestisicolpiscel’Occidentestesso.

Gli anni 2007 e 2008 sono anni particolarmente importanti per la comunicazione di al-Qā‘idah. Sono gli anni dove la presenza in video di entrambi i leader è massiccia, ma è anche il periodo nel quale più evidenti sembrano essere alcune profonde fratture in seno al gruppo. Si è ipotizzato che si stesse consumando una rottura a causa di una competizione per la leadership dell’organizzazione. La supposizione trovava riscontro in alcune importanti divergenze politiche tra i due leader, Bin Laden e al-Zawahiri, divisi tra loro per motivi di sicurezza. Lo si nota in due comunicati dedicati alla questione palestinese e all’assedio a Gaza. I due maggiorenti di al-Qā‘idah propongono una soluzione diversa: “Il fronte più vicino per sostenere il popolo palestinese è in Iraq. Quindi è necessario concentrarsi su di esso”, sostiene Bin Laden; non è dello stesso avviso Al Zawahiri, il quale invita tutti i musulmani ad attaccare ovunque gli interessi degli ebrei e degli americani e di tutti coloro che prendono parte all’offensiva contro i musulmani. Bisogna combattere gli infedeli in ogni luogo così come loro vi combattono[25].

 

Il ruolo della comunicazione nei conflitti asimmetrici.

 

La guerra contemporanea, e in particolar modo la guerra nei suoi precipitati asimmetrici si ritrova interamente immersa in un contesto mediatico di massa, al punto tale da influenzare e determinarne le logiche[26]. Infatti l’affermarsi dell’assimmetria delle forze negli scenari di conflitto odierni è diventata realtà in larga parte per mezzo dello sviluppo tecnologico, che ha eroso i limiti d’accesso alla violenza e fatto emergere piattaforme mediatiche a basso costo, poco controllo ed alto impatto mediatico. In particolare la centralità della strategia comunicativa nell’ambito di conflitti del genere rende manifesti gli effetti distorsivi, reali e potenziali, da parte dei media e segnala forse un profondo mutare delle logiche stesse della cosidetta “arte della guerra”: se esiste una “democrazia del pubblico”, sarebbe cosìassurdoindagareancheattornouna”guerrainpubblico?”.Finoachepuntolaguerraèstatoedèunprodottoessenzialmentepubblicitario?Ecosasistavendendonelleguerrediquestotipo?

Gli stati-nazione si sono sempre trovati nella necessità di “vendere” al proprio popolo la propria guerra, in un contesto di eserciti di massa e guerre ideologiche. Poi crolla il Muro e con questo le ideologie, e la tecnologia suggerisce la promozione di efficenti eserciti professionalizzati, “posteroici”, impiegati nell’ambito di conflitti “a bassa intensità” in mezzo ai vicoli delle città. A questo tipo di guerra pare non esserci più un popolo che combatte, ma piuttosto un pubblico che assiste e poi vota. E la parte non statuale di questi conflitti ne è ben cosciente, al punto da individuare in questo pubblico il suo bersaglioprivilegiato.

I cittadini in 24 ore che prima di andare al lavoro verificano il bollettino giornaliero sullo stato d’allerta antiattentati. I soldati che operano continuamente sotto i riflettori dei telegiornali e gli occhi sospettosi dei cittadini assediati. La divisa iper sicura e tecnologica li fa assomigliare a guerrieri stellari, ma il nemico che si nasconde in città lo può vedere meglio di chiunque altro. Più che una guerra è uno scontro di nervi, come pare testimoniare la recente strage immotivata compiuta da un soldato a stelle e strisce in Afghanistan.

La guerra si fa psicologica, uno scontro di nervi guardando il teatro di guerra e un vero e proprio scontro di capacità comunicativa nella misura in cui non è il teatro di guerra l’unica posta in gioco che determina le sorti del conflitto, ma la percezionecomunechesihadiquesto.Cosìglieventibellicisiappiattisconointemporalitàdilatateecircondatedaunmarediparole.Diparolesulleparole.Ilcuicompitocostituenterispondeallasfidaprimariadicreareinunmondopost-ideologicoidentitàidoneeaconferireadunaparteilruolodelBuonoeall’altroquellodelCattivo.Eilpubblico,benchéavolteperplesso,assiste.

 

 

3- La morte dello sceicco

 

Come importanti analisti hanno prontamente osservato[27], non c’è dubbio sul fatto che la fine di Bin Laden non abbia comportato anche la fine del network al-Qa‘idah. Troppi sono gli interessi, di matrice sempre più localistica, che usufruiscono della storia gloriosa del movimento jihadista.Anzi il rischio è che prendano il sopravvento ancora di più rispetto a quanto non abbiano già fatto, anche considerata la perdita di un evidente “centro aggregante”[28].

Ma la morte dello sceicco non solleva sotanto interrogativi sul futuro dell’organizzazione e sullo “stato dell’arte” della guerra al terrorismo, e le ambiguità politiche che gravitano attorno l’uccisione di Bin Laden -per esempio l’ambigua posizione del Pakistan, i problemi di diritto internazionale e islamico, i dubbi scientifici sull’identificazione del corpo- non sono le uniche[29]. Si potrebbe affermare che la morte di Osama Bin Laden si inserisca perfettamente nel nuovo contesto del conflitto mediatico asimmetrico, e che la dinamica della sua fine ne esprima un aspetto molto particolare che forse merita qualche riflessione ulteriore.

 

Quale Bin Laden è morto? Simbolo e corpo.

 

Nel mondo della virtualità il simbolico e l’immaginario acquistano una forza sempre più influente per gli uomini, ma pochi simboli al pari della morte godono di un rapporto simbiotico con il suo referente reale: la simbolica e la virtualità della morte pare che necessitino sempre di un rapporto diretto con la morte come evento reale. Pur guardando virtualmente tutti i giorni la morte, la morte come simbolo si imprime violentemente nel nostro immaginario solo se siamo in grado di riconoscerne la concretezza. Con San Tommaso in tasca la morte la vogliamo vedere, toccare, sentire. Continuamente nella storia delle vicende umane se ne percepisce il collettivo bisogno di materialità. Nell’Iliade l’epica morte di Ettore per mano di Achille viene esposta agli occhi della città, dei popoli, degli dèi. Il corpo va frantumandosi contro la terra nella più solenne teatralità.

La stessa cultura occidentale pare influenzata in termini non trascurabili dalla presentazione teatrale del corpo morente: il tu quoque brute, fili mi, la Passione del Cristo sulla croce, la testa del re nella nuova Francia della borghesia e dell’illuminismo in ascesa. Gli uomini d’oggi non sono poi tanto diversi, e anzi se lo spettacolo della morte resta di vivo interesse è semmai la scena teatrale ad essersi allargata: la massa delle piazze parigine lascia il posto all’opinione pubblica mondiale.

Pure lo spettacolo è rimasto pressoché lo stesso: l’opinione pubblica mondiale assiste coi pop-corn alla solenne impiccagione dell’ex capo di stato Saddam, e con un click su YouTube condivide con gli amici la disordinata violenza del linciaggio del raìs libico. Entrambi, in quanto individui, erano corpi. Entrambi, in quanto leader, erano simboli. Simboleggiavano con i loro stessi corpi il loro potere sovrano illimitato -finchè dura- e crollano entrambi per volontà della parte che conta dell’occidente e per mano del proprio popolo. Con la morte pubblica del loro corpo si consuma la forza del loro simbolo di potere.

Ma per lo sceicco del terrore la storia si erige diversamente, e non è un dettaglio da poco.

Questa storia si consuma nella millimetrica precisione di un’azione di alti specialisti della guerra, i Navy-Seals, che portano a buon fine un’operazione di pochi minuti dopo settimane di segreta preparazione. Evidentemente si decide di non catturarlo ma ucciderlo, di non mostrarlo al mondo ma nasconderlo.

Tuttavia il risultato, probabilmente previsto, non è stato propriamente quello di una sparizione totale di Osama Bin Laden, del suo annientamento integrale. In tal senso il suo destino è stato ben diverso di quello di Saddam e Gheddafi. Il corpo di Osama, quello sì, è stato annientato senza pietà. Di esso non è rimasto veramente niente, nemmeno l’immagine. Il mondo del web è la dimensione perfetta per le immagini dei morti, il luogo dove possono testimoniare con la loro presenza una sorta di seconda vita virtuale per il corpo dello scomparso. Al corpo di Bin Laden è stata negata questa seconda vita. Con l’aborto dell’immagine si epiloga la morte del corpo.

D’altronde si può spiegare il collegamento diretto tra immagine e corpo di Osama considerando i video dello sceicco. Egli si mostrava sempre, e il suo mostrarsi era anche un ribadire la propria esistenza; la quale, prima del maggio 2011, si costruiva non tanto sull’avere un’immagine, come capita ai politici di professione odierni, ma sull’essere immagine. È in fondo il destino inevitabile di ogni latitante il testimoniare il proprio corpo esclusivamente con la sua immagine, e Bin Laden è stato il ricercato numero uno al mondo per anni.

A conferma di quanto detto, non è un caso che la pubblica attenzione era rivolta puntualmente alla maniacale ricerca di segnali che confermassero l’autenticità dell’immagine: La barba era nera o brizzolata? Il linguaggio espresso era veramente dello sceicco? Perchè sullo sfondo c’erano le montagne? È veramente a Tora Bora o a bere aranciata con Bush? Non possono stupire allora le innumerevoli e fantasiose supposizioni sulla sua morte: è ancora vivo! No, era già morto tempo fa ed è stato scoperto dopo! Anzi, è stata simulata l’operazione al momento opportuno! Niente di tutto questo, è sempre stato semplicemente un pupazzo in mano ai sionisti (Ahmadinejad)[30].

Non è però rilevante giudicare l’irragionevolezza di queste tesi (che personalmente considero tali) in quanto tutta la questione andrebbe piuttosto collocata nel più complesso rapporto che intercorre tra un corpo imprigionato nella virtualità di un’immagine e lo scenario di conflitto asimmetrico in cui questo si colloca. Ma ci sono pochi dubbi sul fatto che uno scenario di questo tipo generi mistero, restando vero che non sapremo mai tutta la verità sui fatidici minuti del raid di Abbottabad[31] .

Quanto detto poco a che fare con tesi complottiste, in realtà indica il rischio collaterale che si può correre non soddisfacendo il possibile desiderio primordiale di una massa che cerca la materialità della morte. Un rischio che evidentemente l’amministrazione americana ha considerato sostenibile e non troppo elevato. Tre ragioni, legate l’una all’altra a doppio filo dallo scontro mediatico asimmetrico tra l’amministrazione e al-Qa’idah, possono spiegare meglio il senso di questa scelta.

La prima: il corpo-immagine è sempre stata l’arma dei jihadisti e un esempio l’abbiamo avuto con l’analisi dei video commemorativi dell’11 settembre. Tuttavia è un’arma che negli ultimi anni si era molto spuntata e che nel corso delle rivoluzioni e controrivoluzioni arabe è divenuta praticamente inutilizzabile. Le “primavere arabe” hanno infatti minato la percezione che l’islamismo radicale avesse una sorta di monopolio nell’utilizzo dei social media[32] e messo in crisi l’argomentazione jihadista sulla necessità di mettere in moto un processo di autodeterminazione nell’Islam con mezzi terroristici. Ma allora che interesse potevano avere gli Stati Uniti a regalare un’immagine al corpo di Osama? Perchè rivitalizzare l’arma donando al corpo una seconda vita nel web?

La seconda: gli Stati Uniti non hanno mostrato il corpo perchè non ne hanno bisogno. Non è ciò che voleva il popolo americano. In quanto arma dei jihadisti, il corpo-immagine è stato un incubo per gli americani, e il saperlo morto è già una vittoria. Fin dall’inizio la guerra al terrorismo si è fondata, dal punto di vista americano, da un forte e incondizionato legame di fiducia tra governanti e governati, e questo legame era sufficiente a reggere gli effetti collaterali della virtualità della morte. Una morte virtuale per un incubo virtuale. Tutto torna.

La terza: il corpo-immagine non è mai stata l’arma degli Stati Uniti nella guerra al Terrore. La sua arma mediatica privilegiata è stata piuttosto la carica simbolica e mobilitante del ricordo. Il bisogno di concretezza dell’opinione pubblica americana era già tutto racchiuso nel ricordo dei concretissimi attentati qaidisti, primo fra tutti l’11 settembre.

Se il corpo-immagine è arma che si alimenta dalla presenza mediatica, la simbolica del ricordo sopravvive nella misura in cui mobilita attorno alla causa. Ma per mantenere alto il livello di mobilitazione reale contro una situazione di minaccia potenziale (quale è quella terroristica) occorre perciò in primo luogo un simbolo, che per definizione ha la capacità potenziale di permanere nel tempo anche nella sua virtualità. Osama Bin Laden è perciò anche simbolo, e se gli Stati Uniti hanno ucciso [il corpo] stanno però celebrando la vittoria sul simbolo[33].

 

L’America che ha vinto. L’America che ha perso.

 

Ma cosa significa una celebrazione sul simbolo? Significa ricordarlo, ossia farlo rivivere in maniera fittizia e poi mostrarne il suo superamento per distruzione. È quello che ha fatto Obama nel discorso pubblico che annunciava la morte dello sceicco e che si caratterizza come una precisa cronaca della guerra al terrorismo[34]. Ciò che ci interessa è la forte correlazione che nel discorso è presente tra le due armi mediatiche americane principali in questa guerra.

 

La capacità performativa del ricordo:

Sono passati quasi dieci anni da quel giorno luminoso di settembre oscurato dal peggiore attacco della nostra storia contro americani. Le immagini dell’11 settembre sono scolpite nella nostra memoria nazionale: aerei dirottati comparire all’improvviso in un limpido cielo di settembre; le torri gemelle collassare al suolo; un fumo nero alzarsi dal Pentagono; il disastro del volo 93 in Shanksville, in Pennsylvania, dove le azioni di cittadini eroici hanno consentito di evitare una distruzione e un dolore ancora maggiori.Tuttavia sappiamo che le immagini peggiori sono quelle che non sono state viste alla luce del sole. La sedia vuota di una famiglia a tavola. I bambini che sono stati costretti a crescere senza la madre o il padre. I genitori che non proveranno mai più l’abbraccio del figlio. Quasi tremila persone strappate da noi, che hanno lasciato un vuoto nei nostri cuori.

 

E della reazione mobilitante:

L’11 settembre 2001 la gente d’America nel momento del lutto si è stretta insieme. Abbiamo offerto una mano ai vicini, il sangue ai feriti. Abbiamo riaffermato i legami che ci uniscono l’uno all’altro e il nostro amore per la comunità e il Paese. Quel giorno, non importa da dove venissimo né quale Dio pregassimo o di quale razza fossimo, noi eravamo uniti come una sola famiglia di americani. Eravamo uniti anche nella determinazione di proteggere la nostra Nazione e di di rendere alla giustizia coloro che avevano commesso questo attacco spregevole. Venimmo rapidamente a conoscenza che gli attacchi dell’11 settembre erano stati portati da Al Qaida, un’organizzazione terroristica guidata da Osama Bin Laden, che aveva apertamente dichiarato guerra agli stati Uniti e che era determinata ad uccidere innocenti nel nostro paese e nel mondo. Così siamo andati in guerra contro Al Qaida per proteggere i nostri cittadini, i nostri amici, i nostri alleati […].

 

Seguono sincere ed emozionate grida di giubilo e festeggiamenti.

È il luminoso coronamento di quella che lo stesso Obama ha definito “il più significativo risultato che il nostro paese ha fin qui raggiunto nella lotta ad al Qaida”, e in questo senso l’America ha vinto. Ha vinto nel suo essere nazione mobilitata contro il simbolo Bin Laden.

Ma il tragico paradosso è che l’America ha pure perso. Vediamo perché.

Sfogliando i sondaggi degli ultimi mesi emerge un dato importante: alla notizia della morte dello sceicco i sondaggi hanno registrato un picco di consenso di oltre 10 punti nei confronti del Presidente e del suo modo di condurre la politica estera e la lotta al terrorismo. Tuttavia dopo appena un mese il consenso per Obama è tornato ai livelli precedenti l’operazione, e il tema della politica estera e della lotta al terrorismo pare essere tra i meno determinanti di questa campagna presidenziale[35]. Come interpretare questi dati dai quali emerge un generale disinteresse per il tema? Certamente l’uccisione dello sceicco ha provocato gioia, ma non ha permesso a Obama di cogliere i frutti politici di questa vittoria. Perchè è successo questo? E che significato ha rispetto alla guerra al terrorismo?

Come è noto la guerra al terrorismo lanciata da Bush nel 2001 non è una guerra come tutte le altre. È una guerra non convenzionale, asimmetrica, nella quale il nemico è fortemente criminalizzato, il diritto militare e internazionale spesso si rivelano spaesati nel dirimere controversie giuridiche, non ha battaglie determinate, non ha spazi circoscritti. Non a caso la si è spesso interpretata come un apparato simbolico costruito ad hoc per giustificare altre guerre in Afghanistan e Iraq, ben più concrete e dai vertiginosi giri d’affari. Infine è molto difficile, se non impossibile, immaginare una fine determinata per questa guerra, ed è questo l’elemento da tenere più in conto. La fine di una guerra è il momento più importante, dato che per definizione determina il campo della vittoria e quello della sconfitta. Ma la vittoria, a differenza della sconfitta che può sopraggiungere anche per sfinimento (è il caso del Vietnam, o dell’assedio), passa sempre per un atto percepito come vittorioso. Questo può prendere la forma di un atto giuridico, l’armistizio, o per mezzo di un evento dal valore particolarmente alto, ad esempio l’uccisione del capo nemico. L’impossibilità per l’America di vincere la guerra al terrorismo passa tutto in questo impasse politico difficilmente districabile: manca la possibilità dell’atto vittorioso, sia perchè l’armistizio con un’organizzazione terroristica non è considerabile, sia perchè l’unico atto valevole di essere percepito come vittorioso non è stato considerato tale dallo stesso popolo americano[36].  È per questo motivo che logicamente parlando è una guerra che è molto facile perdere, per il semplice fatto che è impossibile vincere. E i modi di perdere questa guerra non mancano. C’è un primo modo, di matrice geopolitica, che consiste nell’immischiarsi in guerre infinite, tanti nuovi vietnam il cui solo risultato è la progressiva perdita del ruolo egemone che gli Stati Uniti ricoprivano nello scacchiere internazionale[37]. Ma c’è anche un altro modo, di matrice simbolica, che data la centralità della comunicazione nelle guerre contemporanee non è trascurabile: la progressiva perdita della capacità delle èlite di creare la reazione mobilitante, ed è quello che i sondaggi rivelano stia accadendo ad Obama, sebbene non gli manchino le risorse comunicative. Il problema potrebbe essere più profondo e risiedere nell’avvenuta chiusura di un ciclo politico, di cui forse la guerra al terrorismo non è che elemento residuale inserito in un panorama politico radicalmente mutato dalla crisi economica. Forse è per questo motivo che, con l’uccisione di Osama Bin Laden, pare abbia vinto soltanto un’America che non esiste più.

[1]. Ha partecipato al Convegno a Firenze il 20 ottobre 2011 con una brillante Relazione sulla Liberazione delle Città delle Marche. Fa parte della Sezione Studenti e Cultori della Matera.

[2] A cura di Dott. Fabrizio Minniti; Dott.ssa Alessia Testa, La strategia comunicativa di al-Qā‘idah, Cemiss, 2008 (d’ora in poi Cemiss). La ricerca è accessibile gratuitamente dal sito internet del Centro.

[3] Cemiss, p 43

[4]    Ibidem

[5]    Id, p. 63

[6] “Nonostante la diversità e la molteplicità dei siti jihādisti, se ne contano all’incirca 6000 che si rifanno al pensiero fondamentalista che nel 1997 erano poco meno di 30” Id, p.87. Tuttavia va anche ricordato che il web stesso ha subito nel periodo considerato la notevole espansione che ben conosciamo.

[7] “Il binomio internet-jihād garantisce l’immortalità virtuale ai personaggi del qaedismo e permette di rendere consultabili on-line oltre tremila libri, un enorme archivio storico che lega il passato all’attualità, mescolando saggi religiosi e istruzioni di natura militare, hadīth e spezzoni di risaputa retorica antioccidentale” Id, p40

[8] Id, pp. 87-88

[9] Bernard E. Selwan el Khoury, “Web, jihad e primavera araba: quanto è 2.0 al Qaida?”, 16 maggio 2012 http://temi.repubblica.it/limes

[10] Peculiarità di questi giochi non è la presenza di scene particolarmente cruente o violente, riscontrabili anche in prodotti similari disponibili sul mercato occidentale, ma piuttosto il messaggio, la prospettiva interpretativa della realtà che propongono ai loro utilizzatori”. Id, p.150

[11] “Ogni atto terroristico comprende un soggetto che lo compie, un secondo vittima diretta dell’attacco e un terzo destinatario dell’intimidazione” A. Colombo, La guerra ineguale, Il Mulino 2004, p. 40

[12]  “Il web è funzionale anche all’acquisizione di notizie da fonti aperte, permettendo l’accesso ad enormi flussi di informazioni su eventuali obiettivi terroristici, quali infrastrutture di trasporto, centrali nucleari o elettriche, porti ed aeroporti del nemico. Google Maps e Google Earth, tanto per citare solo alcune delle possibili opzioni, offrono la possibilità di mappare e tracciare percorsi intorno a possibili obiettivi, con indubbi e non trascurabili vantaggi strategico-tattici per i gruppi jihādisti, mentre software scaricabili gratuitamente da internet possono simulare, ad esempio, i cedimenti strutturali di edifici ed installazioni”, Id. p.68

[13] Cemiss, p53

[14] “Al-Qā‘ida ha fatto circolare tutta una letteratura, rivolta ai militanti e agli eventuali simpatizzanti, che “fornisce la razionalità delle azioni, iscrive la violenza spettacolare in una mobilitazione a finalità politica, grazie all’uso di un argomentare religioso, storico, addirittura nazionalista”, un corpus che rappresenta “l’elemento più tangibile del fenomeno” e la cui base ideologica è rappresentata essenzialmente dalla chiamata ad un jihad guerriero in tutte le direzioni”; Id, p.29

[15]  C.Galli, La guerra globale, Ed.Laterza, cap. 3

[16]  G. Olimpio, La testa del serpente, instant book Corriere della Sera, maggio 2011, p. 28

[17]  La misura del successo di al-Qā‘idah è data […] dalla capacità dell’organizzazione di esercitare il suo soft power sul più ampio numero di fedeli musulmani, estendendo la presenza della nebulosa jihadista e la forza di attrazione ideologica sui singoli individui, [anche] non necessariamente legati a formazioni o gruppi estremisti. Cemiss, p. 135

[18]  “La strategia operativa di al-Qā‘ida, dopo l’11 settembre, si è orientata verso attacchi molto frequenti su obiettivi a basso impatto circa le modalità esecutive sia per il venir meno del supporto logistico, operativo e finanziario fornito dai talebani che per la decapitazione del vertice della stessa organizzazione, il che ha incrementato l’attività clandestina e la tendenza a consolidare l’attività delle singole cellule operative. L’incremento quantitativo degli attacchi obbediva all’intento dichiarato di dimostrare al mondo intero come al-Qā‘ida fosse comunque operativa, in grado di colpire in più luoghi quasi contemporaneamente e di svolgere un’intensissima attività di reclutamento per ingrossare le file del network jihadista”; Cemiss, p.57

[19]  Cemiss, p.156 e ss.

[20]  Cit in G.Olimpio, La testa del serpente, Istant Book Corriere della Sera, p. 28

[21]  Sebbene riferimenti al taglio della testa siano presenti nella storia e nei testi delle tre religioni monoteiste, per i musulmani richiama un particolare evento della vita del Profeta, la battaglia di Badr e una citazione coranica, in cui si invita a «colpire al collo» il nemico. Inoltre, è un atto che non consente clemenza, è una pena esemplare, irrevocabile ed assoluta che ben esprime l’animosità e la risolutezza dei jihadisti nei confronti dei «crociati-sionisti» Cemiss, p.160.

[22]  La fonte generale di quanto segue è ripresa da un’attenta esegesi dall’arabo del contenuto mediale da parte del Dott. Bernard Selwan el-Khoury, presente nella ricerca del CeMiSS in prima appendice, pp. 204-235

[23]            Bin Laden, videomessaggio “La Soluzione”, min. 2:50 circa e min 5:08 circa

[24]  L’utilizzo della semantica del ritorno e non della “conversione”, non è causale. Se “convertirsi” presuppone il passaggio da una religione ad un’altra religione diversa, con il termine “ritorno” al-Qā‘idah intende sottolineare invece l’unicità dell’Islam come sola vera religione autentica, non riconoscendo eguale statuto alle altre.

[25]            Cemiss, pp. 186-187

[26]  “…la centralità della comunicazione nell’odierno sistema di guerra è ormai un luogo comune: far vedere un attacco, o riuscire a censurarlo e a manipolarlo, è più importante dell’atto militare in sè”, C. Galli, La guerra Globale, p. 23

[27]  Il Council of Foreign Relations, notissimo centro d’analisi statunitense, fin dal 2 maggio 2011 ha costellato il suo sito d’internet di numerose analisi che, pur differenziandosi su altri aspetti, nutrivano la stessa convinzione di fondo sul destino dell’organizzazione.

[28]  Bernard E. Selwan el Khoury, Web, jihad e primavera araba: quanto è 2.0 al Qaida?, 16 maggio 2012 http://temi.repubblica.it/limes

[29]  Data la complessità di ognuno di questi temi, la cui analisi ci porterebbe inevitabilmente fuori tema, questi non verranno ulteriormente trattati in queste pagine.

[30] Cecilia Tosi, La reazione jihadista alla morte di Osama, http://temi.repubblica.it/limes, 9 maggio 2001

[31] L. Caracciolo, Ma l’America resta nel suo labirinto, http://temi.repubblica.it/limes, 4 maggio 2011

[32]  Bernard E. Selwan el Khoury, Web, jihad e primavera araba: quanto è 2.0 al Qaida?, http://temi.repubblica.it/limes  16 maggio 2012

[33]  E. Beltramini, Gli Stati Uniti di fronte a due Osama, http://temi.repubblica.it/limes, 3 maggio 2011. Beltramini parla di due Osama, il simbolo Osama e l’uomo Osama. Preferiamo al termine uomo quello di corpo-immagine, perchè indicativo non solo di una proprietà personale di Osama Bin Laden ma soprattutto dell’utilizzo mediatico che se ne è fatto nell’ambito del conflitto mediatico asimmetrico.

[34]  È possibile leggere il discorso integrale di Obama, in lingua originale, nel sito internet del Council of Foreign Relations. Ecco il link http://www.cfr.org/terrorism/obamas-remarks-osama-bin-laden-may-2011/p24841

[35] New York Times and Cbs pools

[36] A testimoniarlo non solo le disincantate analisi degli specialisti statunitensi, ma le stesse parole del Presidente, che si appresta a ricordare il persistere della minaccia.

[37] vedi L. Caracciolo, Ma l’America resta nel suo labirinto, http://temi.repubblica.it/limes, 4 maggio 2011